I guelfi di Firenze, dopo la vittoria di Campaldino, ebbero in mano il governo del Comune per parecchi anni. I ghibellini tentarono più volte di rilevare il capo come partito politico, facendo testa agli Uberti che erano i più potenti; ma il popolo li ributtò sempre, e nel 1251 ne cacciò dalla città i caporali, e poi nel 1258, abbattute le case degli Uberti presso il Palagio, li bandì tutti; e fu questo il primo esempio dell'esilio di tutta una parte. Allora i ghibellini si raccolsero a Siena, e aiutati dal re Manfredi che mandò loro il conte Giordano con buona mano di Tedeschi, vinsero nel 1260 a Montaperti. I guelfi, decimati da quella sconfitta, si ritrassero volontariamente a Lucca, senza aspettare la vendetta dei vincitori.

E le vendette pur troppo arrivarono pronte e terribili. Rientrati i ghibellini, manomisero le proprietà dei guelfi, case rovinate in città, possessioni devastate in contado; tanta ira di distruzione non si era mai vista. I Pazzi di Valdarno tentarono di riattaccare alla gleba i contadini, che il Comune aveva emancipato. Ma questa baldanza durò pochi anni. Rotto e morto il re Manfredi a Benevento, la fortuna dei ghibellini cominciò a declinare, e i guelfi, aiutati da Carlo d'Angiò, ripresero animo; e cacciato da Firenze il conte Guido Novello, vicario imperiale, ebbero soli il governo del Comune. I ghibellini impauriti uscirono dalla città, ed il governo guelfo si impadronì di tutti i loro beni e ne fece una massa che divise in tre parti: ed una ne assegnò al Comune; una ne diede ai suoi per risarcimento dei danni patiti; della terza fece il patrimonio della parte. E questo fu l'atto più audace e più astuto che i guelfi consumassero contro i loro avversari; rappresaglia crudele dei mali sofferti e mezzo efficacissimo per mantenersi in mano il potere.

Intanto il reggimento del Comune si faceva sempre più popolare. Il vicario del re Carlo aveva instaurato il governo dei Buonuomini, al quale si sostituì nel 1282 quello più largo dei Priori delle arti. Assicurato così il dominio della parte guelfa nel Comune per l'abbassamento dei ghibellini, le lotte interne non ebbero più il colore politico, e si combatterono unicamente tra la parte aristocratica e la popolare. Non è più quistione d'Impero o di Chiesa, ma di grandi e di popolo.

E contro i grandi o magnati, come allora si diceva, cominciarono quelle leggi d'odio e di rancore che il popolo, memore delle antiche offese, chiamava di giustizia. Nel 1285 si impose alle famiglie dei grandi di città e del contado di dare malleveria pecuniaria al Comune per tutti i malefizi che si potevano commettere dai loro componenti maschi maggiori di età; e non si creda che queste leggi ferissero pochi; poichè il Buoninsegni ci dice che nel 1338, erano 1500 i nobili che sodavano, cioè davano garanzia per grandi al Comune. Finalmente nel 1292 si proposero da Giano della Bella e si vinsero nei Collegi gli ordinamenti di giustizia. Giano della Bella di buona famiglia ed antico popolano era in quel tempo il maggior cittadino di Firenze, così scrive Coppo Stefani, e veramente egli è rimasto nella storia di Firenze una delle più nobili figure. Egli era dei Priori nel 1293, e, per la difesa della parte popolare e per contenere i grandi senza rispetto al colore politico, fece passare gli ordinamenti che furono una legge d'eccezione contro l'aristocrazia, non domata dalle battiture precedenti. Le disposizioni di questa legge sono contrarie ad ogni principio di giustizia, ed apparisce chiaramente che questa era un'arma di guerra in mano ad una fazione che voleva abbattere gli avversari. Le consorterie furono attaccate nel loro principio, ed ove era la solidarietà dell'offesa e della vendetta, si pose la solidarietà della pena. La famiglia e la consorteria pagavano per maleficio dell'uomo. Alla casa dell'esecutore era una cassetta dove ognuno poteva deporre accuse contro i grandi; ogni otto giorni si apriva, e sulle accuse trovate si faceva inquisizione. Per la prova del reato bastava un solo testimone de visu o due testimoni di pubblica voce e fama. Contro la procedura non si ammettono eccezioni. Il potestà deve dare sentenza dentro cinque giorni, e le sentenze sono inappellabili. Le pene in gran parte pecuniarie sono gravissime; vietato l'accatto dei partigiani per mettere insieme la somma. Per l'uccisione di un popolano, condanna nel capo e devastazione dei beni, che, devastati, cedono al Comune. Per ferite gravi, se si può aver il reo, gli si recida una mano, se è fuggito, paghi la famiglia e la consorteria 2000 lire; per ferite lievi 1000 per ferita.

A fare eseguire gli ordinamenti, si istituì il Gonfaloniere di giustizia, con 1000 popolani armati al suo comando. Quando succedeva un malefizio, si suonava la campana a martello e l'Esecutore andava con buona mano di gente armata a casa del colpevole e la faceva abbattere fino alle fondamenta. Queste ed altre feroci disposizioni, ora aggravate, ora mitigate secondo i tempi, si leggono nel testo degli ordinamenti di giustizia, che furono la legge di più lunga durata che avesse la Repubblica fiorentina, giacchè erano in parte sempre in vigore quando fu spenta.

Che pace e che tranquillo vivere potessero portare alle città questi ordinamenti che pur si dicevano fatti a quel fine, è facile immaginare. I grandi male potevano tollerare quella oppressione ed empirono la città di tumulti; nei quali soffiavano i popolani grassi, come li chiamavano, cioè quelli che nella mercatura avevano fatto ricchezze e che avevan seguito nel popolo. Già trapelavano le ambizioni di questa classe di cittadini, che invidiava il nome e la grandigia delle famiglie dei magnati, e ad esse si accostava quando poteva farlo senza pericolo. Ma se si veniva alle mani, allora erano col popolo per dividere con lui i frutti della vittoria. Così in uno dei tanti tumulti di questi tempi, avendo il popolo assalito le case asserragliate dei Frescobaldi nei Fondacci di S. Spirito, nè potendosi dagli assalitori venire a capo di espugnarle, i Capponi che avevano le case accosto, ruppero il muro comune, e lasciarono che il popolo, passando per quella rottura, prendesse i Frescobaldi alle spalle e li cacciasse. L'uomo di maggior conto che tenesse il campo in quelle opposizioni armate dell'aristocrazia magnatizia, fu senza fallo Corso Donati, guelfo, di poca ricchezza, ma capo d'una consorteria numerosa potente. Natura fiera e superba, egli presenta il tipo di quei nobili violenti, avvezzi a farsi ragione colle armi, che non sapevano rassegnarsi ad esser comandati da gente minuta in farsetto. Di lui dice lo Stefani, “che aveva gran seguito e grande grandigia, e che, per gli ordinamenti di giustizia, non poteva esser grande quanto gli pareva di meritare„.

Ucciso nel 1308 Corso Donati, non per questo cessarono le offese e le vendette. I popolani, armati degli ordinamenti di giustizia, adoperarono quest'arma senza misericordia. Poco sangue si sparse, ma un gran numero di famiglie andarono in rovina, consumate dalle condanne o pene pecuniarie esorbitanti. Gli ordinamenti, come abbiam visto, avevano per fine di escludere i grandi dagli uffici del Comune, di disfare le consorterie dando divieti ai consorti e facendoli solidali nelle pene; e di difendere i popolani dai soprusi dei grandi. Questi fini furono raggiunti, ma, coll'escludere un'intera classe di cittadini dal governo, e metterla fuori dal diritto comune nelle pene, si perpetuarono le discordie e gli scandali. Eppure, quando quelle leggi furono proposte, da alcuni buoni mercatanti ed artefici desiderosi di vivere in pace, dei quali fu caporale Giano della Bella, come dice il Buoninsegni, se ne sperava una gran bene. Coppo Stefani peraltro meglio avveduto dice che ogni male di Firenze è proceduto dal volere gli uffici, e poi avuti, ciascuno a volerle per sè tutti e cacciarne il compagno.... Sotto colore di Guelfi si sono ammoniti uomini detti Ghibellini, non per altro fine che per avere per sè gli uffici; e si è trovato l'ammonire e il confinare, e il porre a sedere, e il divieto degli uffici.

I nobili, stanchi di questa oppressione, e delle leggi iniquie fatte a lor danno, e la parte popolare desiderosa di crescere favore a sè stessa togliendolo agli avversari, condussero alcune famiglie potenti a farsi popolari, e furono come tali ricevute dal Comune, a patto che rinunziassero alle loro consorterie, e mutassero il nome e l'arme. Queste condizioni per casate antiche, orgogliose del loro nome, erano umilianti, ma di poco effetto, quando la consorteria continuava a sussistere nelle famiglie che restavano dei grandi. Anche nelle armi e nel nome si fece poca mutazione; come può vedersi da queste famiglie che tolgo da lunghi elenchi. Gli Agli presero il nome di Scalogni, i Tornaquinci quello di Tornabuoni, i Mannelli quello di Pontigiani, perchè avevano le case a Pontevecchio, i Cavalcanti quello di Cavallereschi, i Bostichi quello di Buonantichi. E come per grazia i grandi potevano essere fatti popolani, così per pena questi si facevano dei grandi, per colpirli con le ammonizioni e coi divieti.

Gli ordinamenti di giustizia durarono in pieno vigore fino al Duca di Atene, che non li abrogò ma li applicava a capriccio. Dopo la cacciata di lui, furono ravvivati, e inaspriti sotto il governo dei Ciompi, ultima espressione della democrazia fiorentina. Nel governo degli ottimati, che successe ai Ciompi, furono assai mitigati secondo i tempi, ma nessun governo osò mai di abolirli, perchè il popolo non lo avrebbe consentito, considerandoli come la carta delle sue libertà. Quando a Roma Cola di Rienzo voleva restaurare la repubblica, chiese al Comune di Firenze le leggi con le quali si governava, ed il Comune gli mandò gli ordinamenti, che a nulla valsero per il tribuno; il quale se aveva a Roma la baronia feudale come a Firenze, non aveva il popolo risoluto a conquiderla e a renderla impotente.

Sotto le ferree disposizioni degli ordinamenti, anche le consorterie a poco a poco piegarono, e dopo essere state la forza dei grandi nella lotta coi popolani, rimasero poco più che un legame tradizionale di famiglia, che poi si sciolse col tempo. Ed infatti questo arnese di guerra civile, potente finchè durò la lotta di due principii, non ebbe più valore, quando, annientata la fazione feudale, la contesa si ridusse alla supremazia di famiglie appartenenti a quel popolo grasso che era rimasto incolume sul campo, pronto a dividersi le spoglie dei vinti.