Dire che qualcosa fosse dei Greci, è un dire insieme che da un certo tempo in qua fu anche dei Latini, loro eredi non meno che emuli. I Latini parteciparono dunque anche per questa parte alle concezioni elleniche; solo, di tanto più positivi, ci si abbandonarono meno. Ma ecco, per trascurar tutto il resto, che Cicerone farà avere al suo Scipione Africano un sogno, che è una vera visione del paradiso; e Virgilio ci darà di una discesa di Enea all'Averno una descrizione, che, grazie alla vitalità somma del poema in cui era contenuta, eserciterà un'azione efficacissima anche per tutto il medioevo.

Venne il cristianesimo; e succhiò per questa parte latte pagano, ben più che israelitico; nè poteva essere altrimenti, dacchè il posto che nelle menti pagane era occupato dalle fantasie relative alla sorte riserbata all'anima al suo uscir dal corpo, nelle israelitiche era riempito invece dal pensiero e dalla rappresentazione del finimondo, della risurrezione, e del gran Giudizio. Ma è troppo facile intendere, date le idee cristiane, come da questo tempo in là le visioni dovessero moltiplicarsi: visioni per lo più tenere, pietose, commoventi, nell'età dei martiri; paurose invece nel medioevo, durante il quale la religione diventò in grandissima parte sinonimo di terrore. Non diamone maggior colpa a lei che alle generazioni che essa si studiava di tenere a freno.

Io non istarò qui a farvi passare dinanzi la lunga serie di coloro che di secolo in secolo pretesero, o si pretesero, aver visitato i regni della morte; giacchè vedo bene quanta sarebbe la noia, e non vedo invece quale sarebbe l'utilità di una filata di nomi accompagnata da scarsi ragguagli. Mi pare senza confronto miglior partito prendere tra i moltissimi un caso singolo, che possa servir di esemplare, e fare di quello un'esposizione abbastanza particolareggiata. Non sceglierò quella visione di frate Alberico, dattorno alla quale fu combattuta un tempo la battaglia dell'originalità o non originalità del poema dantesco da chi ancora non sapeva, o non considerava abbastanza, com'essa non fosse che un individuo, non privo certo di qualche importanza, di una stirpe ben numerosa. Che Dante la conoscesse, è più che improbabile. E neppure mi appiglierò alla discesa famosissima di Owen nel pozzo di San Patrizio in Irlanda, nonostante che questo pozzo conservasse la sua reputazione di bocca delle regioni delle anime con una tenacia singolare, contro cui non valse nemmeno la distruzione eseguitane per ordine di papa Alessandro VI nel 1497. Prenderò invece la visione di Tundalo, germogliata ancor essa dal medesimo suolo irlandese, d'una fecondità proprio impareggiabile per roba siffatta. Questa può dirsi il capolavoro della sua specie. Composta alla metà del secolo dodicesimo, si divulgò, latina e molteplicemente tradotta, in modo veramente straordinario; e per me non è dubbio come sia tra quelle di cui Dante ebbe conoscenza diretta, e da cui trasse partito.

Tundalo era un cavaliere irlandese, giovane, bello, prode, piacevole, ma che non voleva darsi alcun pensiero delle cose dell'anima. Un giorno, mentre siede a tavola in casa altrui, si sente mancare, e, gridando, cade a terra. Appaiono in lui i segni della morte. Il corpo è steso sopra di un letto, e vi rimane tre giorni. Trascorso questo tempo, mentre tutto è pronto per la sepoltura, riapre gli occhi, con gran meraviglia dei circostanti. Egli riceve il corpo di Cristo, poi fa testamento in favore dei poveri, e quindi racconta i meravigliosi suoi casi.

Uscita dal corpo, l'anima era stata presa da grande paura, pensando alla sua vita colpevole. Una turba di demonii la circonda, digrigna i denti, le preannunzia l'inferno, e crudelmente la schernisce. Quand'ecco, egli vede accostarsi come una stella splendidissima, che, fattasi vicina, risulta un giovane di singolare bellezza (chi non ricorre qui subito colla mente al celeste guidatore del “vasello snelletto e leggiero„?) e gli si dà a conoscere per il suo angelo custode, mandato dalla misericordia divina. Gli annunzia pene bensì, ma insieme anche il ritorno alla vita, e gli dice di seguirlo. I demonii gridano contro l'ingiustizia di Dio, si picchiano tra di loro, ma se ne vanno, lasciando in quel luogo un gran puzzo. L'angelo, e Tundalo dietro di lui, si mettono in via.

Dopo aver fatto lungo cammino, in mezzo a tenebre rischiarate solo dalla luce dell'angelo, giungono a una valle profonda, piena di carboni ardenti, e ricoperta da un'immensa gratella arroventata, su cui friggono molte anime. Come cera si squagliano e colano sui carboni, per poi essere restituite nella forma di prima. Cominciano di qui i loro tormenti, seguiti da altri ancor maggiori, i parricidi, i fratricidi, gli omicidi in genere, e i loro complici.

Più oltre è un monte con uno stretto passaggio, che ha da una parte un fuoco di zolfo, e dall'altra neve e grandine, e vento orribile. Qui demonii, con forche roventi, aspettano al varco gli insidiatori, per metterli a tormentare, con dolorosa vicenda, or di qua, or di là.

I superbi urlano e gemono entro a un fiume di zolfo nel fondo di una tavola angusta, su cui solo agli eletti è dato di reggersi, mentre gli altri tutti precipitano. Questo ponte, che non rimane solo, come si vedrà or ora, è un'immaginazione che viene ben di lontano. Tundalo, grazie alla sua scorta, riesce a passarlo.

Proseguendo per una via tortuosa, si trovan di fronte a una bestia di grandezza così sterminata, da poter contenere nella bocca molte e molte migliaia di uomini. Il mostro si chiama Acheronte. Esso vomita fiamme, e certi demonii sono continuamente affaccendati a cacciargli in corpo delle anime. È il tormento degli avari. L'angelo d'improvviso sparisce, e Tundalo è preso e trascinato a patire pene incredibili e svariate in quell'orrido ventre. Pure alla fine si trova libero di nuovo, e l'angelo gli è al fianco.

Risanato con un semplice tocco del dito, è condotto ad un lago in continua e violentissima procella, pieno di mostri terribili, che stanno continuamente in attesa di anime da divorare. Questo pure è attraversato da un ponte, largo un palmo, lungo tre miglia, tutto coperto di punte che forano i piedi. Sopra di esso tocca a Tundalo di avventurarsi, tirandosi dietro una vacca indomita, in pena del furto di un animale siffatto. Il poveretto tollera patimenti indicibili; ora cade lui, ora la bestia; e ancora s'aggiunge l'incontro di un'altr'anima, carica di un gran fascio di spighe. Pure, quando Dio vuole, la prova è superata.