Come e quando si costituisse il Comune di Firenze, meglio che dagli altri storici antichi è stato messo in chiaro dai recenti studi del Villari, del Santini e del Del Lungo, nè io voglio ripetere qui quello che da essi fu scritto. A me basta rammentare, come, appena costituito il Comune, i Fiorentini videro bene che la nuova libertà bisognava difendere da due potenti avversari che l'avrebbero prima o poi insidiata ed oppressa; dall'Imperatore che avrebbe quando avesse potuto rivendicata la sua autorità, e dai signori feudali che impedivano al Comune di espandersi nel contado. Perciò, all'Imperatore lontano, contrapposero la Chiesa e la lega degli altri Comuni guelfi della Toscana, ed ai signori feudali vicini ruppero subito una guerra implacabile.

Ed infatti la dieta di San Genesio che costituì la lega delle città guelfe, è del 1172, ed è il primo grande atto del Comune di Firenze, che avesse effetti i quali passavano gli stretti confini del suo territorio; atto che imitava in più esigue proporzioni la Lega Lombarda, che appunto in quel tempo era uscita vittoriosa dalla guerra contro l'Imperatore Federico. Ma prima ancora della lega guelfa, il Comune aveva cominciato le guerre feudali. Fino dal 1107 si erano abbattuti i castelli di Pogna e Montegrossoli nel Chianti, e di Monte Orlandi a Signa; e in quel torno si disfà il castello di Cambiate nel Mugello e se ne cacciano i Cavalcanti. Si fabbrica Montelupo a fronteggiare gli Alberti di Capraia, e nel 1135 si rovina il castello di Monteboni, costringendo i Buondelmonti a venire in città e starvi da cittadini. Queste guerre erano feroci e si combattevano col ferro e col fuoco; e sulle prime le difese dei signori erano disperate, perchè vedevano nella vittoria del Comune la loro rovina; ma poi fatti accorti che ogni resistenza veniva meno di fronte a quegli impeti popolari che sempre si rinnovavano, alcuni piegarono ad accordi, ed il Comune li ricevette in accomandigia, che è quanto dire garantì loro la proprietà della terra, ed essi diedero fede al Comune di essere suoi difensori. Così furono accomandati i conti di Mangona e di Vernio, e più tardi i Ricasoli di Brolio ed altre potenti famiglie. E questa politica di guerra contro i feudatari non mutò mai per mutare di governi in Firenze, per oltre due secoli. Quando Pistoia fu aggregata al contado fiorentino, nel 1331, si disfanno i castelli della Montagna, e lo stesso accade nel 1339 quando Firenze ebbe Arezzo; i Tarlati e i Barbolani furono ricevuti in accomandigia, e agli Ubertini, ai Pazzi di Valdarno, ai conti della Faggiola e di Montefeltro, fu vietato di accostarsi ad Arezzo meno di dieci miglia.

Oltre a snidare i magnati dai castelli, pensò il Comune di diminuirne la potenza, emancipando i vassalli da ogni servitù, dichiarandoli liberi nella persona e nello stato, e vietando loro, sotto pena di lire mille di fiorini piccoli, di vendere per qualsiasi titolo, a tempo, o in perpetuo la loro libertà. L'atto dei Priori delle arti ha un proemio dottrinale sul diritto naturale dell'uomo ad esser libero e sull'interesse che ha lo Stato ad avere liberi cittadini anzichè servi, che parrebbe scritto nel secolo XVIII, mentre ha la data del 1279 e meriterebbe di essere testualmente riferito, non fosse altro per dimostrare che le dottrine di libertà erano note ed applicate in Italia, cinquecento anni prima che fossero proclamate in Francia dalla Rivoluzione; ma se io lo recitassi qui nel barbaro latino del notaro imperiale Bonsignore di Guezzi che lo scrisse, annoierebbe la cortese udienza, e voltato in italiano perderebbe il suo carattere e la sua importanza. È giusto poi di notare che in questa emancipazione dei vassalli, il Comune di Firenze fu preceduto dal Comune di Pistoia che la dichiarò nel 1205, e dal Comune di Bologna che fece lo stesso nel 1256; e della grande contentezza che questi atti produssero nelle popolazioni rurali, si ha la prova nell'appellativo di paradiso di gioia che ebbe a Bologna il libro ove si scrissero i nomi dei liberati.

L'emancipazione dei vassalli recise i nervi della potenza feudale, perchè tolse le braccia che essa armava in sua difesa e ad offesa degli inermi. Ma conseguenze economiche anche più benefiche ebbe quell'atto per il contado fiorentino. I signori non avendo più i contadini in loro balìa, nè potendo loro imporre la cultura dei campi come servigio obbligatorio, doverono patteggiare con essi, e diedero le terre in affitto, o in enfiteusi, o a colonia parziaria (partiarius colonus) per via di contratti di mezzeria (locatio ad medium) che poco differiscono da quelli tuttora in uso tra noi. L'enfiteusi, o come poi si disse il livello, creò gran numero di proprietari nelle terre e nelle ville, i quali a poco a poco fatti ricchi col risparmio, formarono quella grassa borghesia campagnuola che diffuse poi l'agiatezza in tutta la Toscana; mentre la mezzeria diede vita ad una classe numerosa di lavoratori liberi, quasi condomini coi padroni delle terre, che con loro ne dividono i frutti: nullum justius genus reditus, quam quod terra, cœlum, annus, refert, come dicono le carte del tempo.

Abbattuti i castelli, sciolti da ogni vincolo di servitù i vassalli, il Comune costringeva i signori di feudi a venire in città e fare vita civile. Con che animo e con quali passioni venissero in Firenze questi magnati a contendere in palagio coi mercanti di Calimala e coi lanaioli di Mercato Vecchio, è facile immaginare. Memori degli aviti castelli e sdegnando abitare le umili case dei cittadini, cominciarono a fabbricarsi palazzi merlati di solida architettura, con torri altissime, e mensole per reggere impalcature esterne, e grosse campanelle di ferro con catene atte a fare serraglio alle strade; vere fortezze munite, nel mezzo della città. E intorno al palazzo del capo della casata si distendevano le case dei parenti come campo trincerato a comune difesa. Mi ricordo che un giugno del 1853 passeggiando con Adolfo Thiers le vie di Firenze, ed ammirando le solide costruzioni degli antichi palazzi dei secoli XIII e XIV, senza finestre al pian terreno e colle mura rivestite di pietra forte, senza che il tempo vi abbia potuto fare una sconnettitura, egli osservava acutamente che i Fiorentini avevano inventato l'architettura della guerra civile.

E veramente arnesi validi di guerra civile furono quei palazzi abitati da famiglie che portavano in città i costumi e le prepotenze della vita feudale, aborrenti dalla quiete del vivere cittadinesco e dall'eguaglianza civile professata dal Comune. Le famiglie feudali di razza teutonica erano fortemente costituite, non per l'autorità del padre di famiglia secondo le leggi romane, ma per un legame di solidarietà riconosciuto e mantenuto da quanti uscivano dal medesimo sangue, e avevano comuni il nome e l'arme. Ed anche le famiglie di origine latina che avevano avute investiture feudali dagli Imperatori alemanni, avevano a poco a poco adottato i costumi e le consuetudini delle prime.

Questo vincolo di solidarietà, che era patto tacito di mutua offesa e difesa per tutti, debole finchè le famiglie feudali erano disperse nei castelli del contado, si fece forte e prese una forma più determinata quando queste famiglie furono costrette a vivere in Firenze, dove trovavano il popolo nemico, e dove il bisogno della comune difesa era più urgente. Perciò esse cominciarono dal fabbricarsi palagi e torri una presso all'altra, per essere vicini e pronti sempre all'offesa e alla difesa. Così c'erano vie ove quasi tutte le case appartenevano alla medesima casata, e le torri, costruite a spese comuni, si aprivano per accogliere in caso di pericolo, quanti erano di quel gruppo di famiglie. E le famiglie spesso erano numerose, ma, per quanto crescessero, non si staccavano mai dalla comunanza del nome che portava seco comunanza di passioni e d'interessi. Degli Ubertini di Mugello si contavano quindici famiglie, e i Cancellieri di Pistoia, mandarono in campo dei loro fino a 107 uomini d'arme.

Questa unione di famiglie uscite dal medesimo ceppo, che faceva comuni a tutti le offese e le vendette costituiva quel vincolo che allora si disse consorteria, e che era un prodotto più del costume che della legge, talvolta modificato dalle convenzioni, ma che sempre portava obbligo d'onore ai consorti di non infrangerlo. E la solidarietà dell'offesa portava seco la solidarietà della vendetta per tutti i consorti. Dante nel Canto XXIX dell'Inferno trova Geri del Bello suo parente che era stato ucciso e non vendicato; e l'ombra di costui fugge via sdegnosa senza voler parlare al Poeta, ond'egli ne spiega la ragione in questi versi:

. . . . . . La violenta morte

Che non gli è vendicata ancor, diss'io,