Ma questi tutti son vani discorsi. S'io ebbi l'imprudenza, o l'impudenza, di mettere il mio nome appiè di una grossa cambiale senza pensare s'ero da tanto di poterci far fronte, ora, che la scadenza è venuta, bisogna che m'ingegni almeno di raggranellare le poche lire di cui dispongo. Un fallito dovrò essere di necessità; ma che io sia, se non altro, un fallito d'onore.
Donde cominciare? — La Signora Critica, dopo aver fatto la bisbetica per un pezzo — come pur troppo le avvien molto spesso, non già per malanimo, ma per rigido amore del vero — permette ch'io muova di colà, di dove, se a voi fosse lasciata la scelta, desiderereste di certo che io principiassi. È una figura ed è un nome di donna che devo qui evocare, ed è dell'affetto più gentile e più potente che abbia signoreggiato la mente dantesca che v'ho da intrattenere anzitutto. Guai di sicuro a chi nella Vita Nuova prenda ogni cosa alla lettera; ma la Vita Nuova non è neppure un tessuto di finzioni immaginate colla mira di comporre un romanzo; anche là, dove non è storia di fatti reali, essa viene ad essere pur sempre — talora con una certa perturbazione cronologica — storia di sentimenti, di pensieri, di fantasie.
A Dante fanciullo — “Prima che fuor di puerizia fosse„ — entrò nel cuore l'immagine di una fanciulletta, che di certo allora egli non chiamava altro che “Bice„. Chi s'inalberi all'idea di un innamoramento così infantile, può essere dottissimo e sapientissimo in tutto, ma non conosce abbastanza l'anima umana. Passarono gli anni senza che l'immagine, di continuo ravvivata, venisse mai a cancellarsi; i sentimenti che essa suscitava si fecero via via più distinti; beato nel pensiero di quella gentile, il giovane ebbe a dirla la sua Beatrice — beatificatrice —, ossia fu portato a designarla col nome intero, di cui Bice era lo scorciamento familiare. A questo modo il caso (non il caso, direbbe lui, dacchè per que' tempi “nomina consequentia rerum„, i nomi nascono dalle cose) gli forniva quel senhal, o nome convenzionale, cui i trovatori avevan ricorso per cantare più liberamente le donne amate: un senhal non molto recondito, se si vuole, ma da bastare tuttavia allo scopo; qui specialmente, dove, sotto alle eteree sentimentalità, non si nascondeva, come tante volte nel mondo provenzale, una tresca impudica. D'altronde di questo senhal Dante doveva allora servirsi solo, o pressochè solo, ragionando con sè medesimo, dacchè esso nelle poesie pervenuteci si mostra unicamente dopo la morte della donna.
Dante è in sui diciotto anni. Abbattutosi nella regina del suo cuore, che se ne va, in bianca veste, tra due matrone, e inebriato dal saluto di lei, si ritrae alla sua camera e pretende di aver avuto un sogno. Nel sogno vuole aver visto Amore, che regge in sulle braccia Bice addormentata, avvolta in un drappo leggermente sanguigno. In una delle mani egli tiene, ardente, il cuore dell'innamorato; e di questo, destata la fanciulla, induce lei a mangiare. Voltosi quindi di gaio ch'egli era prima, a piangere amarissimamente, si avvia verso il cielo, portando seco la donna.
Che Dante in quella notte sognasse di Bice, niente d'inverosimile; che la vedesse al modo che narra, pochi saprebbero credere, nè io sarò certo del numero. Ma se le cose dette non vide, egli, quel giorno o un altro, le immaginò, salvo assai probabilmente l'ultimo tratto del volo verso la regione degli angeli, inspirato dai successivi eventi. E questa fantasia fu da lui esposta in un sonetto, che, pur non essendo stato di sicuro la prima prova del suo librarsi sulle ali del canto, è il più antico saggio che noi di lui si possieda. Il sonetto, indirizzato “A ciascun'alma presa e gentil core„, ma destinato propriamente per coloro che “erano famosi trovatori in quel tempo„ come una specie di problema di cui si chiede la spiegazione, non ha bisogno di essere letto qui perchè voi vediate in esso come un primo presagio della Divina Commedia. Il presagio è ben tenue di certo; ma forse che la sproporzione toglie la rispondenza tra l'immagine che si disegna sulla nostra retina e lo sterminato volume della stella che da una distanza inconcepibile manda all'occhio la sua luce? Fatto sta che in un caso e nell'altro abbiamo una visione, e una visione che muove dall'amore medesimo, quale materia di una creazione artistica.
A questa prima visione tante altre ne tengono dietro, da far sentenziare a un illustre storico della nostra letteratura — ad Adolfo Bartoli — che la Vita Nuova “procede tutta, si può dire, per via di visioni„. Un valore generico queste visioni l'hanno sempre per noi; ma, naturalmente, non ci si deve arrestare se non a quelle che abbiano anche qualche importanza specifica. E così, prima d'incontrarci in nessuna di cui sia ancora a far parola, si dà di cozzo in una composizione, che, sebbene non sia il riflesso di nulla di cosiffatto, ci trasporta tuttavia ai mondi oltraterreni.
Dante, in un periodo d'afflizione, perchè la sua Beatrice, biasimando alcuna cosa in lui, gli ha tolto il prezioso saluto, cerca conforto nell'esaltazione dell'amata, e s'attenta, forse per la prima volta, ad affrontare il genere lirico più elevato, cioè la canzone. Egli parla a “Donne e donzelle amorose„, e squarcia loro d'un tratto i misteri del Paradiso:
Angelo clama in divino intelletto,
E dice: Sire, nel mondo si vede
Maraviglia nell'atto, che procede