Che vostra gente onrata non si sfregia:
e deplorando la decadenza dei Traversari e degli Anastagi
Che l'una gente e l'altra è diretata.
Così pare evidente che prima assai della fara germanica, gli Italiani latini ebbero la gens romana, con significato presso a poco eguale ma con effetti meno assurdi e più civili.
Ed ora, ripigliando la parola consorteria, derivata dal latino consors, che è dei tempi migliori della latinità, anche qui la romanità vince la barbarie. La definizione di consors, ci è data dai commentatori del diritto romano: consors significat dominii perticipem, et hii quibus talis communis est res, consortes appellantur. Nè il consorzio riguardava soltanto il dominio di una cosa comune a più, ma si estendeva anche ad altri oggetti; e si aveva il consors litis, munerum, petitionis, quasi eiusdem sortis, hoc est fortunæ, in omni vel in aliqua re. E nel diritto feudale passò la parola consortes a significare il signore e il vassallo, quasi eiusdem militiæ socii.
Non voglio moltiplicare citazioni, e, raccogliendo il pensiero in una sintesi conclusiva, a me pare che, data la costituzione germanica delle famiglie signorili nel medioevo, colla solidarietà di tutti nell'offesa e nella vendetta, si applicasse fra noi a queste famiglie il concetto tradizionale latino della gens, e si chiamassero pure con voce latina consorterie queste comunanze. Ond'è che nella consorteria, come in quasi tutti gli istituti del medioevo, c'è una mistura di elementi germanici e latini, senza prevalenza assoluta degli uni sugli altri, ma con tendenza manifesta a fare assorbire il più barbaro dal più civile, perchè la civiltà nuova, fino dai suoi primi albori, accennava a costituirsi con intendimenti essenzialmente latini.
Dai signori di feudi venuti ad abitare in Firenze si continuarono, quanto era possibile, le consuetudini della vita dei castelli. Dispregiatori di questo popolo di artigiani e di mercanti che li aveva cacciati dai luoghi ove eran nati, vivevano appartati nelle case, muniti di torri per la difesa e di logge per le radunate dei consorti. Le case una accanto all'altra impedivano vicinanze ostili ed incomode. Per avere un'idea del numero e della potenza delle consorterie dei grandi, rammenterò che in uno dei tanti tumulti popolari, i Bardi ebbero rovinate 22 case, e persero mobili per il valsente di molte migliaia di fiorini.
Nell'anno 1200 si contavano 75 famiglie che avevano torre. Le torri erano quadrate, alte dalle 120 alle 140 braccia, e si tenevano in condominio dalla consorteria. A questo condominio si dava sanzione con atto pubblico, assegnando a ciascun ramo della consorteria la sua parte, e si eleggevano uno o due dei consorti più provetti e autorevoli, come capi e conservatori della comune giurisdizione che la consorteria aveva sopra la torre. Il governo dello Stato non ebbe mai tanta forza da far demolire questi baluardi di prepotenza e strumenti di guerra civile, e soltanto assai tardi ordinò che fossero scapezzate di braccia 40.
Queste torri, oltre il nome della famiglia e della consorteria alla quale appartenevano, erano designate dal popolo con soprannomi forse imposti a scherno dall'ira delle guerre civili. Quella presso Badia ove si radunavano i Priori delle arti era detta la Castagna; quella dei Magalotti e dei Mancini presso San Firenze, la Pulce; quella dei Castellini da Castiglione presso Mercato Vecchio, la Lancia; quella presso il Bigallo, il Guardamorto; quella a pie' del Ponte Vecchio, del Leone; quella tra Borgo SS. Apostoli e Porta Rossa, la Basciagatta; e così di molte altre.
La loggia era una specie di piazza coperta, più o meno ornata, che si apriva sulla via pubblica in mezzo alle case dei consorti. Prima del 1200 erano 13 le famiglie che avevano loggia; e le loggie come le torri erano di condominio della consorteria. Servivano ai ritrovi festivi dei consorti, alle radunate per nozze e sepolture; ed alcuna aveva dinanzi uno sterrato usato per il maneggio dei cavalli. Fu anche preteso che fossero luoghi di asilo, e più volte i consorti respinsero gli esecutori della giustizia che volevano porvi il piede. Avevano il nome della consorteria, ma quella degli Adimari era chiamata la neghittosa. Della loggia degli Agolanti si diceva che lì non si faceva casaccia, cioè che lì non si concludevano matrimoni sconvenienti alla nobiltà dei signori. E nei matrimoni e nelle esequie la consorteria sfoggiava nelle loggie col lusso delle vesti che era segno di ricchezza e col numero dei consorti mostrava la sua potenza. Il Monaldi, nella sua Cronaca, descrive le esequie che si fecero a Jacopo degli Alberti, e narra “che tutti i consorti e parenti stretti della casa comparvero vestiti a sanguigno, tutte le donne entrate e uscite di lor casa vestite a sanguigno, e molte famiglie, i servi e i garzoni a nero„. Chi diceva in Firenze famiglia di torre e loggia, intendeva quelle più illustri per antica nobiltà e per ampiezza di possessioni in contado.