Per alcun che dell'onta sia consorte,
Fece lui disdegnoso; onde sen gio
Senza parlarmi......
Consorti si nasceva, e consortes sunt de eadem stirpe per lineam masculinam usque in infinitum, si legge nelle carte del tempo. Chi volesse rintracciare l'origine precisa delle consorterie, non verrebbe a capo di scoprirla; si trova il fatto nella storia, e la sua repressione nella legge statutaria, senza sapere quando e come si producesse. Piuttosto non mi pare oziosa l'indagine diretta a conoscere se le consorterie derivassero da costumanze germaniche o da tradizioni latine.
I conquistatori di razza teutonica, avean portato, con la conquista, costumi, leggi, ed affetti propri. Il Cristianesimo, ordinato nella Chiesa, compenetrava del suo spirito vivificatore gli avanzi umiliati della gente latina e le vigorose propagini dell'innesto barbarico; e mentre ai dominatori temperava gli istinti selvaggi, teneva viva nei vinti la memoria delle loro nobili origini, che non sarebbe stata sempre il misero orgoglio d'un tempo che fu. Da questa mescolanza di idee e di sentimenti, che in parte erano eredità dei vinti, in parte patrimonio dei vincitori, deriva una grande incertezza sulle origini delle istituzioni medioevali, tanto nella loro forma esteriore, quanto sul principio storico che le ha generate. Le ricerche più pazienti rare volte conducono a stabilire se una istituzione politica o civile sia stata fra noi un portato germanico o una reminiscenza latina. La geologia, distinguendo le stratificazioni sovrapposte che formano la corteccia della terra, determina esattamente i prodotti particolari delle diverse epoche cosmiche: altrettanto non può fare la storia; la quale, per ciò che tocca il medioevo, meglio si assomiglierebbe ai codici palinsesti, ove la sbiadita scrittura antichissima trasparisce qua e là sotto la più recente del monaco copiatore, tanto da far leggere al paleografo esperto, tra i versetti d'un salmo, un frammento di Cicerone. Proviamoci a trattare questo metodo nella ricerca delle origini della consorteria.
Abbiamo notato più sopra la costituzione della famiglia germanica, nella quale la proprietà, la colpa e la vendetta erano comuni a tutti gli uomini atti alle armi; differiva essenzialmente dalla famiglia latina, nella quale l'autorità era concentrata nel padre di famiglia, che rispondeva di tutto e per tutti. Ora aggiungiamo, che, per le antiche consuetudini germaniche, più famiglie del medesimo sangue costituivano una fara. Più fare costituivano un gau, forse il pagus dei latini, a cui presiedeva un ufficiale pubblico detto graf. Quando queste genti occuparono le terre del mezzogiorno, il luogo ove queste unioni di famiglia si formavano e prendevano sede, si chiamò fara; nome che è rimasto ancora ad alcune località, come Fara Sabina, Fara Novarese, Fara Olivara, Fara San Martino, Fara Vicentina. Nella lingua nostra, per quanto mi sovvenga, la parola non è entrata altro che nella voce farabutto, che sicuramente fu trovata dai vinti in dispregio ed in onta dei vincitori. A non guardare ad altro, parrebbe che la consorteria fosse una derivazione della fara longobarda. Ma noi non crediamo di doverci fermare qui. La parola consorteria, che viene dal latino, ci induce a credere che nella idea originata dalla particolare costituzione della famiglia germanica, entrasse pur qualche elemento di romanità. Le parole non si usano a caso e sono segno d'idee, e, quando i nostri antichi chiamarono consorteria l'unione di più famiglie uscite dal medesimo sangue, danno indizio che volessero esprimere qualche cosa che non era la fara longobarda.
I Romani oltre la familia avevano la gens che comprendeva le famiglie uscite da un medesimo stipite. Ex gente Domitia duo familiæ venerunt Calvinorum et Ænobardorum, dice Svetonio. La gens era segno di nobiltà perchè dimostrava l'antichità della schiatta; ed Orazio nelle Satire chiamava sine gente un uomo spregevole e macchiato di colpe. Coloro che uscivano dalla medesima gente, erano chiamati gentiles, e Cicerone li definisce egregiamente nella Topica, gentiles sunt qui inter se eodem sunt nomine; ab ingenuis oriundis; quorum majores nemo servitutem servivit, et qui capite diminuti non sunt; e in altro luogo con perdonabile vanità chiama il re Servio Tullo meo gentili, quasi ambedue fossero usciti dalla gente Tullia. Dunque anche presso i Romani la medesimezza del sangue e del nome produceva un legame tra più famiglie; legame che non era soltanto una comunanza della religione domestica e del sepolcro, ma produceva anche effetti civili; perchè lo stesso Cicerone nella Rhetorica ad Erennio, ci insegna che se il padre di famiglia moriva intestato, il suo patrimonio (familia et pecunia) andava agli agnati e ai gentili. Nè questo concetto della gens e della gentilitas si spense coi Romani, ma perdurò anche nel medioevo, che della tradizione latina aveva conservata più che non si creda dai fautori del germanismo. Coppo Stefani nella sua Cronica, parlando dei grandi che sostenevano il conte Guido Novello vicario imperiale, aggiunge così chiamavano li gentili. E Dante, nella fiera esortazione ad Alberto imperatore, esclama:
Vien crudel, vieni, e vedi la pressura
Dei tuoi gentili....
E parlando della discendenza delle case nobili antiche la chiama gente. Così dei Malaspini di Lunigiana, dice: