Finalmente, quanto alla stessa casa d'Angiò, se paragonate soltanto le condizioni d'Italia nel primo decennio del secolo XIV cogli ultimi anni della casa di Svevia, vedrete che gli Angioini hanno già perduta una parte della loro monarchia, che hanno il Papato avverso e cospirante alla loro ruina, che alle signorie dell'Italia superiore basta la comparsa d'un'ombra d'imperatore per rifarsi ghibelline, che i Comuni dell'Italia centrale invocano talvolta il suo aiuto, ma poi subito l'hanno in sospetto e se ne liberano. In tali condizioni essa, non solo non ha più speranza di divenire una potenza italiana, ma, mantenutasi a stento napoletana, non le rimarrà che sprofondarsi a poco a poco nell'anarchia e finalmente cedere il campo agli Aragonesi, più validi, più destri e più fortunati.
Che tetra e dolorosa storia ho dovuto narrarvi! Gente che corre dietro alle ombre; grandezze fatue, colpe, sventure, illusioni; nulla di certo, tranne sognare, decadere, annientarsi, scomparire come in un perpetuo nirvana. Ma queste conclusioni dolorose sono la grande e malinconica poesia della storia! Nella quale intendo la rassegnazione cristiana del Manzoni, il gemito disperato del Leopardi, ma nella quale l'ottimismo, se non è sulle labbra sarcastiche del Voltaire, mi sembra la più volgare delle conclusioni. Del resto, che meraviglia? La storia è la vita!
LA GENESI DELLA DIVINA COMMEDIA
DI
PIO RAJNA
La molta cortesia non vi faccia dire di no, Signore e Signori: voi mi guardate con una certa quale curiosità per vedere che razza di viso abbia la sfacciataggine. Avete mille volte ragione. Ho osato sottomettere spontaneamente le spalle ad un carico, al quale non reggerebbero muscoli ben altrimenti robusti che i miei. La Genesi della Divina Commedia!
O tu chi se', che vuoi sedere a scranna
Per giudicar da lungi mille miglia
Con la veduta corta d'una spanna?
(Paradiso, XIX, 79).
Per scusarmi posso ben dire qualcosa. Nella letteratura italiana la Divina Commedia giganteggia in maniera, che il cupolone del Brunellesco non basta a renderne immagine. Piuttosto sarà da ricorrere a quel Duomo mirabile, che là nella gran pianura lombarda si slancia verso il cielo, cospicuo da ogni parte a cento e più miglia, tra l'ammasso delle case milanesi; dorato il mattino dai primi raggi del sole, imporporato dagli ultimi, sfolgoreggiante ne' suoi bianchi marmi sotto la luce meridiana. Orbene: questo gran monumento, tolto il quale la nostra letteratura cambia affatto d'aspetto, nel disegno delle conferenze quale a me fu annunziato, appariva solo di traverso. Ed ecco uno stimolo interno pungermi irresistibilmente a voler sopperire al difetto, mostrandovi un'altra faccia del portentoso edificio. Bella scusa davvero! Ho fatto come un villano, ingenuo e dabbene, che, penetrato, Dio sa in qual modo, in una sala dove sia gente di gran conto, vedendo l'uomo, ch'egli sa tra tutti il più famoso, lasciato pressochè solo in disparte da una specie di reverenza timorosa, vada a piantarsegli accanto.