Il gran cardine della metamorfosi fu il purgatorio. Dante lo trasse dalle profondità del suolo e lo staccò recisamente dall'inferno. Così operando, egli si accostava ai teologi, che, mentre per lo più eran d'accordo nel ritener sotterranea la regione dei dannati insieme col limbo, non solevano pensare il medesimo di quella delle anime purganti. E non mancava, credo, chi questa regione ponesse appunto, come si fa dal poeta, agli antipodi. Dico solo “credo„ perchè la testimonianza che mi soccorre al momento è alquanto posteriore alla Divina Commedia; ma è troppo ovvio che, se il purgatorio era sulla superficie terrestre, dovesse immaginarsi in quelle parti a cui si pensava che l'uomo non potesse giungere. Del resto perduti nell'oceano i luoghi di pena temporanea sono anche in qualche esposizione leggendaria tra quelle che in generale ci son meno prossime, segnatamente nel famosissimo viaggio di San Brandano.
Ma se qui Dante, fino a un certo segno, abbandonava una tradizione per avvicinarsi ad un'altra, egli fu propriamente originale nella determinazione specifica del concetto. Quel medioevo che tanto favoleggiò delle regioni dei morti, vagheggiò non poco anche l'immagine di quelle sedi beate, che il primo atto di seduzione femminile e di debolezza mascolina si credeva aver tolto all'umanità. All'esistenza reale ed attuale del paradiso terrestre si dava fede quasi universalmente; e fede continuò a darcisi per un pezzo, sicchè è noto come lo stesso Colombo immaginasse di essere arrivato ne' suoi paraggi quando giunse alle foci dell'Orenoco. E sulle carte dell'età di mezzo questa regione felice, alla quale molte leggende facevano pervenire dei fortunati visitatori, è segnata molto spesso. Solo c'era qui pure dissenso quanto alla situazione. I più la ponevano in un remotissimo oriente; non pochi nell'India; altri, che si potranno un giorno far forti anche della poderosa autorità dell'Astolfo ariostesco, nell'Etiopia; parecchi — e non dico infine, perchè ancora non si sarebbe finito — lungi dal mondo abitato, divisa da esso, secondo taluni, da un gran tratto di mare. Ma l'accordo si ristabiliva tra il maggior numero per ciò che spetta alla configurazione particolare. Il paradiso terrestre doveva esser vetta di un monte isolato di straordinaria altezza; di un monte che certuni (chi conosce la Divina Commedia capisce subito il motivo dell'avvertire siffatta particolarità), per sottrarne la cima ai turbamenti atmosferici, facevan spingere il capo fin dentro al cielo lunare. Orbene: Dante prese questo monte, s'appigliò al partito unicamente ragionevole di collocarlo in mezzo al mare e agli antipodi, e dintorno alle sue pendici dispose il purgatorio, ripartendolo, colla sua mente geometrica, in altrettanti ripiani o cinture di forma regolarissima. Curiosa la rispondenza che cotale concezione viene ad avere con una che s'incontra nel Libro delle visioni e rivelazioni della tedesca Matilde di Hakeborn: curiosa assai, ma casuale, e buona a provarci a quante illusioni ci espongono non di rado certe somiglianze anche assai spiccate.
A togliere dalle viscere della terra il purgatorio, a trasportarlo alla luce, ad associarlo strettissimamente coll'Eden, Dante non fu mosso niente affatto da mere convenienze architettoniche. È un concetto ben altrimenti elevato che lo inspira. A lui la condizione di un'anima che espiando si purifica, apparisce cosa celeste. Anzichè una specie di vestibolo dell'inferno foggiato a sua immagine, la regione delle pene temporanee gli si affaccia come scala al paradiso. Questa è regione di dolore bensì: ma di dolore cui muta natura la certezza della felicità che s'aspetta e alla quale il soffrire è un avvicinarsi continuo. Però nel poema dantesco le scene terribili dell'inferno fanno qui luogo a rappresentazioni che parlano un linguaggio soave; alla disperazione succede una tenera malinconia; alle tenebre di una notte “privata d'ogni pianeta, sotto pover cielo„, il biancheggiar dell'alba.
Ahi, quanto son diverse quelle foci
Dalle infernali! chè quivi per canti
S'entra, e laggiù per lamenti feroci.
(Purg., XII, 112).
Quindi, se a questa sede benedetta si verrà per acqua, non altrimenti che all'inferno, a far da nocchiero, in luogo di “Caron dimonio con occhi di bragia„, avremo un angelo. Ed angeli, non demonii come in tutte le descrizioni anteriori, saranno i ministri preposti a questi luoghi. Davvero io non esito a dire che il purgatorio è la più bella, la più poetica, la più umanamente ammirabile tra le creazioni dell'Alighieri.
Ho detto che qui sta il cardine del nuovo sistema. Le profondità della terra restano così riserbate alle sole pene eterne, delle quali Dante, con un ordinamento che è il rovescio di quello degli antecessori suoi, acquisterà troppo ragionevolmente conoscenza prima di passare al purgatorio, a quella maniera che poi dal purgatorio salirà al paradiso. Il purgatorio d'un tempo, sgombrato dei vecchi suoi ospiti, diventerà parte integrante dell'inferno. E siccome le pene che i visitatori antecedenti s'erano trattenuti a descrivere, e che fanno riscontro alle dantesche erano sempre state sole, o quasi sole, le temporanee, ne viene che l'inferno dantesco è anzitutto e soprattutto l'altrui purgatorio. La forma sua nondimeno muove da quella che s'era attribuita all'inferno vero e proprio. Ma dove gli altri s'erano contentati di una voragine informe, egli anche a quella voragine dà un'architettura regolare, foggiandola a cono rovesciato, con una serie di gironi che vanno via via restringendosi e digradando, sì da riuscire come il riscontro concavo della montagna del purgatorio. E giù nel fondo colloca Lucifero. Di collocarlo in tal modo l'idea gli poteva più o meno essere suggerita anche dalla tradizione schiettamente sacra; nondimeno chi metta a paragone il Lucifero suo con quello della leggenda di Tundalo, mal può rattenersi dal pensare che di lì “Lo 'mperador del doloroso regno„ abbia a riconoscer l'origine.
Resta il paradiso. Se nella pittura dei tormenti — temporanei o perpetui, non fa differenza — i visionari che precedettero Dante avevano spesso dato prova d'ingegno e di facoltà inventiva, nel descrivere la beatitudine celeste essi erano rimasti così rasente terra, da muovere a pietà. Non erano davvero atte a un volo così ardito le loro ali di struzzo. Però il loro paradiso si riduceva per lo più a un mero paradiso terrestre, o ad una povera copia della Gerusalemme apocalittica. Che se taluni avevano osato slanciarsi negli spazi, all'ardimento non aveva corrisposto l'effetto.