E il dolce nome di “Bice„ riesce un momento a risonare, lontano e soave ricordo, pur tra le meraviglie del cielo (Par., VII, 14). Ma se questo è verissimo, non toglie per nulla che la Beatrice del poema non sia in primissimo luogo una Beatrice celeste. Sennonchè, tra questa nuova Beatrice — presa pure nel suo ufficio di simbolo, ossia guardata sotto il suo aspetto più etereo — e la Beatrice antica, non c'è contraddizione nessuna. Tra le due ha luogo quella continuità medesima, per la quale adulti siamo pur quegli stessi che si fu un tempo bambini.
Già nella Vita Nuova Beatrice è una Bice idealizzata; idealizzata a tal segno, da indurre molti a non la saper più riconoscere per donna viva nonostante che viva la rivelino indubbiamente certi batter di palpebre. Idealizzata bisognava bene che fosse; o non è sempre di un ideale, pur troppo ben lontano il più delle volte dalla realtà e che al contatto di questa si dissipa lasciandosi dietro il disinganno, che s'invaghirono quanti, uomini e donne, amarono, amano, e saranno per amare finchè la nostra razza perduri? In Beatrice, leggiadra sicuramente d'una leggiadria delicata, e non men che leggiadra, dolce, pudica, umile, cortese, Dante vedeva fatto persona ogni pregio femminile, come del corpo, così dell'animo. La “gentilissima„: ecco nella Vita Nuova la designazione sua consueta; e davvero, se c'è dote in cui l'idea tipica della donna incarni sè medesima, questa è di sicuro la gentilezza.
Beatrice muore. Muore nel fiore dell'età, avanti che il tempo abbia osato far sfregio al suo viso, avanti che le sue virtù abbiano, in mezzo a nuove condizioni, dovuto trasformarsi. È moglie, a quel che pare; ma giovane moglie; e che tale sia stata, la morte farà poi dimenticar presto. Orbene, colei che già in vita era apparsa al poeta un essere angelico sospirato dai celesti, gli apparve da quel giorno angelo vero e proprio; e quando nell'anniversario della sua dipartita, piena la mente del pensiero di lei, la sua mano vorrà come rappresentarne le sembianze, sarà la figura di un angelo che verrà a tracciare. Quindi la vedrà starsene gloriosa nel più alto luogo del cielo a godere della beatitudine celeste, ossia della visione divina. E la visione divina, o, in altri termini, la vita contemplativa, essa rappresenterà nel poema, contrapponendosi a Matelda, simbolo della vita attiva, e insieme con essa facendo riscontro a Rachele ed a Lia. Contemplando Dio essa lo conosce; però in lei viene ad esserci, per intuizione immediata, un sapere teologico superiore a tutta quanta la dottrina dei più profondi tra gli uomini; ma chi addirittura, e già ab antiquo, fa di Beatrice il simbolo della teologia, trapassa, a mio vedere, il concetto dantesco.
A questa idealità femminile, serbatasi intatta e rimasta così potente appunto perchè Dante non le si accostò troppo da vicino, noi dobbiam dunque anzitutto la Divina Commedia. Di un dono siffatto la donna, concepita quale in generale ebbe a vagheggiarla il passato, può veramente andare gloriosa. Se altrettanto sia per darci la donna di un tipo molto diverso che si sforza modernamente di uscire dal guscio, la donna avvocatessa, ingegneressa, deputatessa, ossia, per dir tutto con un'immagine, volgare se volete, ma assai efficace, la donna barbuta, permettetemi, o signore, grazie a Dio ancora “gentili„, di dubitar qualche poco.
DANTE NEL SUO POEMA
DI
ISIDORO DEL LUNGO
I.
Signore e Signori,
Era un esule fiorentino, che, or or fanno sei secoli, traeva seco in doloroso pellegrinaggio le sventure e la parola d'Italia. E “poichè fu piacere„ scriveva “della bellissima e famosissima figliuola di Roma, Fiorenza, di gettarmi fuori del suo dolcissimo seno..., per le parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicante, sono andato, mostrando, contro a mia voglia, la piaga della fortuna„. Le sventure d'Italia erano con quel cittadino, che le discordie della sua terra avevano, come tanti altri d'ogni terra italiana, balestrato in esilio, strappatagli la famiglia, divietatagli la vita civile: la parola e il pensiero d'Italia erano col Poeta, che affinando e sublimando nelle ispirazioni della sciagura quelle del tempo felice, i fantasmi giovanili d'amore idealizzava in figure di universal significato, civile, religioso ed umano; da' suoi affetti di cittadino, di partigiano, di fuoruscito derivava il concetto e il sentimento d'una patria virtuosa, libera e giusta; l'idioma dei volghi inalzava, laico ardimentoso, alla dignità del latino, e ne faceva verbo di scienza; e il volgare suo nativo, la favella dell'“ingrato e maligno„ suo popolo, il volgar fiorentino, consacrava in una grande opera d'arte siccome lingua della nazione; questa lingua che egli sentiva “stendersi„ alle parti anche remote ed estreme della grande patria italiana ed era vincolo tenace che le collegava per la futura unità. E perchè nulla, a rappresentare in sè l'Italia de' tempi suoi, e le inconsapevoli energie della nazione verso un'Italia avvenire, mancasse in quest'uomo, egli e la parte sua popolare e guelfa erano le vittime nobilissime delle politiche ambizioni della teocrazia romana, e de' mercimonii di questa coi protettori stranieri: egli e la parte sua de' Guelfi Bianchi, che la resistenza a coteste impure ambizioni avea cacciati fra i Ghibellini, erano gl'idealisti dell'Impero; di quella gigantesca ombra del nostro passato, nella quale l'Italia, affermando a nome d'un diritto fittizio il primato antico, veniva, qualunque ella si fosse in effetto, ad affermare sè stessa.
Tali concetti e sentimenti, negli ordini del pensiero e dell'azione, della lingua e dei fatti, della scienza e dell'arte, simboleggia a noi il nome di Dante. E nella schietta e gagliarda italianità di questo simbolo la patria nostra ha ricercato il proprio essere, verso quel simbolo luminoso è stata da' suoi più alti intelletti ricondotta, ne' secoli dolorosi del suo servaggio e dello alienamento da sè medesima; in quello ha costantemente ritemprato il suo pensiero, rinvigorito il sentimento, custodita e difesa, come arra di rivendicazione, la santità dell'idioma. Il nome di Dante ha sonato sempre e suona nelle nostre famiglie, nelle scuole, nelle piazze stesse e ne' campi alle plebi lavoratrici, come un che di supremo, in cui si raccoglie quanto ha di più geniale, di più domestico, la mente e il cuore della nazione, quanto di più intimo e perenne è nelle tradizioni di lei. Di nessun libro fu pronunziato il titolo con egual riverenza, sin dal secolo stesso dell'autore, e con sì profonda religione, come della Commedia, che non esso l'autore, ma i dopovenuti, chiamaron divina; per nessun libro, così spontaneamente e con altrettanta popolarità si fece un sol nome del libro e dell'uomo, il Dante.