E veramente è un uomo in quel libro. Ma perchè quell'uomo vi è per ciò che fu nella vita reale, e per l'idealità dietro le quali visse cotesta vita, è accaduto che quanto si andava, nel volger dei tempi, perdendo della notizia e del sentimento di quella realtà, dalla quale ci venivamo sempre più allontanando, altrettanto si sostituisse, nell'interpretare uomo e libro, di idealità più o meno infedeli e di sentimento soggettivo. Il che ebbe principio, insieme con l'ammirazione e il culto, fin da' tempi stessi dell'Alighieri, e quando ancora “eran calde le sue ceneri sante„. E anche solo a confrontare ciò che con tanta semplicità, ma con sì profondo sentimento del vero, scrive in ricordanza di Dante, di “questo Dante, onorevole e antico cittadino “di Firenze di Porta San Piero e nostro vicino„, Giovanni Villani nella sua Cronica, a confrontarlo con la biografica laudazione che pochi anni più tardi ne congegna il Boccaccio, si vede come in quella pagina di cronica un artefice vissuto con Dante delinea e colorisce una figura viva; subito dopo incominciano i ritratti di maniera, incominciano appunto con la biografia boccaccevole. I tratti di quella irosa vecchia laureata, che Raffaello eternò sotto il nome di Dante Alighieri negli affreschi vaticani, primo a disegnarli può dirsi essere stato il gran novelliere e umanista fiorentino. Nel capitolo del Villani abbiamo quelli nei quali, per l'arte di Giotto, Dante, effigiato fra altri uomini del tempo suo nella città sua, è rivissuto autentico a' giorni nostri, da una parete del Palagio del Potestà. La benaugurata restaurazione degli studi danteschi, la quale è certamente uno de' principali vanti della moderna letteratura civile, ha ormai posto per uno dei sommi principii suoi, che nella interpretazione d'un'opera, com'è la Divina Commedia, dall'un capo all'altro compenetrata della viva e genuina personalità dell'autore, a poco di vero e di positivo approdano gli studi più o meno ingegnosi sul testo, se non si abbia altresì ben presente, che sopratutto rivivendo ne' tempi del Poeta, con lui rivivendo, è possibile appropriarci, far nostro, il sentimento col quale Dante volle essere nel suo Poema, quello che fu nella vita. Di questo Dante nel suo Poema, del Dante storico, del Dante di fatto, quale nella sua poesia riproduce sè stesso io mi accingo a rinvergare le linee. Assommerò per capi principalissimi, e limiterò la materia a quelle sole parti che, in un poema tutto personale per eccellenza, sono le più strettamente personali: per sommi capi, dico, e dentro quei limiti che il tempo e la discrezione impongono a chi non deve abusare della benevolenza, la quale invoco, di un così eletto uditorio, e specialmente della vostra, Signore gentili.
II.
Poichè il Poema di Dante, concepito con intendimento mistico verso una figura (Beatrice) e un affetto reali, svolge e atteggia, intorno a questa figura e a questo affetto sovrani, la realtà umana in universale, ma con molto maggiore abbondanza e rilievo di figure e concentramento d'interesse la realtà storica contemporanea; il protagonista di tale rappresentazione non lo possiamo pensare in guisa diversa che come uomo nel quale questa realtà odierna s'individua, per lo meno, tanto potentemente, quanto negli altri personaggi che con lui convissuti egli nel Poema introduce con sè. È questa una necessità estetica del concepimento dantesco, la quale informa e caratterizza la figura di lui che vi opera. Dante, nell'azione del Poema, è l'uomo, la creatura umana, che tende al divino: ma l'uomo del tempo suo: e poi l'italiano; e ancora, il fiorentino; del tempo suo, sempre: anzi è egli stesso lo scrittore, è Dante Alighieri, il cui proprio nome in un luogo solo del Poema, e solamente “per necessità, si registra„, ma la vita sua co' suoi affetti e i pensamenti e i dolori e le colpe quel Poema l'occupa tutto: quel Poema al quale il Gozzi, sotto tale rispetto, foggiava, secondo lo stampo tradizionale, come appropriatissimo, il titolo di Danteide.
E poichè quel vasto rappresentamento della realtà storica contemporanea, al quale diciamo essere ordinato tutto il Poema, si eseguisce mediante episodi lungo lo spiritale viaggio; nei più gagliardi e vivaci di cotesti episodi, dove o il suo cuore d'uomo e di cittadino batte più forte, o la virtù sua di pensatore si leva dietro questi affetti più vigorosa e ferisce più in alto, stanno le linee del ritratto che di sè ci ha lasciato Dante nel Poema immortale.
III.
Dante (permettete che brevemente vi ricordi) visse lai 1265 al 1321. Nato da famiglia di Grandi, e d'antica cittadinanza, in Firenze, poco prima che la parte sua Guelfa, sbanditane nel 1260, nel 67 stabilmente vi restaurasse la propria potenza; crebbe egli durante l'espandersi di questa in forme di governo artigiano e progressivamente democratico: accettò quelle forme, e col farsi popolano partecipò al reggimento. Divisi i Guelfi fiorentini in Bianchi e Neri dietro due potenti famiglie Cerchi e Donati; Guelfi temperati i Bianchi, gelosi della indipendenza del Comune, e a questo patto non alieni da conciliazioni coi Ghibellini; Guelfi radicali i Neri, e strettamente legati con la Corte di Roma non senza pregiudizio e pericolo di quella indipendenza; Dante, co' migliori cittadini, è dei Bianchi: cade con essi; e la proscrizione che lo colpisce nel 1302, lo distacca da Firenze per sempre. Il Poema, la cui prima ispirazione antecede all'esilio ed è connessa con le visioni amorose della Vita Nuova, fu scritto durante questo: e all'esilio certamente appartengono il Convivio, commento scolastico alla sua lirica amorosa ed etica; e la Volgare Eloquenza, trattato latino dove, pure con forme scolastiche, indaga e determina le potenze dell'idioma italiano alle opere letterarie: di dubbia data l'altro trattato, pure latino, De Monarchia, su l'autorità imperiale e le relazioni sue con la ecclesiastica.
La vita di Dante, da quanto ne conosciamo e che al desiderio nostro e al bisogno è sì poco, la vita nel mondo vissuta da quest'anima, la quale parve accogliere in sè le virtù più efficaci, i più geniali caratteri, dell'età e della patria che furono sue, appartiene, per la gioventù, alle rime d'amore, al servigio in armi del suo Comune guelfo, all'addottrinamento: per la virilità, alle cure e alle passioni civili, nelle fazioni e nei magistrati di quel medesimo Comune parteggiante fra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, che è il più breve periodo e culminante, e che l'esilio interrompe: per i successivi anni, all'esilio. Intorno a ciascuno di questi aspetti di Dante nostro, dai tre regni ch'egli ha architettato e popolato, si aggirano, figure riviventi intorno a lui vivo, persone a lui note ed egli a loro; e il luogo in quello o questo de' regni eterni ad esse assegnato le caratterizza per ciò che furono e fecero, e che il Poeta pone in relazione con ciò che ha fatto ed è egli. Quindi su loro, e sulla vita da lui insieme con loro vissuta, la poesia dantesca concentra sentimenti di pietà e di sdegno, di reverenza e di dispregio, d'amore e d'odio; e gioie, e dolori, e memorie, e pentimenti, e rimpianti, e disinganni, e speranze; e soavità di preghiere, e asprezza di scherni, e lacrime di patimenti, e violenza di rinfacci, e maledizioni feroci: onda che si rimescola e bolle entro l'animo del Poeta, per traboccarne impetuosa, o pianamente diffondersi, ne' suoni, a tanta varietà di contenuto con mirabil magistero appropriati, d'una poesia che rimane unica al mondo.
IV.
I due Poeti sono sulla spiaggia appiè del Purgatorio, in cospetto della marina che tremola a' primi raggi dell'alba. Un lume rosseggiante, con non so che di bianco intorno, si fa visibile sull'orizzonte, e rapidamente s'appressa: è la navicella angelica, e porta le anime che dalla foce del Tevere sacro hanno navigato verso il luogo d'espiazione che dee prepararle alla gloria. Approdano, sbarcano; s'accorgono di Dante, che non è, come son esse, spirito spoglio del corpo; si maravigliano: una di loro si fa avanti; l'un Fiorentino riconosce l'altro; fanno atto, inutilmente, d'abbracciarsi, come una volta nel mondo; e Casella, a richiesta di Dante, intona le note musicali che già appose ad una delle canzoni del Convito “Amor che nella mente mi ragiona„. L'arte, onnipotente anche nel mondo d'oltre la tomba, s'impossessa di tutti quanti là sono ad ascoltarlo: le anime dimenticano il Purgatorio che le aspetta; Dante e Virgilio, il viaggio; se non fosse l'aspra voce di Catone, che li richiama tutti al dovere, e ciascuno al proprio destino. — Altrove, asceso il sesto girone della sacra montagna, fra il verde delle piante cariche di frutta, a martirio e purificazione de' golosi, e innaffiate di acque zampillanti, un rimatore, Bonagiunta da Lucca, anch'egli riconosce in Dante il “cominciatore delle nuove rime„, e Sei tu (gli dimanda) l'autor della canzone “Donne ch'avete intelletto d'amore?„ Al che rispondendo Dante, Io son poeta che a dettatura d'Amore scrivo quel che sento; fa che il rimator di maniera bonamente confessi la cagione della inferiorità sua e degli altri di quella scuola. — Altrove, ancora, ma in luogo ben diverso, nel girone sabbioso de' violenti contro Dio, la natura e l'arte, sotto la pioggia del fuoco infernale, Brunetto Latini ravvisa e con amorevolezza paterna saluta il giovane concittadino, e gli ricorda la ben promettente giovinezza, e questi a lui, con reverenza di figliuolo, gli ammaestramenti e i conforti ricevutine al sapere e alla gloria, che l'altro gli conferma non essere, congiuntamente con la sventura, per fargli difetto: con la sventura, che il maestro prognostica, e il discepolo con franco e sicuro animo accetta, dall'inimicizia della malnata loro cittadinanza. — Da quella cittadinanza, pur riconoscendo ancor esso il concittadino, e “l'altezza d'ingegno„ sua ricordando, da quella cittadinanza astrae, come già in vita nei superbi trascendimenti della filosofia negatrice, messer Cavalcante, sepolto coi miscredenti nel cimitero infocato sotto le mura di Dite; e in Dante non vede se non l'amico del figliuol suo, di Guido poeta; e del figliuolo, non d'altri nè d'altro, gli chiede, “Mio figlio ov'è? e perchè non è teco?„: e nella risposta di Dante, la figura di Guido passa disdegnosa e solitaria, ravvolta nelle ombre d'un verso, come l'anima sua, misterioso. — Ritorniamo a quel sesto balzo del Purgatorio: dove, prima che da Bonagiunta, il Poeta è stato ravvisato, e con troppo maggior cordialità e commozione, da un affine e compagno di vita giovanile, Forese Donati. Forese, al rivederlo, grida “Qual grazia m'è questa?„, come già Brunetto: “Qual maraviglia!„: e Dante ripiange le lacrime sparse quattr'anni avanti per la morte di quel suo carissimo; e ricordano insieme la famiglia e la patria; e insieme si vergognano e si senton gravati di avere, trascorrendo dietro le mondane follìe, partecipato giovenilmente al malcostume fiorentino: e contro questo, Forese, il libertino pentito, inveisce, e del suo pentimento e della grazia da Dio usatagli fa tributo di gratitudine e di amor coniugale alla vedovella sua che ha pregato per lui, alla Nella virtuosa: e Dante, che i tesori di quella grazia fruisce ancor vivo, nomina Colei per la quale gli sono largiti, la donna sua ideale che a sè lo ho ricondotto; col nome suo di persona, e di persona famigliarmente nota, la nomina a Forese, il che non ha fatto con altri: “io sarò là dove fia Beatrice„. — Ed è con Beatrice quando nella stella amorosa di Venere, per entro ad uno di quei fulgori, gli parla lo spirito del giovine principe Carlo Martello d'Angiò, da lui conosciuto, e l'uno all'altro affezionatisi, nella breve e pubblicamente festeggiata dimora che questi fece in Firenze la primavera del 1294: ed anche a questa memoria di giovinezza congiunge il Poeta le dolci sue rime d'amore: e si fa da Carlo, angelicatosi in quel terzo cielo, ricordare l'altra Canzone del Convivio, “Voi che intendendo il terzo ciel movete„, e l'affetto di che s'eran presi, in quel fuggevol conoscersi, egli e cotesto Angioino degenere dalla stirpe sua trista. — Altra conoscenza cara, pur di quelli anni, gli si rinnova nel Purgatorio, nella fiorita valletta de' Principi: Nino giudice, il Guelfo pisano, e nella guerra guelfa contro Pisa tutto cosa dei Fiorentini, e da città a città della Lega continuo sommovitore di maneggi e d'armi; e tuttavia, in tanto arrovellarsi civile e guerresco, gentile spirito, dischiuso ai miti affetti di sposo, di padre, d'amico; e questi nelle parole che Dante gli pone in bocca rivivono: ma nulla vi si risveglia, di quelli altri più fieri e tempestosi, in che si trovaron pure mescolati i due giovani partigiani. — Della guerra guelfa, alla quale nessun Fiorentino che l'età facesse atto o a' Consigli o alle armi potè fra il 1284 e il 93 essere estraneo, della guerra guelfa imagine espressa è invece, sanguinosa imagine e reminiscenza, Bonconte di Montefeltro che al Poeta parla di Campaldino, e della battaglia, tra' cui furori e lo imperversare degli elementi sparisce il suo corpo travolto dal diavolo, mentre dell'anima pentita trionfa l'angelo salvatore.
Di tutti questi episodi che trascelgo al nostro proposito (e se da ciascuno di essi, più che frasi sparse, il tempo mi concedesse addurre versi e terzine, voi cambiereste davvero con vantaggio la mia povera prosa), di tutti questi episodi è evidente il carattere soggettivo, e la loro relazione, anche di quelli dove non è esplicita, con l'uomo la cui giovinezza fu coetanea a que' personaggi e a que fatti; e come a ciascuno di tali episodi il Poeta affidi alcuna parte di ricordanze di quella sua giovinezza; e come dal convergimento delle loro linee si componga, e alla luce che l'affetto vi riflette si colorisca, la imagine viva di cotest'uomo in quelli anni. L'azione poi nella quale Dante, attraverso a quelli e a tutti gli altri episodi del Poema, protagonizza, si aggira tutta quanta e si svolge intorno al più gentile, al più ideale, di quei giovanili fantasmi: Beatrice. Beatrice, che manda Virgilio a soccorrer Dante nella selva mondana; Beatrice, che nella selva paradisiaca gli rimprovera le sue colpe e ne ottiene il pianto della confessione contrita; Beatrice, che seco lo solleva alle sfere celesti per condurlo sino alla visione del mistero supremo; essa stessa lo designa per “l'amico suo„ sventurato, essa sola di tutti i personaggi del Poema lo chiama per nome (ed è quel solo luogo dove si pronunzia il nome di lui), essa ricorda pudicamente le “belle membra„ nelle quali gli piacque, gli “occhi giovinetti„ amorosamente “mostratigli„, i virtuosi “desiri„ che il “sommo piacere„ della sua bellezza mortale ispirava nel giovine, le visioni dopo morte rivocatrici di lui al bene: essa è insomma anche nella Commedia la Beatrice della Vita Nuova; tanto è quella Beatrice, che forse anche la ministra di lei alla purificazione di Dante in Lete e in Eunoè, la “bella donna„ amorosa che “sceglie fior da fiore„ nel maggio perpetuo del Paradiso terrestre, quella Matelda di sì controversa identificazione storica, è, forse, una delle gentili figure femminili essa pure, una delle gentildonne fiorentine, della Vita Nuova.