Nè altro senso hanno le discordie che si videro nei tempi susseguenti tra gli Albizzi, gli Strozzi, gli Alberti, i Ricci e i Medici. Era questione di sapere quale di queste famiglie sarebbe stata la famiglia principe che avrebbe dominato sulle altre; il popolo aveva cessato di essere attore, ed era divenuto strumento delle private ambizioni.

Quando si pensa che le agitazioni e i tumulti nei quali stette il Comune di Firenze per quasi tre secoli, furono il periodo storico per lui più glorioso, una grande ammirazione ci prende per la fortezza di quegli uomini, i quali, fra gli orrori della guerra civile, sapevano arricchire coi loro commerci, innalzare monumenti d'arte che le pacifiche età susseguenti non hanno saputo emulare, e attendere alle arti e agli studi preparando il Rinascimento. Non si può fare paragone di quei tempi coi nostri, nè pronunziare giudizi di confronto che sarebbero temerari. Quello che si può dire, senza fallo, è che i caratteri si formavano a quella rude scuola, e che la fortezza dell'animo era sempre maggiore delle sventure. La vita allora tra la guerra, le condanne e gli esigli, sicuramente era dura, ma non trovo che nessuno si uccidesse per uscirne. Il suicidio è quasi ignoto nel medioevo. Grande era in quegli uomini la virtù del sopportare; e se Dante scrisse fra i dolori dell'esiglio il suo divino poema, mille altri minori di lui ed anche di povero ingegno, si aiutarono come poterono ad uscire da quella stretta senza mai disperare di nulla.

Nella storia fiorentina l'ammirazione di noi posteri, è tutta per quel popolo pieno d'ingegno e di coraggio che instaura nel Comune la sua libertà e la difende contro tutti. Ma per essere giusti convien dire che anche in quell'aristocrazia feudale era gran forza di resistenza, e nature d'uomini gagliarde e fieri caratteri; e se la parte popolare avesse saputo ammansirli e dar loro un posto nell'assetto del Comune, forse ne avrebbe cavato una milizia formidabile nelle guerre esterne, e la Repubblica non sarebbe caduta in mano dei capitani di ventura che furono la peste d'Italia. Ma i fiorentini mercanti aborrivano dalle armi, e le domestiche credevano pericolose per la libertà, mentre avevano danari per pagare le mercenarie.

Fatta questa riserva, noi dobbiamo essere riconoscenti a questo popolo che al principio del secolo XIII, costituiva il Comune libero, scioglieva i vassalli dal vincolo feudale, emancipava i servi dalla gleba, ed abbatteva l'aristocrazia feudale compiendo quel riconoscimento dei diritti umani, che altrove si fece, ed a qual prezzo! parecchi secoli dopo. La Toscana deve a questa prima infusione di democrazia, quel sentimento di libertà e di eguaglianza civile, che si innestò alle sue tradizioni e che rimase nei suoi costumi, più forte della mutria spagnuola portata dai Medici. Ed anche ai tempi nostri, in mezzo alle utopie dei socialisti che agitano la moltitudine pasciuta di folli speranze, noi possiamo mostrare con orgoglio, come prodotto di quell'epoca memorabile la mezzeria, che ha resistito a tutte le vicende, e che è anch'oggi l'unica soluzione pratica, non imposta da leggi, non escogitata dai filosofi, ma figlia del buon senso dei nostri maggiori, della questione eterna del capitale e del lavoro della terra, che all'Irlanda costa lacrime e sangue.

Con questi precedenti storici, la Toscana si trovò bene apparecchiata alle riforme civili alla metà del secolo XVIII; tantochè quando più tardi la libertà ci fu portata di fuori con apparato di parole magnifiche, i Francesi, che si annunziavano come liberatori, videro con stupore che noi godevamo pacificamente, già da tempo, quelle che essi chiamavano le nuove conquiste del secolo.

E poichè anche la storia ha le sue antitesi, noterò, per conchiudere queste parole già soverchie alla vostra cortese attenzione, che, nel tempo stesso che a Firenze si costituiva il governo popolare, a Venezia il Gradenigo chiudeva il gran Consiglio. Così, accanto ad una repubblica democratica, sorgeva in Italia la più potente oligarchia che sia stata al mondo. Quale dei due Stati meglio provvedesse alle sue sorti future, lo dice la storia. A Firenze la libertà morì oppressa dalle armi straniere, dopo aver combattuto le ultime battaglie col Ferruccio, con Dante da Castiglione, con Stefano Colonna; Venezia si spense per impotenza senile, senza che un braccio si levasse a difenderla e a darle almeno la dignità del morire.

SVEVI E ANGIOINI

DI
ERNESTO MASI

Se, pigliando alla lettera il tema assegnatomi, avessi a narrarvi per filo e per segno i fatti compresi sotto i due nomi di Svevi ed Angioini, dovrei, pur non oltrepassando il secolo XIV, narrarvi per lo meno un dugento quarant'anni di storia. Che se poi, dopo avervi mostrata intiera la parabola storica, ascendente e discendente, della dinastia Sveva, volessi fare altrettanto per l'Angioina, seguendola fino al tempo che, morta la seconda Giovanna, finisce con essa la linea principale della Casa d'Angiò, e nella monarchia dell'Italia meridionale le sottentra con Alfonso il magnanimo la dinastia Aragonese, dovrei, a dir poco, narrarvi più di trecent'anni di storia, e di quale storia! Della più varia, più complicata, più intricata anzi di tutto il nostro Medio Evo; trecento e più anni, nei quali tutte le instituzioni, che compongono la tela del terribile dramma, fanno l'estremo di lor prove, si svolgono, si combattono, vincono, sono vinte, e dopo avere nei loro contrasti perpetui, nelle loro antitesi inconciliabili mandati a male, non dirò i possibili tentativi, ma le meno utopistiche occasioni d'una qualsiasi ricostituzione nazionale, consumano tutta la vita politica italiana, compiono un intiero ciclo di storia e con esso ancora un intiero ciclo di civiltà, che d'italiana si trasforma in mondiale, e dà luogo ad una mutazione così profonda, che, come evoluzione civile, torna bensì col Rinascimento a beneficio di tutti, ma, come vicenda di storia, si chiude nella catastrofe politica dell'Italia medievale, destinata, com'altri disse, a morir sola per la salvezza di tutti.

Non vi spaventate, o signore, di tale orribile ampiezza di disegno. Sarò al possibile misericordioso e con voi e con me. Il Tommasèo consigliava di studiare la storia per circoli concentrici e sempre allargantisi, vale a dire sempre più comprensivi di un maggior numero di particolari. Per questa volta converrà invertire il metodo proposto dal Tommasèo, e dai circoli esteriori e più larghi venir dritto ai più interni e più ristretti, scegliendo, fra tanta congerie di fatti e tanta ressa di personaggi storici di capitale importanza, quelli che sono più spiccatamente caratteristici dei varii periodi che dobbiamo percorrere; quelli che più ci giovino quindi, se non a penetrare, ad intendere alquanto il mistero di quella torbida vita italiana dei secoli XIII e XIV e che più s'attengano come sfondo di quadro storico e come fonte d'inspirazione ai sentimenti, ai pensieri, alle creazioni d'arte del triumvirato toscano, le cui opere immortali fecero di Firenze la vera Roma del Medio Evo e sono quest'anno il principale soggetto di queste conferenze.