Abbiamo detto fin qui delle consorterie del sangue che dipendevano dal fatto naturale dell'agnazione; altre però ve ne erano che si stringevano per carta, che è quanto dire per convenzione scritta, tra famiglie alle quali mancava il nesso del comune stipite. In queste però sembra che rimanesse distinto il nome e l'arma dei consorti. Altro genere di consorterie eran quelle che si concludevano per esercizio di mercatura e singolarmente per i banchi di cambio, sebbene queste prendessero il nome più proprio di compagnie. Vi erano finalmente le consorterie degli uffici, e ce ne dà esempio la istituzione dei Priori delle arti, che fu la prima forma popolare del governo del Comune. Per dare stabilità e forma a questa istituzione, si volle che il priorato fosse una consorteria di libertà, vale a dire che i Priori fossero solidali nei loro atti ed obbligati tutti uno per l'altro; e questo trovato mostra come allora della responsabilità politica non si avesse altro concetto che quello che risultava dalla consorteria.

Le consorterie avevano durata indefinita, perchè il vincolo del sangue durava sempre; ma quando la casata si era assai accresciuta di famiglie consorti, quella di essa che si sentisse forte, e volesse farsi grande per fatti propri, si staccava dalla consorteria, e prendeva nome ed arme propria. Ma così le consorterie non scemavano ma si moltiplicavano. Quando poi per levare gli uffici pubblici alla parte avversa, si cominciò ad ammonire, cioè a dar divieto a persone ed a consorterie di potere esercitare certi uffici, qualche famiglia e non pochi cittadini dichiararono al Potestà di rinunziare alla consorteria a cui appartenevano, e così tornavano abili alle magistrature da loro ambite.

Nel 1337 quando il Comune di Firenze ebbe Arezzo, fece larghi patti ai conti Tarlati di Pietramala ed ai loro consorti. Concesse a tutti la cittadinanza di Firenze, promise la difesa dei loro castelli, consentì che tenessero armati fino a 90 famigli, distribuiti fra i consorti, prout placuit Domino Petro. Il Comune gli promette 32 paghe per 32 militi a cavallo italiani, e queste paghe il conte potrà dividere e distribuire fra i suoi consorti. Tutto questo per sicurezza personale dei conti Pietramala, giacchè il capitano preposto alla difesa d'Arezzo, doveva tener seco ducentos equites et ducentos pedites italianos, qui non sint de dicta civitate. Ed è questa la prima volta che trovo la parola italiani nei documenti di quel tempo.

La consorteria, come abbiam detto, era vincolo gentilizio tra le famiglie nobili e potenti, e il Borghini, nei Discorsi, dice che non esistevan tra la “gente bassa, perchè non hanno legame che li ristringa insieme, e fuor dei gradi vicinissimi, in poco tempo appena si riconoscono„. Non mi pare esatta questa affermazione, perchè quando negli ordinamenti di giustizia, rub. XVIII, si vieta ad un grande di comperare beni di un popolano venuti per condanna al Comune, prima di sentire i consorti del popolano si consortes habuerit, et si non habuerit, duo vel tres de proximioribus consanguineis, si riconosce che anche le famiglie popolane avevano e potevano avere consorteria.

Raramente, ma pur qualche volta, le consorterie si disfacevano per comando dell'autorità pubblica; come si rivela dallo Statuto di Siena, libro detto la catena, che annulla la consorteria dei Galeazzi, protetta dal duca di Milano, e vuole che ne sia tolta l'arme dentro quindici giorni, con la pena di scudi mille per chi contro facesse.

Le questioni sulla consorteria si portavano ai tribunali ed erano decise dai magistrati. Nel 1453 le due famiglie Capponi e Vettori, ricorsero di comune accordo ai tribunali, acciò dichiarassero che non v'era tra loro nessun vincolo di consorteria, per non aver divieto agli uffici della Repubblica. Si allegava che le due famiglie non avevano avuto interessi comuni altro che di mercatura fino dal 1314, e che non avevano mai tenuto a briga insieme. A ciò si opponeva la pubblica opinione che le aveva sempre riconosciute come consorti, e l'arme comune che si vedeva in certe sepolture di San Jacopo sopr'Arno, e che si vede ancora.

I giudici sentenziarono che i Capponi e i Vettori non erano di presente, nè erano mai stati consorti, ma poi, con manifesta contraddizione, mantennero alle due famiglie il divieto dei tre uffici maggiori, gonfaloniere, priore e collegi.

Invoco l'indulgenza di chi mi ascolta per questo tritume di erudizioni storiche; ma in parte è colpa dell'argomento mal definito dai cronisti del tempo; che non si può illustrare altrimenti che raccogliendo fatti minuti dalle carte antiche per trarne qualche conclusione che sia di lume alla storia.

Come abbiam visto, l'aristocrazia feudale si era quasi tutta rassegnata a vivere in città; e chiusa in palagi muniti, rafforzata con la consorteria, stava in mezzo ad un popolo libero come nemica. Voleva soprastare negli uffici maggiori del Comune, e quando non riusciva con le male arti, ricorreva alla violenza. Erano due razze diverse costrette a vivere sullo stesso terreno, con istinti e passioni non pur diverse ma contrarie. Le fazioni dei guelfi e dei ghibellini rinforzarono questa divisione, e diedero un nome e una bandiera alle parti che già esistevano. Tutto questo ci conduce a dubitare della sentenza del Balbo, il quale ritiene che, dopo la pace di Costanza, la fusione delle razze in Italia fosse fatta, e l'unità morale della nazione ormai costituita. Per compire questa fusione e questa unità ci vollero i secoli della servitù domestica e straniera, la quale, pesando su tutti, fece scordare, nei comuni dolori e nelle comuni umiliazioni, le antiche divisioni d'origine e di sangue.

Le fazioni dei guelfi e dei ghibellini più che odii di famiglia erano un portato del tempo. La gran contesa tra l'Impero e la Chiesa che divideva il mondo d'allora, sotto forme diverse divideva le città, i contadi, le famiglie. Coll'Impero stavano tutti i signori di feudi, tutta l'aristocrazia che aveva antichità di nome e di ricchezza, sia per affinità di razza, sia perchè nell'Imperatore riconosceva il suo capo naturale, come quello dal quale venivano le investiture. Colla Chiesa stavano i popoli di recente costituiti a Comune, che avevano tradizioni latine, e che nel Papa riverivano il capo della loro fede, il fautore e il difensore della loro libertà. Il Comune di Firenze nacque naturalmente guelfo, perchè il popolo vecchio che lo costituì era di spiriti latini e di molto sentimento religioso. Sulla religione dei ghibellini, c'era molto da dire, e ne sia prova Guido Cavalcanti.