Anche per scegliere però c'è di troppo, e a persuadervene vi basti ricordare quanti e quali fatti, fra quelli soltanto di ordine più generale, sono coinvolti nel destino della dinastia Sveva e dell'Angioina: la seconda e terza lotta fra il Papato e l'Impero, le quattro ultime Crociate, la prima e la seconda Lega Lombarda, l'apogèo della teocrazia con Innocenzo III e la sua decadenza con Bonifazio VIII, il tentativo di Federico Barbarossa d'imporre all'Italia la sovranità tedesca e quello di Federico II di far dell'Italia il centro e la sede d'un nuovo Impero, la monarchia dell'Italia meridionale congiunta all'Impero e poi separatane per sempre per la tenace e implacabile politica dei Papi, l'espansione italiana dei tre primi Angioini di Napoli e la decadenza della dinastia iniziata dal Vespro Siciliano, il Comune finalmente, che nell'Italia superiore sostiene contro l'Impero con federazioni transitorie i diritti penosamente conquistati, pur non cessando mai un momento le proprie lotte interiori di Guelfi e di Ghibellini, e coi podestà e coi capi militari inclinando ben presto a signoria, mentre in Firenze invece, nel Comune più tardivo a svolgersi, ma straziato esso pure dalle medesime lotte interiori, la parte popolare sormonta, e, superata la forza dell'Impero, vinte le insidie papali e francesi, esplica tutte le sue potenze fino alle più tiranniche e diviene il tipo del Comune guelfo e democratico, sicchè dir Parte Guelfa e dir Comune di Firenze è tutt'uno.

Questi i fatti, ripeto, di ordine più generale, e non son tutti. Dei personaggi non parlo. Sono tutti gli attori della Divina Commedia, che, sparsi e variamente atteggiati, incontrate qua e là nelle bolgie d'inferno, sul monte del Purgatorio, nei nove cieli tolemaici del Paradiso, perchè la Divina Commedia è principalmente lo specchio della vita politica dell'Italia nel tempo di cui ci occupiamo; la Divina Commedia si profonda anzi talmente nel più fitto baratro delle lotte contemporanee e soprattutto fiorentine, che quanto è ad esse estraneo quasi non vi trova luogo, e di certi fatti, che pur sono grandissimi, di certi personaggi, che pur sono famosi, di certe città, illustri nella storia, Dante non parla o vi accenna appena. Non saprei spiegarmi in altro modo certi silenzi d'un poema storico per eccellenza, qual è quello di Dante. Di Venezia, ad esempio, che, come sapete, rimane fuori dalla lotta delle fazioni italiane, nulla dice. Federico Barbarossa è nominato appena con una parola incerta fra la stima e l'ironia. Di Enrico VI nulla. Di Federico II in persona il nome soltanto fra gli eresiarchi ed altri, poi parla di lui per ricordo. E tutti e tre questi Svevi chiama i tre venti, i tre uragani, come pare che debba intendersi, i quali hanno sconvolto il mondo, e non più. E tant'altri potrei accennare di questi silenzi e di queste reticenze dantesche. Ma se poco dice dei primi Svevi, non è così degli ultimi, non è così degli Angioini, più strettamente collegati alle fortune del Comune di Firenze; sicchè, scegliendo solo fra i personaggi della storia quelli che entrano nel poema dantesco, potremmo conoscerli, se non tutti, quelli, almeno, che importa più di conoscere. E le figure che vi atterriscono nella Divina Commedia, quelle pure che son nominate ad ogni momento e quasi con riverente terrore nel Novellino, vecchia raccolta d'indole ben più umile e popolare, vi fanno ridere nel Decamerone e nelle novelle di Franco Sacchetti, e tuttavia sono press'a poco le stesse; ma sotto la celia comica del Boccaccio e del Sacchetti si vede già che la solennità tragica delle grandi lotte italiane sta per dissolversi, si vede già che nel periodo di storia, il quale comprende gli Svevi e gli Angioini, si viene compiendo la trasformazione della società medievale in moderna, tant'è che la modernità già si mostra coi rosei bagliori dell'alba nel Petrarca, il quale libera dai veli e dalle oscurità del Medio Evo la scienza, la donna, l'amore; sebbene poi, allorchè vagheggia, come uomo politico, un rimedio all'anarchia italiana, esso pure non sappia trovarlo che nel passato, nel concetto cioè universale di Roma e d'Impero, ed il suo pensiero si riscontri anzi quasi identico a quello che cent'anni prima ferveva nella mente di Federico II. Quanto v'ha di nuovo e di profetico nell'opera sua forse sfugge al Petrarca, perchè i contemporanei ignorano il senso storico dei propri atti. Nella letteratura stessa, quando è più prossima l'evoluzione del Rinascimento, Franco Sacchetti, morto il Petrarca nel 1374, morto il Boccaccio un anno dopo, crede tutto finito e sclama disperato:

Or è mancata ogni poesia,

La stagione è rivolta,

Se tornerà, non so, ma credo tardi;

e ciò quasi al momento stesso che fra la morte di Roberto d'Angiò e quella delle sue due figliuole, Giovanna I di Napoli e Maria di Durazzo, tra il 1343 e il 1382, la fortuna degli Angioini s'avvia alla sua estrema ruina.

Quantunque precedente in ordine di tempo ai due secoli, che più specialmente ci sono assegnati, mi sarebbe impossibile parlarvi degli Svevi e non prender le mosse almeno da Federico Barbarossa. Quando nel 1154, eletto già da due anni Imperatore, egli discese per la prima volta in Italia, da diciassette anni niun esercito tedesco avea più varcate le Alpi. Come trovava Federico l'Italia, e che cosa voleva esso in Italia? Quel che voleva è presto detto: ricostituire i diritti del regno tedesco sull'Italia come al tempo d'Ottone I. Quel che trovava è un po' più lungo a dire, ma mostra appunto la difficoltà dell'impresa, a cui s'accingeva, perocchè i Comuni dell'antico regno longobardo hanno ormai abbattute le instituzioni del tempo degli Imperatori Sassoni, si sono ormai messi al posto dei feudatari e riconoscono bensì l'autorità imperiale, ma ne contrastano l'esercizio ogni volta che lo giudicano contrario alle loro buone consuetudini, che nel linguaggio del tempo valgono come diritti.

Nel resto d'Italia (e poichè a parlar di Firenze è ancor presto) Federico trovava la monarchia meridionale, che alle pretensioni dell'Impero, se ne ha, oppone l'alta sovranità del Papa; trovava il Papa, che alla sua volta vanta sull'Italia e sul mondo un diritto superiore a quello dell'Imperatore. Tuttociò indica che un gran mutamento è avvenuto nei Comuni, nell'Impero, nel Papato stesso, il qual è ben lontano ancora dall'avere raggiunto tutta la sua grandezza; ma esso pure, nel momento che Federico scende per la prima volta in Italia, è travagliato interiormente da avverse tendenze, da tendenze filosofiche trascendenti a razionaliste, da tendenze mistiche, che vogliono rivocarlo alla povertà dell'Evangelo, alla separazione dei due poteri, e queste, uscite dalle scuole francesi d'Abelardo, vengono ad assalirlo con Arnaldo da Brescia nella stessa sua Roma. Non per questo il Papa è disposto a transigere coll'Imperatore e occorrendo si associerà ad ogni suo avversario. Che cosa farà Federico? Sotto la guida di lui, scrive Giacomo Bryce nel suo bel libro sul Sacro Impero Romano, il potere transalpino compì il massimo de' suoi sforzi per soggiogare i due antagonisti, che allora lo minacciavano ed erano all'ultimo destinati a distruggerlo: il Papato e quella che, con espressione poco esatta, lo stesso Bryce chiama la nazionalità italiana. A tal fine, approfittando delle feroci discordie comunali, Federico cercherà di opporre i Comuni minori ai maggiori, il contado alle città prepotenti, ma in questo non riescirà che a mezzo, perchè pochi Comuni si uniranno a lui insieme coi feudatari (i discendenti degli antichi invasori barbari) e gli altri Comuni si stringeranno insieme contro di lui, salvo a straziarsi di nuovo in appresso gli uni cogli altri. Peggio è che i propositi dell'Imperatore non si limitano a sottomettere i Comuni. Vuol sottomesso anche il Papa; vuol tornare anche più addietro del concordato di Worms del 1122; non pace, ma tregua, che fu, colla quale però si chiuse la prima lotta fra l'Impero e il Papato. Ora è fatale che questa lotta si riaccenda e spinga il Papato ad associarsi ai Comuni. Non divamperà subito. L'Imperatore vuol essere coronato a Roma e il prezzo di tale concessione è la vita d'Arnaldo. Di fatto Arnaldo può ben essere per noi un eroe, un precursore, un profeta, ma che cos'era e poteva essere per Federico? Meno di nulla, e fu immolato. E che cos'era per Federico quella Repubblica, allora proclamata in Roma, quella Repubblica colle sue strambe pretensioni classiche di concedere per gran grazia all'Imperatore i diritti del popolo romano; di ospite, come dicevano, farlo cittadino, di straniero, farlo principe? — “Ma che linguaggio è codesto? (è naturale che Federico rispondesse). Sono ombre di morti che parlano o sono pazzi?„ — E la coronazione finì in una strage.

Sei volte l'Imperatore scese in Italia. Alla quarta la Lega Lombarda, che giurata già una prima volta a Bergamo, una seconda a Cremona, pigliò nome dal terzo giuramento di Pontida, è già costituita di venticinque città; bel moto, non d'indipendenza nazionale (che a chiamarlo così si commette un anacronismo ridicolo), ma bel moto nazionale ad ogni modo, stupenda riscossa latina, e che non ha riscontri nella nostra storia medievale. Alla quinta discesa Federico è sconfitto nella battaglia di Legnano il 29 maggio 1176. L'indomabile Imperatore piega dinanzi ad avversari degni di lui, un gran Papa, Alessandro III, una lega di città eroiche. Ma non chiediamo nè al Papa di pensare ad altro che al Papato, nè ai Comuni di perseverare nella Lega per costituire l'Italia in una federazione perpetua. Oibò! Ognuno ha combattuto colle idee del suo tempo, non con quelle di sei o sette secoli dopo. Se c'è un solo, che abbia mutato opinione, è il leale Imperatore, il quale s'avvede che dinanzi al Comune, dinanzi a questo feudatario nuovo, che nel suo regno d'Italia ha preso un posto così formidabile, è forza cedere e cede in realtà a Costanza nel 1183, benchè il Papa avesse già trattato per primo e da sè, e benchè la Lega Lombarda si fosse già a quest'ora disciolta. Ad ogni modo, ripeto, la prima Lega Lombarda, Pontida, Legnano sono certamente le più grandiose ed epiche pagine del nostro risorgimento comunale nel Medio Evo. Quali che siano i fini della lotta, v'ha Italiani contro stranieri e la lotta è santa, giusta, gloriosa. Ma v'ha ancora Italiani alleati dell'Imperatore e ciò in forza delle condizioni e delle divisioni storiche d'allora, che non si possono giudicare coi sentimenti dei nostri giorni. Bisogna guardarsi dal recare idee d'altro tempo in questi conflitti, altrimenti si rischia di non capirci più nulla; bisogna guardarsi dal quarantotteggiare (permettetemi la parola) anche nella storia, come quando dir Pio IX e Alessandro III, imperatore d'Austria e Barbarossa, Goito e Legnano pareva che fosse tutt'uno e che non facesse una piega.

Ad un ultimo fatto della storia di Federico Barbarossa mi conviene accennare, ad un ultimo fatto, che ha conseguenze d'estrema importanza. Quella Milano, ch'egli ha combattuto con tanto accanimento, quella Milano, ch'egli ha umiliata, distrutta, rasa al suolo e che nondimeno l'ha vinto, è divenuta ora la prediletta di quel grand'animo di soldato e di cavaliere, e la ricolma de' suoi favori, e vi celebra, per farle onore, le nozze di suo figlio Enrico VI con Costanza, l'erede del trono normanno di Sicilia, le quali nozze danno agli Svevi un diritto di successione alla monarchia meridionale, nei tempo stesso che gli Svevi cercano di rendere ereditaria nella loro casa la corona imperiale. Per tal guisa diventa possibile l'eventuale unione dell'Impero e della monarchia meridionale italiana; per tal guisa alla lotta perpetua di preminenza fra l'Impero e il Papato, s'aggiunge un altro argomento, e più aspro, di nuovi dissidi; per tal guisa il destino di casa Sveva è più che mai stretto, vincolato indissolubilmente all'Italia. Il caso volle che di tuttociò si vedessero ben presto gli effetti, perocchè presa da Saladino Gerusalemme e commosso di tanta perdita tutto il mondo cristiano, il vecchio imperatore Federico, che già da giovinetto avea presa la croce, volle finire da crociato la gloriosa sua vita e la finì non in battaglia, combattendo, ma tragittando un fiumiciattolo, che lo strascinò nella sua corrente e l'affogò. Strano ludibrio di destino, che parve allora all'ingenua fantasia dei contemporanei in tal contrasto, in tale sproporzione, dirò meglio, coll'epica figura di quest'eroe nazionale tedesco, di questo fulmine di guerra, uscito vivo da tante battaglie, di questo Ildebrando imperiale, come il Bryce lo chiama, ultimo forse ad avere schietto e splendente nell'animo il concetto dell'origine divina della sua potestà universale, a considerarsi secondo la conferma, che al suo concetto porsero i grandi giuristi bolognesi, padrone del mondo, fonte della legge, incarnazione del diritto e della giustizia, che alla sua morte non si volle credere, e Barbarossa trapassò nella leggenda e nella poesia come il mito perpetuo e sempre aspettato del Sacro Impero, come il vendicatore millenario, che tornerà nel giorno assegnato dal destino per castigare i nemici dell'Impero e della Germania. L'Imperatore non è morto (canta la vecchia ballata, che potete vedere riprodotta sino ai giorni nostri nei versi del Rückert, dell'Heine, del Geibel), l'Imperatore non è che addormentato coi suoi cavalieri in una caverna inaccessibile dell'Untersberg, aspettando l'ora che i corvi abbiano finito di svolazzare intorno alla cima del monte e il pero nano di fiorire giù nella valle, per ricomparire alla testa de' suoi crociati e riportare alla sempre giovane Germania dalle bionde chiome l'èra della pace, della forza e dell'unità.