Ciascun Pugliese,

lo raggiunge a Benevento e il 26 febbraio 1266 lo sconfigge, e Manfredi muore, combattendo da eroe. Onorando da soldato il valore infelice, Carlo volle dar sepoltura al corpo di Manfredi. Glie la negò invece il legato del Papa. Ma al di sopra di questi odii selvaggi, al di sopra di queste atroci intolleranze, che inferociscono anche contro un cadavere, si solleva, come la giustizia di Dio, la giustizia di Dante, che assolve Manfredi nei suoi versi immortali.

Carlo d'Angiò, atteggiatosi subito come capo di parte guelfa in Italia, appena assestate con mano di ferro le faccende del regno, va in Toscana in persona, ma intanto al Papa non paga il tributo, non fa la Crociata, si mescola a tutta la politica italiana. Da tale amico mi guardi Iddio, deve dire il Papa! Ma è tardi a pentirsi! Nel regno però il malcontento è grande e con lagrime di coccodrilli si rimpiangono Manfredi e gli Svevi. Ne approfitta il giovinetto Corradino, e spinto dal tristo fato della sua casa viene in Italia. Parve da prima arridergli la fortuna. A Carlo d'Angiò ch'era, come ho detto, in Toscana, si ribellò mezzo il regno, l'isola di Sicilia andò in fiamme, ma Carlo accorse come un fulmine, e il 23 agosto 1268 vinse Corradino sui campi Salentini, nella battaglia, che erroneamente ebbe nome da Tagliacozzo, come ha dimostrato il Ficker, correggendo a questo proposito gli errori topografici del Raumer e dei suoi predecessori. Rientrato nei confini romani, Corradino si rifugiò nella Torre d'Astura, ma tradito da un Frangipani e consegnato a Carlo, il 29 ottobre 1268, senz'alcuna forma di giudizio, checchè si sia preteso in contrario, fu giustiziato sulla piazza del mercato di Napoli come un volgare predone di strada. Che parte ebbe il Papa Clemente IV in questo delitto, che tale è veramente? Molti lo accusano. Il Del Giudice, così benemerito dei documenti Angioini e così autorevole illustratore di questa catastrofe, lo assolve; ma è in punto oscuro di storia, tanto più che il pietoso e breve romanzo di quest'ultima vittima Sveva, eccitò, come doveva, la fantasia popolare, che vi ricamò attorno ogni sorta di leggende, fra le quali basti ricordare quella del guanto, che Corradino getta dal patibolo ed è raccolto da Giovanni da Procida, il futuro e dubbio eroe dei Vespri Siciliani. Ciò dimostra però che tra i due fatti la coscienza popolare intravvedeva un rapporto, che in realtà è storico, anche se, come l'Amari ha provato, Giovanni da Procida è bensì intermediario fra la malcontenta baronia siciliana e le cupidigie aragonesi, ma non l'eroe dell'improvvisa e spontanea insurrezione siciliana, che nel 1282 troncò il volo alle ambizioni di Carlo d'Angiò, le quali oramai da occidente ad oriente parevano non avere più limiti. Ma la separazione della Sicilia è il primo segno della decadenza angioina, perchè, nonostante una guerra interminabile, la Sicilia non fu ricuperata, e quando, salito al Papato Bonifacio VIII, al debole successore di Carlo I d'Angiò fu dal Papa chiamato in aiuto un altro avventuriere francese, Carlo di Valois, tutto finì nell'abbietta pace di Caltabellotta, la quale lascia la contesa come la trova, e di cui, ora invocandola ora violandola, sapranno ben avvalersi gli Aragonesi. Certo la loro ambizione fu più fortunata ed accorta di quella del Papa loro nemico, quel peccatore di grand'animo, strumento e vittima della lega guelfa fra la Chiesa e la Francia, che Dante mise ancor da vivo in Inferno, sebbene compassionasse in lui la dignità del Papato vilipesa nel sacrilegio d'Anagni. Trinciandola da Gregorio VII, Bonifazio VIII non ne fu che la caricatura, perchè all'alto ideale di quel Papa non surrogò che cupidigie e passioni personali, delle quali anche Firenze portò la pena e nelle quali il Papato non guadagnò che l'abbandono di Roma e la schiavitù d'Avignone. Chi aiutò molto a far durare questa schiavitù e ne trasse profitto fu re Roberto di Napoli, figlio di Carlo II d'Angiò e il più notevole dei successori di Carlo I. Fra le satire e le invettive dantesche contro Roberto e le lodi che gli tributavano il Petrarca, fatto da lui incoronare poeta, ed il Boccaccio, vissuto alla sua corte e che adombrò nel Filostrato la storia dei suoi amori con una figlia naturale del re, il giudizio può rimanere un po' incerto, ma guardando ai fatti si conferma che quel titolo di re da sermone, affibbiatogli da Dante, non gli tornava poi tanto male. Potenza ebbe molta; occasioni a farsi grande non gli mancarono; l'animo gli mancò. Non seppe riacquistare la Sicilia; non seppe nè mantenere, nè assodare l'ascendente che esercitò nei primi anni dal suo regno in Roma, in Toscana, in Lombardia. Ai tentativi dei Ghibellini, di Arrigo VII, di Lodovico il Bavaro, di Giovanni di Boemia contrastò con fortuna; ma se Convenevole da Prato, il maestro del Petrarca, interprete d'una necessità, che da molti allora doveva essere sentita, lo preconizzò in un poema latino come futuro capo d'un gran regno, non napoletano o siciliano soltanto, ma italiano, certo è che mal poteva rispondere a cosiffatto ideale, e in quel tempo, un re dotto bensì e letteratissimo, protettore di poeti e scienziati, ma timido, non guerriero, e che non aveva lasciata altr'arme in mano ai suoi sudditi che una mazza di legno per difendersi dai cani.

Di Giovanna I, la donna dai quattro mariti, che colla tragica morte espia le colpe della giovinezza, di Ladislao, le cui cesaree velleità Firenze seppe a tempo frenare, di Giovanna II, che come dice il Cipolla, fra l'impero dei favoriti, le gelosie dei cortigiani, le sanguinose gare dei principi, la guerra esterna ed interna, e l'universale anarchia, precipita la ruina degli Angioini, non ho più tempo a parlare e varcherei del resto i limiti cronologici che mi furono assegnati.

Mi affretto dunque a conchiudere, chiedendovi scusa se per quanto io me ne sia ingegnato, non m'è riuscito d'esser breve quanto avrei voluto.

Ho cominciato dal parlarvi di Federico Barbarossa, archetipo d'imperatore tedesco, affinchè poteste meglio apprezzare il carattere italiano di Federico II e di Manfredi. V'è in questa trasformazione dei nipoti di Barbarossa tale vittoria della civiltà latina sul germanesimo, che vi colpisce per la sua rapidità e i suoi effetti. — Rendere italiano l'impero, come tentò Federico II, era un concetto degno d'una gran mente, ma era un concetto utopistico. Ad ogni modo, se non il Comune, il Papa era per certo un ostacolo insuperabile, ed è perciò che fu talora creduto avere Federico mirato ancora a cumulare in sè Papato ed Impero. In Manfredi invece v'è in realtà un momento, in cui si direbbe davvero possibile per la casa di Svevia assumere tale egemonia italiana da raccogliere sotto di sè tutta la penisola. Se non che anche Manfredi è storicamente collegato al ghibellinismo, ha contro di sè il Papato e l'Italia comunale. Non può riescire e non riesce.

La vittoria definitiva dei Guelfi dopo la battaglia di Benevento porta alla maggiore altezza la civiltà dei Comuni, principalmente in Toscana, ma è pure preparazione alle signorie nell'Italia superiore. È in quella vittoria guelfa che si fonda l'autorità di parecchi Podestà e capitani del popolo, i quali si mutano in signori, e l'esempio del principato e di una corte italiana, dato da Federico II e da Manfredi, non è senza efficacia a formare il tipo del signore e delle corti italiane, che qua e là divengono centro di civiltà e di splendido vivere.

L'età di Federico II e di Manfredi è uno dei momenti di più operosa vitalità politica italiana, sia per l'azione sveva e ghibellina, sia per la reazione comunale e guelfa. Questa vitalità per l'improvviso apparire della casa d'Angiò rimane interrotta, perchè vien meno uno degli elementi della lotta, vale a dire l'Impero, e gli altri, il Comune guelfo e il Papato, s'adagiano più tranquilli all'ombra della nuova monarchia guelfa. Qual'è l'azione di questa nuova venuta nella storia d'Italia? A torto o a ragione tutti si volgono, come eliotropi, a questo sole nascente. Che meraviglia? Sia giusto o no, il mondo è dei forti e (come ha di recente dimostrato il Merkel in un lavoro di assai belle e originali ricerche, in cui prende in esame le storie, le cronache, le canzoni dei trovèri, dei trovatori, dei minnesingeri e dei poeti, che cantarono nel provenzale nativo o nel nuovo volgare italiano) la caduta materiale degli Svevi s'accompagnò con la loro caduta morale nella pubblica opinione, la quale fu in prevalenza favorevole all'impresa di Carlo d'Angiò. S'ebbe come una sosta nel turbinìo degli elementi componenti la vita italiana, ma gli ideali politici del tempo scaddero tutti e neppure la vittoria finale fu degli Angioini. L'idea imperiale era già diminuita, fin da quando casa di Svevia s'era fatta italiana, perchè, scemata la sua autorità al di là delle Alpi, perdette con questo della sua universalità. Ed ora la separazione dall'Impero di quel regno delle due Sicilie, ove gli Italiani avean veduto da ultimo la sede degli imperatori, compie la scomparsa dell'idea imperiale dalla vita reale d'Italia. Quest'idea rimane il sogno di Dante; rimane un'ombra che inutilmente cerca incarnarsi in Arrigo di Lussemburgo, in Lodovico il Bavaro. L'ultimo suo nobile rappresentante è Arrigo, a cui Dante prepara in Paradiso un seggio di gloria; poi l'idea imperiale casca negli impronti, negli avventurieri, nei truffatori.

Che cosa surroga a quell'idea la casa d'Angiò? Nulla di grande, perchè è guelfa, perchè è straniera e rimarrà sempre tale; perchè la sua azione si va sempre più ritraendo, prima dalla valle del Po, quindi dalla Toscana, ed infine si regge a mala pena entro gli stessi confini del regno.

Quanto al Papato, e al Comune guelfo, che hanno vinto colla spada di casa d'Angiò, essi non coglieranno che tristi frutti dalla loro vittoria. Il Papato s'è dato un padrone; il Comune settentrionale decade nelle signorie, le quali chiedono una consecrazione alla loro usurpazione, che gli Angioini sono impotenti a dare e che esse preferiscono ricevere dall'Impero, ogni volta che pare risorgere, sia pure sotto l'aspetto di una scorribanda di ladri, o di un'avventura da intriganti. Quanto ai Comuni dell'Italia centrale, essi vedono gli inframmettenti Angioini mescolarsi alla loro vita, ma per recarvi nuovi elementi o di discordie o di servitù.