E le fontane di Brenta e di Piava,
è un Ghibellino; come gli Este son Guelfi. L'Imperatore lotta colle forze che ha. I Comuni invece con vera soppiatteria e perfidia italiana (gli stranieri hanno questa volta ragione di chiamarla così) porgono di nascosto la mano al ribaldo figlio dell'Imperatore, che gli si è ribellato in Germania; infamia, nella quale almeno, dice il Raumer, il violento ma onesto Gregorio IX non trescò. Con tutto questo Federico vinse la seconda Lega Lombarda a Cortenuova il 27 novembre 1237. È la rivincita di Legnano codesta? Mai più! Anzi, mandando a Roma in Campidoglio, come alla sua capitale, le spoglie opime di Cortenuova, Federico allarma ed irrita sempre più il Papa, che non ha più ritegno nella lotta, e lo scomunica, lo destituisce dal regno e dall'Impero, gli cerca ovunque competitori, lo denuncia per ateo, eretico, epicureo, maomettano, gli bandisce contro una crociata, e indice un concilio, mentre l'Imperatore dal canto suo fa mandare a picco le navi, che vi portavano cardinali, vescovi e prelati. Morto Gregorio, la lotta è continuata da Innocenzo IV, nè d'altro lato l'Imperatore riesce a domare i Comuni, i quali colla battaglia di Parma del 1248 vendicano anzi Cortenuova e infliggono all'Imperatore un disastro irreparabile. Oramai la stella di Federico tramonta; sventure pubbliche, sventure private, tutto gli si accumula addosso; lo stesso suo figlio Enzo, bello, cavalleresco, valoroso, amore del padre, idolo dei poeti e delle donne, è sconfitto a Fossalta e cade prigione dei Bolognesi, che non lo restituiranno mai più. Fu l'ultimo colpo — e tanta ruina abbuiò anche la generosa indole di Federico; lo rese sospettoso, feroce, sicchè è di questo tempo la morte di Pier delle Vigne, il consigliere più illustre, l'amico più fido dell'Imperatore, che improvvisamente gli cade in disgrazia ed il cui supplizio rimane un'onta per Federico, quasi come quello di Boezio per Teodorico. La cagione fu e rimane un mistero. Fra i contemporanei si credette Pietro vittima dell'invidia e della calunnia, ed oggi l'Huillard Breholles, l'illustre storico di Federico e di Pier delle Vigne, conferma quest'opinione, che fu pur quella professata da Dante, il quale incontrando Pier delle Vigne in Inferno fra i suicidi, si fa dire da lui:
E se di voi alcun nel mondo riede
Conforti la memoria mia, che giace
Ancor del colpo che invidia le diede.
L'Imperatore morì l'anno dopo, negli ultimi del 1250. Di lui riparlerò conchiudendo. Basti qui che con lui scompare la più grande forse e la più complicata figura di tutto il Medio Evo. È la figura di un vinto? Nella lotta fra Impero, Papato e Comuni il vincitore vero è pel momento il Comune, ma Federico segna la prima riscossa del principio laico contro il principio teocratico, e questa è la sua vera vittoria.
Ben lo sentono i Papi e non daranno più tregua alla dannata razza degli Svevi. Sembra un fato di tragedia greca che, al pari di quella degli Atridi, incalzi questa famiglia, e gli epigoni di Barbarossa scompaiono uno dietro l'altro misteriosamente. Rimangono in Germania un fanciullo di nome Corradino, figlio di Corrado di Svevia e di Elisabetta di Baviera, ed in Italia, Manfredi, figlio naturale di Federico II, legittimato in punto di morte. Corrado era morto in Italia (vero cimitero degli Svevi) contrastando ai Papi, insieme con Manfredi, il regno di Sicilia, e intanto, durante il grande interregno dell'Impero, passerà più di mezzo secolo prima che l'Italia riveda un Imperatore tedesco. Ha usurpato Manfredi il regno di Corradino? La questione è dubbia, ma inclinerei ad ammetterlo. Non per nulla Manfredi è figlio di Federico e di una bella e astuta Siciliana! Ma la corona di Sicilia non se l'era forse guadagnata? e chi l'avrebbe difesa dal 1250 al 1258 contro le furie del Papa, se non era questo giovane ventenne, erede dell'ingegno, dell'avvenenza, della scaltrezza e del valore del padre? Pensate, o signore, in che temperie sociale e politica egli deve agire. Egli è in Italia, si voglia o no, il rappresentante del principio ghibellino e d'altra parte pei Ghibellini è un usurpatore. I Guelfi lo temono, ma temono assai più i vecchi e feroci feudatari ghibellini, uno dei quali, Ezzelino da Romano, osa innalzare fin su Milano le sue mire ambiziose. Il Papa, implacabile sempre, maledice Manfredi, come ha maledetto in fasce Corradino, e intanto fra così fiera lotta di passioni selvaggie, turbe infinite di flagellanti percorrono le città, implorando pace e perdono. Le leghe guelfe s'accosterebbero a Manfredi, ma la sua coronazione, che pare l'accenno d'una riscossa Sveva, rianima i Ghibellini, i quali coll'aiuto di Manfredi vincono il 4 settembre 1260 la battaglia di Montaperti, la qual vittoria è la fine di quello che i nostri cronisti chiamano il vecchio popolo di Firenze ed il principio del secondo popolo, fattosi in pochi anni “così vigoroso (scrive Cesare Paoli, pubblicando quel prezioso monumento di storia, che è il cosiddetto libro di Montaperti) da compiere prima che termini il secolo la sua evoluzione guelfa e democratica coll'istituzione del Magistrato dei Priori delle Arti, da affermare la sua nuova e grande potenza colla battaglia di Campaldino„; la rivincita guelfa, in cui, secondo la tradizione, anche Dante ha combattuto.
Dopo Montaperti e la morte del Papa Alessandro IV si svolge la breve fortuna di Manfredi. Egli è sul trono; parte ghibellina prevale; la sempre torbida Roma ha cacciato in esilio la corte Papale; Manfredi marita sua figlia Costanza a Pietro d'Aragona (altre nozze che avranno conseguenze importanti); egli stesso, Manfredi, mortagli Beatrice di Savoia, sposa Elena, greca e discendente dei Comneni. Mai la casa di Svevia era stata così potente in Italia, e in questa breve tregua Manfredi si volge alle più civili arti di regno coll'intuito, il buon gusto, l'alacrità del padre. Sembrano rinati i più bei tempi della corte di Federico; il re è il più gentile cavaliere d'Italia; sua moglie una delle più belle donne del mondo. Intorno a questi due giovani tutto è festa, luce, musica, amore, poesia. Perchè non potrebbe Manfredi stendere da mezzodì al centro e a settentrione d'Italia la sua egemonia, determinando la conciliazione dei due partiti? È un bel sogno anche questo, che forse attraversò la mente di Manfredi, ma si dileguerà come un sogno! Manfredi pure non è in realtà che un capo di parte. Di suo, proprio suo, non ha che la sua spada, i Saraceni di Lucera e i mercenari tedeschi. Ha un bell'essere e sentirsi italiano. Pei popoli d'Italia è un tedesco; pei Papi è il figlio di Federico II, e durante quattordici anni i Papi gli cercano un competitore, battendo a tutte le porte, finchè Urbano IV, un papa francese, si volge a Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia e conte di Provenza. Costui è un principe cupido, valoroso, violento e già dalla Provenza al di qua delle Alpi ha distesa la mano rapace su parecchie città del Piemonte. Non è senza virtù; ha vigor d'animo e di corpo, e Dante, così avverso a questo primo Angioino ed ai seguenti, salvo Carlo Martello, amico suo personale, ce lo indica come colui dal maschio naso, il nasuto, certo però con intenzione non benevola, al pari del figlio Carlo II, il zoppo, indicato pel Ciotto di Gerusalemme; al pari del nipote Roberto, che sebbene noto nella storia coll'attributo di savio e di buono, Dante disprezza come un qualunque pedante coronato, chiamandolo re da sermone.
Istigato dall'ambiziosa moglie, che ha tre sorelle regine e vuol essere regina essa pure, soccorso con ogni mezzo, lecito ed illecito, da due papi francesi Urbano IV e Clemente IV, Carlo d'Angiò muove alla conquista del regno, e sebbene Manfredi raccolga ogni mezzo di difesa, Carlo passando senza inciampo per
Ceperan là dove fu bugiardo