C'è che ire però prima che il misterioso vaticinio si compia. Ma non è lontano il tempo, che un altro successore degno del primo Federico, benchè con tutt'altri pensieri, si mostri sulla scena del mondo. Intanto il figlio di Barbarossa, Enrico VI, doma con selvaggia ferocia il regno tedesco, tutto sconvolto alla morte del padre, poi tenta due volte la conquista della Sicilia, spettantegli per diritto ereditario di sua moglie Costanza, e la seconda volta la prende e la tiene con così spietata crudeltà di governo, che viene in odio a tutti, alla stessa sua moglie, la quale movendo dalla Germania per partecipare ai trionfi del marito avea dato alla luce in Jesi un fanciullo, Federico II, che i contemporanei chiameranno poi stuporem mundi, la meraviglia del mondo. Ma tra la morte d'Enrico VI e l'anarchia, che le succede nel regno tedesco a cagione dell'Impero conteso tra Filippo di Svevia e Ottone di Brunswick, un altro gran Papa, il maggiore dopo Gregorio VII, è salito sulla cattedra di San Pietro, Innocenzo III, che la dottrina della supremazia papale formulerà con tal audacia teorica, e praticherà con tale ardimento, abilità e scaltrezza di politica, da doverlo considerare come l'ultimo dei grandi Papi del Medio Evo, e quegli che veramente chiude un'epoca della storia del Papato, siccome Federico II ne chiuderà e per sempre un'altra della storia dell'Impero. Dove non ha egli, Innocenzo III, distesa la sua mano?! Durante il suo papato le crociate, questo gran moto dell'Occidente sull'Oriente, questo gran moto inspirato, promosso, capitanato sempre dai Papi (anche quando trovansi fra i crociati i più potenti principi d'Europa), sta per cambiare carattere, perchè l'antico entusiasmo è sbollito, perchè la speculazione commerciale e politica (come chiaramente dimostra la quarta crociata, che piglia Costantinopoli e lascia
Il sepolcro di Cristo in man dei cani),
la speculazione commerciale e politica, dico, vi s'è infiltrata e prevale in sostanza all'inspirazione religiosa; ma Innocenzo III crea un'altra specie di crociata, quella contro gli eretici, gli Albigesi per primi, con che all'astratta supremazia papale surroga una ingerenza strana e nuovissima nel governo d'uno Stato europeo. Quanto alla Sicilia, Innocenzo III ha un concetto assai chiaro, che trasmetterà ai suoi successori: impedire che sia unita all'Impero con un solo sovrano, e vi persiste, nonostante che la vedova di Enrico VI abbia messo sotto la sua tutela l'erede diretto degli Svevi e della corona Normanna; vi persiste sino a che la necessità lo spinge ad opporre Federico II ad Ottone di Brunswick, a cui è riescito d'arraffare l'Impero. Allora credendo in poter suo costringere poi il suo pupillo a rinunciare alla Sicilia, Innocenzo III può dunque morire nella dolce illusione d'aver sottomesso il mondo al Papato. In quella vece il principio imperiale, civile, laico, che dir vogliate, è appunto allora che sta per reagire. È tristo a dirsi, signore mio, ma fra queste azioni e reazioni, fra questi corsi e ricorsi si travaglia continuamente la storia. È egli vero, che al di sotto di essi c'è, come crede il Gervinus, una corrente profonda, che avanza sempre e sempre procede? Speriamolo! Intanto la supremazia papale di Innocenzo III era un sogno, e quella dell'Impero, che un altro grand'uomo, Federico II, ritenta, sarà un sogno ancor essa!
Consideriamo Federico specialmente in relazione all'Italia, perchè al mio tema mi convien cercar limiti da ogni lato.
Dalla prima Lega Lombarda in poi s'hanno altri esempi e frequenti di leghe di Comuni, quella di San Donnino, quella di San Ginesio in Toscana, quella per aiutare Innocenzo III. È bensì vero che ne sono aiutati talvolta anche Ottone, anche Federico, e che si hanno altresì leghe di Comuni contro Comuni. Ma infine questa forma persiste. È forse essa che potrà riordinare stabilmente l'agitata vita dei Comuni italiani? Oibò! Le leghe sono uno spediente transitorio. Gli odii sopravvivono; lo strazio persiste; per le più futili cagioni i Comuni si combattono, ed una caricatura profondamente storica, nonostante i suoi anacronismi, è la Secchia Rapita del Tassoni, che tutti conoscono. Non basta! La lotta è anche dentro il Comune, permanente, indomabile, fra classe e classe, fra una contrada e l'altra, fra una casa e l'altra. Non importa contare le sette od ottomila guerre di Comuni, che ha noverato il Ferrari. Bastano i versi di Dante:
E l'un l'altro si rode
Di quei che un muro ed una fossa serra.
Come fa, ciò nonostante, a vivere il Comune? Eppure, non soltanto vive, ma oggi è guelfo, domani è ghibellino, a seconda che l'una o l'altra parte prevale, e nondimeno questo nocciolo centrale, quest'unità primitiva, che si chiama Comune, non si dissolve. Oh, vorrei ben vedere quanto resisterebbero oggi a tali prove i nostri grandi congegni parlamentari ed amministrativi! Quell'unità del Comune ha pur dunque saputo imporsi alle divisioni delle parti. Perchè non potrebbe un'unità superiore imporsi ai Comuni? Non ha già il Comune una autorità unificatrice nel Potestà, che per i patti di Costanza era imperiale ed ora è suo? non è il Podestà straniero per rappresentare appunto una giustizia superiore ai partiti? e perchè non si può avere un Podestà straniero e più alto, che molti Comuni rispettino? Potrebbe essere un gran papa, se Innocenzo III non fosse morto. Sarà invece un grande imperatore? Sarà Federico II? È questo, o signore, il suo gran tentativo. Chi potrebbe osarlo meglio di lui? “È il più italiano, dice il Del Lungo, anzi il solo italiano fra quei Cesari ghibellini„; ha sangue normanno e tedesco nelle vene, è nato in Italia, è imperatore in Germania, è re in Sicilia, è, soggiunge il Lanzani, sveglio e immaginoso come un Italiano, ardito e scaltro come un Normanno, scettico come un Greco, voluttuoso come un Arabo, tenace come un Tedesco; è bello, cultissimo, parla cinque lingue, ha il pensiero libero, la mente sagace, pochi scrupoli, diplomazia sopraffina. Quale attitudine gli manca ad una grande impresa, come quella di pacificare i Comuni e riunirli sotto di sè, egli, che è già signore diretto di così gran parte d'Italia? C'è di più. Federico ha il concetto dello Stato laico ed accentratore (le sue costituzioni melfitane del 1231 lo dimostrano) quasi come un moderno. Non ha, non vuole ombre medievali intorno a sè, ma gaiezza, luce, amore, poesia. Fra le più rabbiose contese reca un alto senso di tolleranza scettica e filosofica. Predilige le scienze, le arti, le lettere, tanto che v'ha chi anche oggi sostiene che la poesia italiana è nata alla sua Corte. Quanto a me, quest'opinione ho per troppo assoluta; e il fatto m'è sempre sembrato assai più complesso, e non così determinabile di tempo e di luogo. Comunque, l'affermazione di Dante è in suo favore ed è tutto dire, sebbene la poesia aulica siciliana sia assai povera di contenuto e la più aduggiata d'influenze straniere. Ma ciò non scema nulla all'agile ingegno di Federico, che, curioso e indagatore, ama, oltre le lettere, la scienza, non solo nelle sue indagini pazienti, ma ancora nei suoi deliri. Si tiene accanto uno dei più grandi ingegni del tempo, Pier delle Vigne, e dal nulla lo solleva ai primi onori. Ha una corte splendida; gli fa corona una figliuolanza bellissima; ben sedici figliuoli gli conta il Raumer, lo storico degli Hohenstauffen. I cronisti e i novellieri del tempo lo ammirano. “Lo vidi una volta e lo amai„ dice fra Salimbene, che pure era guelfo ardentissimo. Tutto questo, o signore, vi indica una personalità straordinaria, una figura, che non ha riscontri in tutto il nostro Medio Evo. Ma che giova tutto questo agli intenti di Federico? Con lui scoppia la terza lotta fra il Papato e l'Impero, e le grandi qualità personali di Federico divengono quasi altrettanti delitti, dei quali i Papi lo tacciano. Con tre di essi specialmente ebbe briga, per usare l'espressione dantesca. Ma se con Onorio gli bastò destreggiarsi, con Gregorio IX e con Innocenzo IV fu una guerra a morte e nella quale Federico ebbe la peggio. Era il pupillo dei Papi, il Re dei preti, lo chiamavano per beffa i Guelfi tedeschi: i Papi s'erano covata essi in seno, come dicevano, questa serpe, ma a proposito della Crociata, sempre promessa e sempre differita, Gregorio IX (che non è un don Bartolo come Onorio, ma ha nelle vene il sangue d'Innocenzo III) lo scomunica tre volte in un anno e dalla scomunica Federico si appella (gran novità anche questa) alla pubblica opinione, segno certo, che questa si veniva mutando. Tant'è che nel giugno 1228 Federico, benchè scomunicato, parte per la Crociata, e questa è condotta da lui, anzichè come una guerra, come un negoziato diplomatico, degno di un principe sapiente, cristiano e tollerante. Ma è uno scomunicato, che invece di massacrar gli infedeli, ha trattato con essi. Che importa, se ha riacquistato Gerusalemme e il sepolcro di Cristo? Non avesse contro di sè che questa lotta così pazzamente insensata, Federico forse la supererebbe, ma quando vuol ricondurre i Comuni dell'Italia ai patti di Costanza, che s'erano già pian piano rimangiati, egli si trova a fronte d'una seconda Lega Lombarda. Come domarla? Gli mancano gli aiuti feudali di Germania. Venissero; la lega chiude i passi delle Alpi. Non resta se non poggiarsi sul partito Ghibellino, che è dentro ai Comuni. E allora dove se ne va l'ideale del Podestà supremo, del principe pacificatore? Il Papa stesso, che non è più arbitro del regno di Sicilia, dove troverà aiuto contro l'Imperatore? Nei Guelfi dei Comuni. Il fatto delle discordie italiane trascina dunque per forza nel suo stretto campo, contaminato d'odii e di sangue, le grandi potestà universali del Medio Evo. E con esse tutti vi sono trascinati egualmente, chè anche i grandi feudatari non hanno forza, se non s'aggrappano alle fazioni lottanti nelle città. Ezzelino da Romano, bizzarro ceffo di tiranno in
Quella parte della terra prava,
Italica, che siede in fra Rialto