Per ben intendere ciò che sono per dire, si richiami alla mente come si concepisse l'universo dal medioevo, come si fosse concepito per solito dagli antichi, come continuasse a concepirsi fino a che le idee copernicane non mandarono ogni cosa a soqquadro. La terra — questo povero granellino di sabbia lanciato negli spazi — s'immagina ferma e salda, e nientemeno che centro al gran tutto; le stelle fisse sono disposte in una specie di strato sferico, che potremo rassomigliare a ciò che è in un arancio la buccia; lo spazio compreso tra questa regione superiore e la terra si suppone divisa in varie sfere racchiusa l'una nell'altra, alla maniera di certe palle di legno che s'aprono, delle quali la prima ne contiene una seconda, la seconda una terza, e così via. In ciascuna sfera, fatta astrazione dal nucleo centrale, ossia dalla terra, e dal suo involucro immediato, compie i suoi moti un pianeta: partendo dal basso, successivamente la luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove, Saturno. Al di sopra del cielo delle stelle fisse, ragioni filosofiche e matematiche avevano portato a congetturarne un altro, che fu detto “primo mobile„ o “cristallino„; e sopra a questo, che veniva ad essere nono, la speculazione cristiana ne mise ancora un decimo, chiamato “empireo„.
Nel cielo empireo i teologhi ponevano Dio; in esso o nel sottoposto cristallino, i beati. Se Dante si fosse adagiato in siffatta idea, si sarebbe ridotto a non aver a descrivere che un solo cielo. Cosa sarebbe mai stata allora la terza cantica? E ne sarebbe andata distrutta anche la legge di progressione che regola il poema. Il poeta doveva dunque sentirsi spinto a popolare giù giù anche tutte le sfere inferiori. A ciò poteva incitarlo, non ostante gli scontorcimenti degl'interpreti, la parola stessa di Paolo, “rapito fino al terzo cielo„; a ciò quel nome appunto di cieli, dato universalmente a tutte senza distinzione le sfere, e il concetto che vi si collegava; a ciò le fantasticherie di un'antica letteratura cristiana, nella quale tiene uno dei primi posti l'Ascensione d'Isaia, e gli echi che di cotal letteratura s'ebbero nel medioevo; a ciò, per farla finita una volta pur non avendo finito, il sogno ciceroniano di Scipione, che agli spiriti eletti assegnava qual dimora la via lattea, e il Timeo di Platone, conosciuto anche allora, che faceva discendere le anime dalle stelle a vivificare i corpi, e ad esse, se buone, le rendeva dopo morte. Ma neppure a questo secondo partito, troppo repugnante a quella teologia che nel Paradiso prende necessariamente il di sopra, Dante poteva adattarsi senza temperamenti; e il temperamento fu di natura, da conciliare in tutto e per tutto le convenienze artistiche colle teologiche. Accettò l'idea che i beati avessero tutti quanti sede nell'empireo; ma suppose che nondimeno si manifestassero nei cieli sottoposti, tra i quali si trovassero ripartiti a seconda delle virtù o delle tendenze che avevano spiccato in loro durante la vita. È all'astrologia giudiziaria, non ripudiata nient'affatto entro certi limiti nè da Dante nè dagli stessi teologi, che si chiedono i principii direttivi della ripartizione. Però le anime che l'influsso della stella di Venere al momento della nascita aveva portato ad essere amorose, in Venere appunto dovranno apparire.
Gli è solo delle linee generali del poema che noi ci siam resi conto in questa maniera; abbiam visto come Dante foggiasse le celle dove deporre il suo miele. Ma qui non mi è lecito andar troppo più oltre di così. All'opera portentosa del poema sacro “han posto mano„ realmente “e cielo e terra„. Il poeta vi profonde a piene mani — a seconda delle opportunità offertegli via via da un disegno sconfinatamente vasto, che, non pago di abbracciare l'universo intero, comprende lo stesso Dio — tutti i tesori inesauribili di una natura meravigliosamente e svariatissimamente dotata, di una scienza accumulata con lungo ed amoroso studio, di una vita fatta esperta se altra mai dalla sorte “E degli vizi umani e del valore„. Dar conto particolareggiato di un contenuto così straordinariamente complesso e moltiforme, come si potrebbe qui mai? Però, invece che accostarmi al mio scopo, mi parrebbe di allontanarmene, se mi fermassi a discorrere di questo o quell'elemento, di questa o quella rappresentazione speciale. Farei come chi, per vedere il Giudizio Universale di Michelangelo, appoggiasse il naso alla parete. Certo, Caronte, Minosse, Cerbero, le Arpie, vengono da Virgilio; sono di origine virgiliana, o pagana in genere, sebbene subiscano una trasformazione profonda, e la palude Stigia, e la città di Dite, e Lete, e altre cose assai, troppo patenti e note perchè sia lecito insisterci; e dalla visione di Tundalo, colla quale s'è detto doversi riconnettere il Lucifero dantesco, emanerà probabilmente anche il seggio vuoto riserbato nel cielo all'“alto Arrigo che a drizzare Italia Verrà in prima ch'ella sia disposta.„ Queste e innumerevoli altre derivazioni si potranno osservare; ma dopo averle rilevate, in cambio di aver progredito nella comprensione generale dell'opera, si arrischierà di non capirne più nulla, quando non ci s'affretti a riallontanarci di tanto, che il grande ed il piccolo siano abbracciati insieme dallo sguardo e riprendano le loro rispettive proporzioni. Metterà maggior conto rilevare, esser probabile che dalle visioni precedenti Dante ripeta il concetto che il viaggio sia intrapreso a scopo di purificazione morale, pur trattandosi qui di una idea molto ovvia, e che nella Commedia assume un significato senza confronto maggiore per effetto di quel senso allegorico, tanto cercato, tanto accarezzato dalle menti colte dell'età di mezzo, che viene a sovrapporsi alla lettera, e che nelle concezioni principali raddoppia in certo modo il poema. E furono le vecchie visioni a dar l'esempio del surrogare all'inferno e al purgatorio singolarmente povero della pretta tradizione teologica — fiamme e zolfo e poco più — una grande svariatezza di tormenti. Molto importa poi il notare che già parecchie tra le visioni antecedenti avevano largamente frammischiato nelle rappresentazioni loro la terra, col facile espediente del riconoscere tra le anime parecchi, di cui era ancor viva la memoria. Cosa voglia dir ciò per la Divina Commedia, chi mai non vede? Vuol dire Francesca e Ugolino, Farinata e Pier delle Vigne, Sordello e Guido Guinizelli, Piccarda e Carlo Martello, in una parola, quantitativamente un porzione grandissima del poema, e sott'altro rispetto tutto ciò che v'ha in esso di più poetico, di più sentito, di più vitale. Ma bisognava che la semenza cadesse sopra un terreno ben portentosamente disposto per fruttificare in cotal maniera! Però a me non piace si parli di “Fonti„ per la Commedia non altrimenti da quel che si faccia per il Decamerone, per il Furioso, per la Gerusalemme. Questi son fiumi: la Divina Commedia è addirittura il mare. E come nel mare, l'acqua che vi scende da ogni spiaggia, che vi piove dalle nubi, prende nuovo sapore. Ma di quella condizione singolare per cui il grande poema riesce opera d'impareggiabile originalità, pur dovendo infinitamente al mondo che lo circonda, potrà esserci miglior immagine un grand'albero, che da una parte si sprofonda nel suolo ad aspirarne succhi per mille e mille radici, e dall'altra si eleva meravigliosamente poderoso, ricco di rami, lussureggiante di foglie, tutto rivestito di fiori.
Alla grande intrapresa del poema Dante riuscì a dar compimento poco prima forse che la vita gli mancasse. Venutone a capo, egli poteva rivolgere con profonda soddisfazione il pensiero alle parole scritte al termine della Vita Nuova: l'ardita speranza di dir di Beatrice “quello che mai non fu detto di alcuna„ era stata seguita da un effetto, a cui la speranza stessa, per ardita che fosse, mal poteva arrivare. Il voto era sciolto; egli aveva elevato un monumento, a paragone del quale le piramidi dei Faraoni, la mole di Adriano, e quant'altro mai di più gigantesco e più splendido l'uomo eresse quale albergo alle ossa proprie o alle altrui, erano a dire meschinità. Il monumento era riuscito di tale ampiezza, e così straordinariamente ricco, da parere altra cosa che un sepolcro; eppure la figura di Beatrice tutto lo dominava dall'alto, trasfigurata, indiata, ma non dissimile da ciò che era apparsa vivente.
Sicuro: nella Commedia la Beatrice umana non manca. Noi la riconosciamo allorchè al sommo del monte del purgatorio scende sul carro fatidico, “vestita di color fiamma viva„, non diversamente da quel che si fosse mostrata fanciulla, e, prima ancora di sollevare il velo che le copre il viso, induce un tremore in tutte le membra di lui, che
già cotanto
Tempo era stato, che alla sua presenza
Non era di stupor tremando affranto.
(Purg., XXX, 34).