Lascio altri tormenti, anche più strani e tremendi, tra i quali non è tuttavia, come forse vi aspettereste, lo starsene a sentire conferenze noiose. E tutto questo non è che purgatorio! Alla fine Tundalo ode grida, ed urli, e tuoni, che fanno un insieme di cui non si può dir a parole l'orrore, e si vede dinanzi come un gran pozzo, dal quale escono tratto tratto fiamme e fumo, che paiono arrivar fino al cielo. Insiem colle fiamme son portate in alto numerosissime anime in forma di faville, che poi ricadono nel profondo. Ecco l'inferno. Una turba di demonii, usciti ancor essi di colà colle fiamme, fa ressa dattorno a Tundalo, e dà luogo a una scena, che subito ci fa pensare a ciò che nell'inferno dantesco segue sulle porte di Dite e al ponte de' barattieri. Ma l'angelo, che era prima sparito, riappare di nuovo, e dissipa costoro. Quindi conduce Tundalo anche giù nel baratro infernale; ma ve lo conduce invisibile a tutti, e senza che più deva partecipare alle pene. Dar conto dei supplizi veduti laggiù, non sarebbe, ci si dice, possibile; però altro non ci si descrive che Lucifero, mostro spaventoso e d'incredibile grandezza, nerissimo, con mille mani, lunga ciascuna cento palmi e munita di unghioni di ferro, con un enorme becco e una gran coda. Giace incatenato sopra una gratella, alla quale sono sottoposti carboni ardenti, rinfocati di continuo per forza di mantici da demonii senza numero. Pieno di furore, prende quante anime gli vien fatto di afferrare, le strizza, le infrange, e quindi, soffiando, le sparge per ogni parte dell'inferno. È allora che si solleva la gran fiamma vista uscire dal pozzo, la quale altro non è che il fiato di Lucifero. Ma poi il mostro aspira di nuovo; e fuoco, ed anime, e demonii, tutto gli rientra in corpo. La pittura è grandiosa davvero e spaventevole.
Tundalo, inorridito, dopo aver avuto dalla sua scorta molte dichiarazioni, domanda ed ottiene di uscir fuori, e ben presto, con gran meraviglia, si trova lieto e sicuro, non più circondato da tenebre. S'arriva ad un muro altissimo, appiè del quale se ne stanno alla pioggia ed al vento moltissime anime, travagliate da fame e da sete. Son coloro che vissero onestamente bensì, ma che non fecero elemosina come dovevano; però, simili agli scomunicati dell'Alighieri, rimangono qui alcuni anni ad aspettare.
Non aspettano Tundalo e l'angelo, e per una porta entrano in un giardino amenissimo su cui il sole mai non tramonta, dove sono le anime di coloro che, liberati dai tormenti infernali, ancora non meritano d'essere accolti nella compagnia dei santi. Nè da questo luogo son bandite del tutto le pene.
Giungiamo al piede di un secondo muro, che non ha porte, e al di là del quale Tundalo si trova, senza saper come, tra cori di santi, che lieti e festosi, in splendide vesti, deliziati da profumi inenarrabili, cantano soavissime melodie. È il paradiso dei maritati, che tennero fede al matrimonio. Al di là di questo, separato al modo medesimo da un muro, n'è uno anche più splendido, destinato ai martiri, a chi serbò la verginità, agli edificatori e benefattori di chiese. Questi ultimi se ne stanno in celle d'oro e d'avorio sotto un grand'albero che raffigura la Chiesa. Finalmente, al di là di un altro muro, fatto di pietre preziose, sono i nove ordini delle milizie angeliche, e la beatitudine più piena. Vi si scorge una seggiola meravigliosa, destinata a un'anima che ancora è tra i viventi. Mentre Tundalo sta qui gustando di una dolcezza ineffabile, gli è annunziato dall'angelo che deve ritornarsene, e immediatamente egli si trova gravato del peso del corpo. Fu allora che riaperse gli occhi.
Tale è questa visione, superiore ad ogni altra così per l'orditura generale come per molti particolari, ma infinitamente lontana pur sempre dalla Divina Commedia.
Là dove tanti avevano fantasticato, e non di rado vaneggiato, Dante solo pensò. La mente dantesca è una tra le più meravigliosamente contemperate che mai sian state nel mondo; fantasia e ragione, che nella maggior parte degli uomini paiono come rappresentarci i due piatti d'una bilancia, dei quali l'uno non può calare senza che l'altro si sollevi, qui sono entrambe in grado sommo e si crescon forza a vicenda. E alla ragione e alla fantasia s'accompagna una potenza di sentimento, capace al modo stesso delle più squisite delicatezze e degl'impeti più fieri; che può esser ruscello che scorre trasparente, accarezzando gentilmente le erbe che sporgono dalle rive, e torrente furioso che va a precipizio, travolgendo macigni, alberi, case, tutto quanto gli si para dinanzi.
Tale la natura aveva fatto l'Alighieri: la vita, piuttosto che per favore di circostanze, grazie ad una sete inestinguibile di sapere, — “La sete natural che mai non sazia„ altro che se Dio stesso l'appaga — aggiunse a tutto ciò una padronanza pressochè piena della scienza del tempo suo. Questa scienza sarebbe stata assai facilmente per altri come una gran pietra legata al piede, sia pure di un'aquila; per lui invece riuscì come la zavorra, per virtù della quale la nave si fa stabile e ben equilibrata.
Questo l'uomo che concepì il disegno di percorrere, dopo tanti e tant'altri, i mondi delle anime. Stiamo pur sicuri ch'egli non ricalcherà le orme di chicchessia. Perfino al cospetto di Virgilio, dell'“altissimo Poeta„ ch'egli non si stanca di chiamare “maestro„ e che, a motivo anzitutto della discesa di Enea all'Averno, sceglie a guida attraverso alle due regioni delle pene, non si riduce nient'affatto a diventare servile. Egli ha certo la rappresentazione sua incomparabilmente più fissa nella memoria d'ogni altra, l'imita talvolta in qualche particolare, ma serba piena ed intera la propria libertà.
Posto di fronte al soggetto suo, Dante provò il bisogno vivissimo di sottometterne, del pari come la successione dei peccati e delle pene, così anche la topografia, a quelle leggi d'ordine e misura, a cui era stato sempre ribelle. Era un caos ciò che a lui stava dinanzi. Poche soltanto tra le descrizioni de' suoi antecessori presentano contorni che possano in qualche maniera esser colti; e allora è un concetto assai povero che ci si offre. Abbiam come una sterminata estensione orizzontale, nella quale s'apre una profonda voragine. Tale è la disposizione virgiliana, tale quella che avete visto nella visione di Tundalo, tale quella di altri esemplari parecchi. Il baratro, come sapete, è l'inferno, dove nel più dei casi neppure si penetra, e del quale ad ogni modo si parla sempre in succinto. Nella parte superiore s'hanno le punizioni a tempo, ossia il purgatorio; e all'estremità sua sogliono incontrarsi le sedi dei beati: ben naturalmente nella concezione dei pagani, pei quali, fino a che la filosofia troppo non se ne immischia, il regno dei morti è uno solo, governato tutto da Plutone, ma con assurdità patentissima quando ci troviamo nei dominii del cristianesimo. I luoghi di pena, apertamente o non apertamente, s'immaginano quasi sempre sotterra. È dunque sotterra anche il paradiso?
Di concepire le cose come i predecessori, Dante non poteva contentarsi: egli cosmografo, egli dotato in grado ben alto di quel senso classico, che rifugge dall'indeterminato e dall'indeterminabile, costituendo un così reciso contrapposto alle tendenze dell'ingegno orientale. E non pago di modificare, tutto trasformò.