Io vidi la speranza de' beati.
Se tutto non v'è riuscito chiaro in questi versi, non fatene colpa a voi stessi, giacchè anche la gente che pretende di spiegarli agli altri, dopo averci ficcato gli occhi ben addentro, dubita e disputa. Molto tuttavia si capisce abbastanza. Un angelo chiede istantemente a Dio, a nome di tutti i beati, che sia chiamata in cielo un'anima, che unica manca a rendere perfetta la festa di lassù. La Pietà sola — s'io non m'inganno, Maria — propugna le parti della povera umanità. Questa voce la vince: Dio conforta i suoi “diletti„ a portar pazienza, e lasciare che la loro “speme„, Beatrice, resti sulla terra tanto, quanto piace a lui di lasciarvela. Insomma, noi veniamo ad aver qui una piccola “Commedia divina„.
Ma “l'enimma forte„, che tormenta gli Edipi, è la chiusa della stanza. In terra, per testimonianza di Dio, è, tutto pauroso di perdere Beatrice, alcuno
... che dirà nello 'nferno a' malnati:
Io vidi la speranza de' beati.
Se prima abbiamo avuto come un lieve sentore della Divina Commedia, in questi due versi da un pezzo se ne scorge il deliberato proposito, e gli sforzi fatti per cercarvi altra cosa, riescono, per quanto vengano da intelletti vigorosi, vani del tutto. E vani sono del pari i tentativi di resecare chirurgicamente dalla canzone questa stanza, supponendola aggiunta poi; ed urta contro improbabilità ben gravi e difficoltà pressochè insuperabili anche la congettura recente, che solo questi due ultimi versi siano stati inseriti di nuovo, surrogandoli ad altri, nell'atto del legar questa gemma dentro allo splendido diadema della Vita Nuova. Frattanto il disegno di un viaggio sotterra avanti la morte di Beatrice, riesce a noi difficile da comprendere; ed io per il primo m'ho da rammaricare che, se il disegno è formato fin d'ora, la bella dimostrazione della lenta, graduale evoluzione del futuro poema, che a me pareva di potervi fare, e che in sè stessa appariva la cosa più logica di questo mondo, ne vada non poco in iscompiglio. Ma, grazie a Dio, non sono ancora avvezzo a mettere il bavaglio ai fatti, perchè non abbian modo di levare la voce contro le concezioni del mio cervello; e l'esperienza m'ha insegnato da gran tempo che il vero si prende non di rado il gusto di andarsene a stare ben lontano dal verosimile. Così, se Dante fin d'ora — ossia non più tardi del 1289, posto che Beatrice sia, come penso ancor io, la figliuola di Folco Portinari, morto il 31 dicembre di quell'anno e non morto ancora quando la canzone fu composta — se Dante, dico, ha già immaginato una Divina Commedia senza voler permettere a noi di scrutare in che modo propriamente l'idea venisse a nascere, e sia pure! Cosa questa Divina Commedia fosse per essere, nessuno di certo saprebbe dire; si può dire bensì cosa non sarebbe stata, ossia, che essa sarebbe riuscita quanto mai diversa da quella che possediamo. Certo nel lunghissimo periodo che corse in ogni caso dal primo concepimento all'esecuzione, il concetto dell'opera ebbe a subire via via una serie di trasformazioni profonde. Ben diversa dall'attuale era manifestamente anche la Commedia che Dante ebbe ad immaginare, quando, come vedremo tra poco, nessuno dubita ch'egli ad essa non pensi, e quando intanto la maggior parte delle vicende che improntarono il poema del loro marchio, ancora non era seguita. O che diremmo, se, per esempio in questa primissima fase, egli avesse fantasticato una specie di purgazione in vita, analoga a quella, che sarà da menzionare più tardi del Pozzo di San Patrizio, come solo mezzo atto a renderlo degno di amare colei che di continuo ci rappresenta come angelo in terra?
Rimettiamoci in via, dolenti di saperne forse un po' troppo perchè l'interesse dell'osservare non venga a soffrirne, ma fermi sempre nel proposito di tener gli occhi bene aperti. Dante ammala e cade in estrema debolezza. In quello stato gli succede di pensare, da una parte alla sua donna, da un'altra alla fragilità della vita, sicchè gli s'affaccia naturale l'idea che Beatrice stessa dovrà un giorno morire. Sopraffatto da smarrimento, chiude gli occhi e vaneggia. Ed ecco che “nel cominciamento dell'errare che fece la mia fantasia, apparvero a me certi visi di donne scapigliate, che mi diceano: Tu pur morrai! E poi, dopo queste donne, m'apparvero certi visi diversi ed orribili a vedere, i quali mi diceano: Tu se' morto„. Continuando il farneticare, egli non sa più dove sia: “e veder mi parea donne andare scapigliate, piangendo, per la via, maravigliosamente triste; e pareami vedere il sole oscurare sì, che le stelle si mostravano d'un colore, che mi facea giudicare che piangessero: e parevami che gli uccelli volando cadessero morti, e che fossero grandissimi terremoti„. O cos'è questo pianto della natura? La parola di un amico glielo spiega: “Or non sai? La tua mirabile donna è partita di questo secolo„. Egli allora alza gli occhi al cielo: “E pareami vedere moltitudine di angeli, i quali tornassero in suso ed avessero dinanzi da loro una nebuletta bianchissima; e pareami che questi angeli cantassero gloriosamente; e le parole del loro canto mi parea udire che fossero queste: Osanna in excelsis.„ Dopo di ciò la fantasia gli rappresenterà ancora in atteggiamento ineffabilmente sereno le spoglie mortali della sua donna, ed egli si sentirà tratto a invocare la morte, e piangerà lagrime vere, finchè non sarà destato, nel momento che gli uscirà di bocca il nome di Beatrice.
In questo caso la visione non è un sogno, bensì un delirio. E il delirio è preparato da condizioni siffatte e si viene svolgendo in cotal maniera, che nessun psicologo ci troverebbe a ridire. Però stavolta abbiamo forse a fare proprio con qualcosa di sostanzialmente reale. Ma non è di ciò che a noi importa. C'importano, comunque sorti nella mente, quei ceffi di demonii, quelle figure d'angeli, tutto quello spettacolo pauroso e fantastico di morte, di dolore, di beatitudine. E c'importa che anche qui alla fantasticheria tenga dietro la rappresentazione artistica, dataci dalla canzone “Donna pietosa e di novella etate„, che è tra le più belle, più calde, più vive, che Dante componesse mai.
Beatrice non molto appresso viene realmente a morire, e l'Alighieri rimane lungamente affranto. Si rianima poi a poco a poco, e finisce per lasciarsi vincere da un nuovo amore, rampollato dalla compassione che s'accorge d'aver destato in un'anima gentile. Sennonchè presto “una forte imaginazione„, in cui gli pare di vedere Beatrice fanciulletta, come l'aveva vista la prima volta e in quelle stesse vesti sanguigne che allora indossava, lo riconduce, pentito, a pensar di lei sola. Ora dunque egli riprende a cantare il dolor suo. Non a lungo tuttavia; chè, ecco apparirgli “una mirabil visione, nella quale„ egli dice, “vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò, studio quanto posso, sì com'ella sa veramente. Sicchè, se piacere sarà di Colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, spero di dire di lei quello che mai non fu detto d'alcuna.„
Che ciò che qui s'annunzia sia la Divina Commedia, è da avere in conto di cosa certa. E se non fossero i due versi che ci hanno dato filo da torcere poco fa, noi diremmo che essa erompa proprio dalla visione a cui qui oscuramente s'accenna, senza unirci tuttavia al coro di coloro che identificano in certo modo il poema colla visione stessa. Il bottone, turgido da un pezzo, al bacio di un sole infocato aprirebbe ora primamente i suoi petali. Ma se il disegno è vecchio già di qualche anno, bisognerà che in questo luogo esso venga solo a subire una metamorfosi. Quanto a determinar propriamente in che la visione attuale consistesse, ne lascerò il còmpito a chi sia dotato di una potenza divinatrice, che il cielo a me, poveretto, non ha voluto concedere. Questo so bene di poter dire, sicuro oramai di avervi compagni, che il concetto del gran poema sgorga direttamente dalla vita dell'Alighieri e dall'affetto santissimo della sua gioventù, e che il suo prender forma di visione, non è che una manifestazione più intensa di tendenze che noi vediamo connaturate colla mente sua.