Dal punto a cui ci s'è condotti all'esecuzione definitiva, correrà tuttavia molto tempo ancora. Qui non dobbiamo essere che al 1292 all'incirca; e la scena stessa del poema è posta nel 1300. Degl'indugi sarà poi da chieder conto alla bufera politica che travolgerà l'Alighieri; ma prima il conto vuol domandarsi a un doppio ordine d'infedeltà, solo apparenti le une, più che reali invece le altre. Dante si dà allo studio della filosofia; e questa passione s'impadronisce a tal segno dell'animo suo, da sopraffare il pensiero della morta donna. Di cotal lotta, dell'esito che essa ha, ci è documento l'ammirabile canzone: “Voi che intendendo il terzo ciel movete„, ampiamente commentata nel secondo trattato del Convivio. Ma se qui l'Alighieri ha l'aria di discostarsi da Beatrice, e però anche dalla Divina Commedia, mentre in realtà sempre più loro s'avvicina, egli se ne discosta realmente d'assai lasciandosi andare ad una vita licenziosa, nella quale il peccato che ultimo si espia sul monte del Purgatorio, ebbe manifestamente non poca parte. Eppure questo stesso traviamento finisce per accatastare nuova legna per la immensa fiamma che verrà poi a divampare; più l'Alighieri s'imbraga, e maggiore diventa la necessità di mezzi più straordinari che non siano le “spirazioni„, in sogno o non in sogno, per trarlo a salvezza:

Tanto giù cadde, che tutti argomenti

Alla salute sua eran già corti,

Fuor che mostrargli le perdute genti.

(Purg., XXX, 136).

Sarà mai vero che il proposito fermo di battere quind'innanzi altra strada e gli sforzi di salire “il dilettoso monte„ irradiato dal sole della virtù, fossero fatti allorchè il gran Perdono del 1300 offriva per la prima volta a tutta la Cristianità, conturbata dalla coscienza delle proprie colpe e dai terrori della vita futura, un modo relativamente agevole di lavarsi da ogni macchia e di sciogliersi da ogni pena? — Impossibile rispondere; ma se anche questo non fu, Dante non poteva certo scegliere momento più opportuno per collocarvi il suo mistico viaggio.

Quella che noi s'è venuta finora considerando per la Divina Commedia, è la genesi interna: la genesi in quanto ha luogo nell'animo stesso di Dante. Ma di contro a questa c'è una genesi esteriore. Al fenomeno soggettivo corrisponde un fatto oggettivo; se da un lato c'è una corda mirabilmente disposta a vibrare e render suono, dall'altro c'è una mano che la scuote. Si tolga l'una delle due: s'immagini un Dante diverso da quello che è, oppure si collochi a vivere in un mondo diversamente foggiato, e il grande poema andrà del pari a perdersi nell'infinito popolo dei non nascituri.

Volgiamoci a quest'altra parte. Volgervisi, dovrà manifestamente significar soprattutto rendersi conto del posto che tenevano nell'età dantesca le fantasticherie dei mondi oltraterreni, le quali, anche prima che ci si fermi a guardar le cose davvicino, appariscono pure essere per la Divina Commedia schiatta e famiglia. E il posto era stragrande davvero. Di queste fantasticherie avevano piena la testa, e la riempivano altrui, ecclesiastici e laici, predicatori e giullari, pittori e poeti: per lo più mirando piamente ad atterrire, talora anche a sollazzare. E fu per sollazzo (come non richiamare in Firenze, sia pur nota quanto si voglia, questa memoria fiorentina?) che, nella lieta ricorrenza del calen di maggio del 1304, mentre Dante già calcava le dure vie dell'esiglio, i mattacchioni di Borgo San Frediano, su barche, e navicelli, e impalcature, rappresentarono in Arno l'inferno, “con fuochi„, dice il Villani (VIII, 70) “e altre pene e martorii, con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, e altri i quali aveano figure d'anime ignude, che pareano persone, e mettevangli in quegli diversi tormenti con grandissime grida, e strida e tempesta„: spettacolo che, fatto così per trastullo, parrebbe irreligioso ai nostri tempi, e che allora non era; ma che ebbe fine lagrimosa, dacchè, rovinato, per il peso soverchio della folla spettatrice, il ponte alla Carraia, ch'era tuttora di legno, molti perirono; “sicchè„, conchiude il cronista, “il giuoco da beffa avvenne col vero; e, com'era ito il bando, molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo„.

E da tempo immemorabile le fantasticherie avevano proprio anche assunto la veste di andata alle dimore dei defunti. Siffatta concezione fu quanto mai comune presso i Greci, non uguagliati forse da nessun popolo nella familiarità con quelle regioni. Cosa di più noto alle menti elleniche che l'Acheronte, il Cocito, Caronte colla sua barca, la reggia di Plutone e Proserpina? Le andate più antiche si immaginaron corporee, come un altro viaggio qualsiasi. Tali son quelle d'Ercole, di Piritoo, di Orfeo, spettanti al dominio del mito; tale è nell'epica quella di Ulisse, di cui l'Odissea ci darà una particolareggiata narrazione, alla quale il pochissimo che l'Alighieri ne seppe, non toglie di essere la più remota progenitrice della Divina Commedia a cui noi si possa risalire.

Più tardi, per effetto dello spiritualismo filosofico, si contò di peregrinazioni compiute dall'anima soltanto. Anche ad un'immaginazione di questo genere ricorse Platone, il più fantasioso tra i filosofi greci, e quello che maggiormente si piacque di dar forme concrete e sensibili alle idee sue intorno alla sorte riserbata ai defunti; e alcuni secoli dopo vi ricorse allo stesso modo Plutarco. Riferire le cose dette da questi due, sarebbe gradevole a me, come sarebbe gradevole a voi l'ascoltarle; appena sapreste persuadervi di essere nel mondo pagano. Ma poichè il mio scopo è di prepararvi a capire come nasca la Divina Commedia, e non di farvi conoscere la storia delle idee e delle fantasie che si riferiscono all'altra vita, mi guarderò bene dal lasciarmi sedurre.