L'arte, l'amore, la scienza, la patria, irraggiano di sè quella giovinezza lieta e pensosa. La musica di Casella, che rinnovata su la spiaggia dell'isola sacra si perde nella deserta immensità dell'Oceano, fu in altro tempo raccolta dalle donne leggiadre, dai giovani innamorati, festeggianti il maggio ne' verzieri de' grandi turriti palagi, o lungo le rive d'Arno feconde, o sulle colline di Fiesole rosee al tramonto primaverile; quelle note vestirono la poesia fiorentina del “dolce stil nuovo„ tenue e carezzevole in ser Lapo Gianni, incisiva e fantastica col Cavalcanti, informata da Dante al vero sentito nell'anima: e Vanna, Lagia, Beatrice, ispiratrici, se ne compiacquero. — Quel principe giovinetto, mancato, come il Marcello virgiliano, a' suoi alti destini, e il cui spirito è tratto ora in giro co' “Principi celesti„ nella roteazione delle sfere intorno all'“Amor che le muove„, fu in Firenze, splendido di gioventù e di potenza, venuto da Napoli incontro al padre che tornava d'oltremonti, dallo adoperarsi nelle pratiche di pace ch'eran susseguite alla guerra dei Vespri. Si accalcava la cittadinanza repubblicana intorno a que' suoi Angioini, “sangue della real Casa di Francia„, che la fantasia popolare avvolgeva ne' bagliori cavallereschi de' romanzi e delle canzoni di gesta, circonfondeva del nimbo religioso de' Cristianissimi, non disingannata nè allora nè poi, fatalmente, dalle rapine emungitrici, dagl'infidi patronati, dai simoneggiamenti con la Corte di Roma: e il re giovinetto passava per le anguste vie della città operaia, all'ombra de' forti arnesi di vigilante guerra domestica, dinanzi alle botteghe di quei mercatanti magistrati, addobbate della lor propria industria co' panni di Calimala e le sete di Por Santa Maria: da' balconi e dalle loggie, di sotto alle ampie protese tettoie, di mezzo agli archi flessuosi, dalle finestre ogivali, raggiava nel sorriso delle sue donne la idealità di Firenze artista. Passava il re d'Ungheria, se ne ricorda il Villani, “con sua compagnia di duecento cavalieri a sproni d'oro, franceschi e provenzali e del Regno, tutti giovani, vestiti col re d'una partita di scarlatto e verde bruno, e tutti con selle di una assisa a palafreno rilevate d'ariento e d'oro, coll'arme a quartieri a gigli ad oro e accerchiata rosso ed ariento, cioè l'arme d'Ungheria, che parea la più nobile e ricca compagnia che anche avesse uno giovane re con seco. E in Firenze stette più di venti dì, attendendo il re Carlo suo padre e' fratelli; e da' Fiorentini gli fu fatto grande onore, ed egli mostrò grande amore a' Fiorentini, ond'ebbe molto la grazia di tutti.„ Di questa “grazia„ ne' versi di Dante risuona l'eco immortale: “Assai m'amasti, ed avesti bene onde„, che paion inchiuder fiducia del Poeta in una Corte angioina, se Carlo Martello fosse vissuto, ben diversa da quella che poi ebbe ospiti il Petrarca e il Boccaccio. — Quel giovine fiorentino pervenuto ormai “al mezzo del cammin di nostra vita„, che non osa andare a pari con quel vecchio dannato, e dinanzi a lui inchina reverente la testa, ascoltò su nel mondo, in più verdi anni, con egual reverenza la parola di cotesto savio uomo, e fu de' meglio disposti a quel “digrossamento della cittadinanza„, che questi, ser Brunetto Latini, veniva operando con lo interpretare a' laici la parola de' filosofi, de' retori, degli oratori antichi, o col popolareggiare nel diffuso volgar di Francia, nella “prosa de' romanzi„ lo scibile delle scuole e de' chiostri, e farne “tesoro„ accessibile a tutti. In quelle sposizioni della sapienza antica, dischiudevansi all'animo del giovine le visioni della gloria, del “come l'uom s'eterna„: e l'umanista di Firenze artigiana, lo scolastico errante ne' venturosi esigli, il dettator del Comune nella lingua augusta de' padri, compiacevasi di vedere che quel terreno, tuttavia malagevole alla nuova cultura, producesse spontaneo cosiffatte piante, nelle quali “riviveva la sementa santa di Roma„, che dalle nebbie estreme, lentamente sfumanti, della grossa età medievale, si sprigionasse, ombra in sogno dell'imminente Rinascimento, l'imagine di quella universal patria delle genti civili. — Insieme con cotesto giovine di grandi speranze, e “dietro sua stella incamminato a porto glorioso„, ascoltava volontario discepolo anch'egli, ma assai men docile, come a sofferire gli ordinamenti della novella democrazia, così ad accogliere gli ammaestramenti e gli esemplari della civiltà antica, il più caro degli amici suoi, quel Guido Cavalcanti che l'anima del padre, dal mondo di là nel quale non credettero, chiama ora con voce di affetto desolato. Furono lungamente insieme e ne' loro più belli anni della vita mortale; perchè non sono essi insieme a traversare le regioni dell'altra, que' due compagni di gioventù, d'amore, di rime, di parte? Il confidente e partecipe delle visioni amorose; il solutore o, a vicenda, proponitor dei quesiti formulati secondo i dettami del trovare; l'amico, pel quale nell'idioma delle donne gentili la Vita Nuova fu scritta; il compagno d'arte a cimentare le virtù di questo idioma dietro l'orma, che essi sopravanzeranno, del massimo Guidi Guinicelli; come non essere con Dante suo là, dove alle visioni dell'anima è dischiuso l'infinito e l'eterno, dove il più arduo e tormentoso dei problemi ha risposte d'assoluta certezza; in cotesto viaggio, il cui “arrivare„ sarà alla donna di quella Vita Nuova, alla donna di quelle rime del nuovo dolce stile d'amore? Ahimè, troppo è sfiorito, troppo è inaridito, troppo è caduto, di quelle idealità giovanili! Troppo presto è morta Beatrice; troppo presto quelli “occhi giovinetti„ si chiusero, e “le membra belle si fecero terra!„ E la terra ha tirato a sè l'amante infedele: lo hanno traviato le voluttà del senso volgari; e il verso che attratto dal sorriso e dal saluto di Beatrice s'inalzava sino alla patria degli angeli dov'ell'“era desiata„, ha, dopo il ritorno di lei colassù, abbassate le “penne gravate„ giù nelle “vanità brevi„ mondane: peggio ancora, ha sogghignato e motteggiato nel gergo equivoco de' trivii, tenzonando con Forese, non già, come con Guido e Lapo e Cino, sulla spirituale casistica del “diritto amore„, ma sulle avventure dell'amor “folle„ e randagio, sulle realtà, e turpi realtà, della vita quotidiana. Allora, di quella “vita vile„, di quei “vili pensieri„, schivo e sdegnoso, Guido si è ritratto in disparte; altre cose ancora comprendendo in quel suo altero dispregio, ciò erano le cure civili, la partecipazione al governo artigiano del loro Comune, dietro le quali la giovinezza di Dante ha rotto fede alla idealità che ambedue avevano vagheggiato concordemente. Il distacco che si compie tra Guido, il quale resta de' Grandi e persona speculativa, e Dante, il quale si fa uomo di popolo e magistrato; tra Dante che si troverà a sentenziare ed eseguire contro que' Grandi, e Guido ad esserne percosso; neanche potrà cessare, il giorno che Dante, dissonnatosi da quel suo aggirarsi sonnambulare entro la selva delle cose mondane e fallaci, ritornerà per la “diritta via„ alle verità ideali, a Beatrice: perocchè tale ritorno si opera mediante la fede dell'uomo e la grazia di Dio; e Guido è escluso da questa, perchè ricusatore di quella. De' due ascoltatori di ser Brunetto, Dante solo ha potuto farsi seguace al Virgilio che nel mondo dello spirito riconosce e in sè rappresenta la deficienza del sapere umano, anche sublimato sin al grado più alto, di fronte alla rivelazione divina: perocchè Guido si è rinchiuso dentro la speculazione umana, del tutto umana, se non in quanto lo spirito della poesia aleggia su quella materia, e di là ha da sè respinto del pari e i contrasti e le brighe della vita attiva, e, negli ordini della speculazione, le supreme conciliazioni della filosofia religiosa; laddove Dante, dalle idealità e dalle affettività soggettive, passato, od anche, se vuolsi, disceso, alle realità della vita attiva e operante, deviatosi fors'anco dietro i “difettivi sillogismi„ di quella medesima scienza dubitatrice e terminativa in sè stessa, ha poi ritrovato nel cuor suo memore e non corrotto la energia delle prime e pure idealità, e sulla traccia di esse, scorto dalla Scienza sì delle cose umane e sì delle divine si è ravviato verso quella verità comprensiva di tutti gli aspetti di ciò che è, di tutte le dissonanze armonizzatrice, “che saziando di sè, di sè asseta„. E da quelle altezze, donde non vorrebbe esser mai disceso, guarda con occhio di severo giudice il proprio passato; con umiltà di penitente se ne confessa ed accusa.
Ma di cotesto passato, che la Beatrice teologale gli rinfaccia con durezza d'inquisitore, ma della cara sua giovinezza, lasciate al Poeta le ricordanze de' giorni, ne' quali egli contribuì il vigore degli affetti suoi e del braccio alla vita, che era anch'essa una gioventù, alla vita battagliera del suo glorioso Comune; lasciategli il suo Carlo Martello, il suo Nino giudice, il suo Campaldino. Sia pure che a cotesti fantasmi del proprio passato, si riaffacci egli tutt'altro uomo da quando ci visse in mezzo e operò: al mistico viaggiatore, nel riveder Nino Visconti, occorra innanzi tutto il pensiero, e sia prima e maggiore allegrezza, che cotesta anima, pericolata dell'eterna salute tra le fazioni sanguinose e le gare frodolente, nelle sinistre ambizioni del potere e ne' rancori dell'esilio implacabili, cotesta gentile anima, è salva; e salvo è Bonconte, il prode cavalier ghibellino, caduto in battaglia col dolce nome di Maria sulle labbra. Ma quella battaglia, nell'atto che Bonconte gli parla, quella battaglia, nella quale a Toscana tutta si decideva del suo esser guelfa o ghibellina, Dante se la vede ancora turbinare dinanzi, ne ascolta ancora il fragore; palpita nuovamente, fra il timore e la gioia, “pe' vari casi„ che si successero in essa; gli pesa quasi sui sensi quell'afosa giornata estiva, con l'aria gravida di procella, che poi si scatenò sulla fuga de' Ghibellini sconfitti, e accompagnò la caccia spietata data a questi dai vincitori. Egli ha veduto “corridori e gualdane sulla terra vostra, o Aretini„; ha veduto uscir di Caprona i fanti ghibellini che han patteggiata la resa con una delle tante osti fiorentine sommosse da Nino contro la sua Pisa, e in quella oste si ricorda aver egli Dante cavalcato con gli altri del Sesto suo di Porta San Piero. E a siffatti ricordi, nel Dante austero e trasfigurato del viaggio spiritale, Dante giovine rivive e sottentra: rivive cittadino e gentiluomo, rivive milite di Firenze sua, fra le cavalcate dell'oste guelfa; capitani di guerra, sotto la comunal bandiera del giglio che i Ghibellini hanno insanguinato, messer Vieri de' Cerchi e messer Corso Donati, non ancora capiparte l'uno contro l'altro nella città per odio nuovo divisa, e in nuovi travagli, in nuove colpe condotta, a nuove espiazioni serbata.
V.
E l'altro aspetto del Dante storico emerge da questa nuova malaugurata disposizione di avvenimenti, e per altri episodi o per altre, talvolta anche fuggevoli, imagini è lumeggiato nel Poema. La vita civile di Dante, che è essa quest'altro aspetto di lui nel Poema, la vita sua di poco più che un lustro, fra gli ultimi anni del XIII secolo e i primi del successivo, questi e quelli tempestosissimi, comprende l'opera di lui ne' Consigli, nelle commissioni pel Comune, nel Priorato, e il suo mescolarsi tra i Bianchi nelle fazioni della città guelfa, co' Bianchi difendendo la indipendenza del Comune contro le violenze di papa Bonifazio e dell'instrumento suo Carlo Valese, e co' Bianchi terminando involto nella loro caduta. Per tal modo la vita civile di Dante è, nel breve periodo ch'ella occupa, quasi non altro che una preparazione all'esilio, o piuttosto un precipitare verso di esso: e le imagini per le quali nel Poema e vita civile ed esilio riflettonsi, si mescolano siffattamente e s'intrecciano, da non potere la osservazione, sia storica, sia estetica, separar ciò che uno è nella intenzione del Poeta, come nella realtà dei fatti dolorosamente fu uno.
Riconosciuto da Ciacco siccome un dei “cittadini„ di buona famiglia (“buoni e gentili uomini della città„ dicevano), de' quali al parassita era altresì nota per lungo uso la mensa, da lui primo gli è nell'Inferno non nominata Firenze, ma indicata con amara perifrasi “la città piena d'invidia„, cioè d'odio fraterno: e di questo, che è già al colmo sicchè ormai “il sacco trabocca„, Dante si fa predire le imminenti catastrofi, per le quali dee consumarsi, fra l'anno che corre 1300 e il 1302, la scissione di parte guelfa in Bianchi e Neri. Son per “venire al sangue„: i Cerchi cacceranno i Donati: poi questi, parte Nera, trionferanno di parte Bianca, e la terranno soggetta: la cittadinanza ha appena due giusti sui novantamila che la compongono, e quelli non sono ascoltati: in fondo alla scena del dramma che si apparecchia, veglia, cupa sinistra figura, il Pontefice, che in apparenza “piaggia„, si sta di mezzo, fra le due parti, ma giunto il momento, farà preponderare quella, e la men degna, con la quale è segretamente legato. È la prima predizione di sciagure civili che percuote l'animo di Dante, là nella trista pianura intronata dai latrati di Cerbero trifauce, flagellata dalla pioggia sporca sotto la quale giacciono nella melma fetente i ghiottoni.
E poco si fa aspettar la seconda: la quale Dante riceve non dalla bocca lorda di Ciacco, che lo guarda con occhi stravolti, e ciondolando la testa ricade giù al suo gastigo, ma da Farinata magnanimo. Si affaccia l'Uberti alla tomba infocata, con superba noncuranza de' tormenti infernali; altero della sua vecchia fede ghibellina, per la quale ha dato anche l'eterna salvezza; pronto a disperdere, se potesse, una terza volta i Guelfi esecrati. Il giovine guelfo, che gli sta, non meno baldanzoso, dinanzi, raccoglie quella allusione alle cacciate anche de' suoi Alighieri, e crudelmente motteggia sugli Uberti che hanno finalmente disimparata “l'arte„ del ritorno. Ma Farinata ribatte il motteggio con la visione che egli ha di un non lontano avvenire: i Guelfi Bianchi tentare affannosamente di forzar le porte della città che gli ha cacciati; ed esserne dai Guelfi Neri respinti: “tu saprai quanto quell'arte pesa„. Poi, non senza una nota d'affetto che quasi oscilla in quella fiera voce di partigiano, gli chiede ragione dell'odio senza tregua al quale Firenze ha in modo speciale e nominatamente consacrati, come per anatema, gli Uberti. Al che Dante ricorda l'Arbia sanguinosa: ma Farinata il consiglio d'Empoli, e sè rimasto “solo„ a difendere dai furori matricidi la patria, “Fiorenza„: e nel nome materno di lei paiono acquetarsi dall'una parte e dall'altra gli sdegni; e Dante s'inchina dinanzi al “magnanimo„ augurando alla sua travagliata discendenza riposo. E non senza sgomento della predizione, che questa volta è a lui personale, continua il viaggio pe' regni eterni.
Anche più personali le affettuose anticipazioni che del doloroso avvenire gli fa ser Brunetto: la città partigiana inimicarsi tutta quanta all'uom virtuoso, degno di ben altra cittadinanza; opposte fazioni anelare con pari ferocia allo strazio di lui: “tanto onore„, gli dice con filosofica alterezza il Maestro “la tua fortuna, tanto onor ti serba„. E Dante con gagliardo animo scrive anche quel testo; e a Beatrice, quando giungerà a lei, ne riserba la chiosa.
Ma non degna di tanto, sebbene imprecatagli contro e proprio in pieno petto scagliatagli (“e detto l'ho perchè doler ten debbia„), la predizione che Vanni Fucci gli fa d'uno di quelli episodi guerreschi ne' quali si consumarono, tra vane speranze, i primi anni del suo esilio: e l'accenno a quella rotta di Bianchi per un Malaspina capitano della Taglia guelfa Nera, si perde fra le bestemmie del pistoiese feroce, soffocate dall'avvinghiarglisi al collo i serpenti della settima bolgia. Così pure una rapida e indiretta allusione al suo esilio, con la quale Corrado Malaspina gli prenuncia le cortesie ospitali de' potenti Marchesi; e l'altra con che Oderisi da Gubbio gli fa presentire le strettezze e le umiliazioni di quella vita raminga, il “condursi a tremar per ogni vena„ nello stendere altrui la mano supplichevole; e un'altra, forse, allusione pure all'esilio, contenuta nel predirgli Bonagiunta che una giovine donna gli farà piacere il soggiorno di Lucca; non sono rilevate dal Poeta, come sole ha rilevato le due vere e proprie profezie: di Farinata e di ser Brunetto.
E tutte poi, finalmente, le “parole gravi di sua vita futura„, o siano formali profezie o rapide e quasi guizzanti allusioni, tutte le accoglie e vi pone il suggello, e le converte in enunciazione espressa, non Beatrice veramente, come Virgilio aveva assicurato al discepolo che sarebbe, ma l'antenato suo messer Cacciaguida, morto in Palestina crociato. Questo cambiamento, o discordanza, di personaggi si suole enumerare tra quelle disavvertenze che nella complessa e laboriosa macchina de' cento Canti immortali, anche rispetto ad alcun altro particolare, si osservano. Ma chi non perdona questa, che forse è di tutte la più osservabile, chi non la perdona all'autore? Il quale, determinate meglio in altro luogo, e pure per bocca di Virgilio, le attribuzioni che avrà Beatrice, di chiarire a Dante quanto è “opra di fede„; deposto a' piedi di lei, sulla vetta della montagna conquistata col pentimento, tutto quanto egli umanamente ha peccato, così ne' trascorsi del senso arrendevole, come ne' deviamenti della ragione ribelle, come nella subordinazione delle idealità speculative alle cure e alle brighe della vita operativa; nell'atto stesso che quasi sottrae al maestrato di Beatrice, trasferendolo in Cacciaguida, questo manifestamento che gli è largito de' suoi futuri travagli fra gli uomini; la fa a quel filiale abboccarsi di lui col crociato trisavolo partecipare mediante le più care manifestazioni di donna amante verso l'amante Poeta. Sin dalle prime parole di Cacciaguida al pronipote, gli occhi di Beatrice ardono di siffatto riso, “ch'io pensai co' miei toccar lo fondo della mia grazia e del mio paradiso„. Quando Dante nelle memorie della vecchia Firenze si esalta col suo nobile progenitore, quasi dimenticando per esse le realtà sovrumane alle quali è stato inalzato, Beatrice sorride amorevolmente di quella sua debolezza. Quando infine egli, con l'animo attristato, medita sulle sciagure da lui predettegli, è Beatrice che lo conforta distornandogli il pensiero da quelle alla giustizia divina, ed egli non ha virtù di ridire quel che gli occhi di lei in quel punto gli dissero: “e quale io allor vidi negli occhi santi amor, qui l'abbandono„. Per tal modo ciascuno de' due, Cacciaguida e Beatrice, hanno nell'episodio ufficii appropriati. A Cacciaguida, l'introdurre quel suo privilegiato discendente fra le care imagini del buon tempo antico, nell'antica cerchia della loro Firenze, fra la cittadinanza sobria, virtuosa, legittima, non ammorbata dai venturieri di gente nuova, non pericolata dalla “fellonia„ de' fattisi potenti ne' traffici, non sovvertita dalla feudal grandigia dei discesi dalle castella, e che forte di concordia e d'integrità portava alto il giglio tuttavia bianco del suo gonfalone: a Cacciaguida altresì, lo annunziargli l'esilio e presignargliene le vicende, dal suo macchinarsi nella Corte mondana di Roma, e poi attraverso alle agitazioni burrascose, lungo le stazioni più o men fide, tra le amarezze e i conforti, e le speranze ingannevoli, sino alla morte, che tutte le schianta, di Arrigo VII. A Beatrice, lo accompagnare i sentimenti che nel cuore di Dante si suscitano per quelle comunicazioni tra sè e l'onorando vegliardo, accompagnarli ella con cuore di donna, che le cure civili abbandona all'uomo, ma col trepido affetto le vigila; soccorrere ella al conturbarvisi di lui, e sorreggerlo e rialzarlo, con la superiorità dell'idea che essa rappresenta, e che a quelle cose contingenti sovrasta, come appunto l'idea ai fatti, l'eterno e il divino al transitorio e al mondano.
Quanto espresse e ripetute e variamente atteggiate menzioni ha il Poeta fatte del proprio esilio, altrettanto è nel Poema, non che scarsa, ma del tutto priva, e non che di espresse testimonianze, ma pur anco di allusioni, la sua vita civile fiorentina. Inutilmente vi cercheremmo traccia della sua partecipazione ai Consigli del Comune, sebbene di uno di quelli l'atto sopravvissutoci paia a noi oggi una gran cosa, perchè ci troviamo lui Dante opporsi che Firenze mandi aiuto di cavalieri alla crociata di papa Bonifazio contro i Colonnesi. Fu pel Comune ambasciatore: e dell'ambasciata sua a San Gimignano in servizio della Taglia Guelfa rimangono documenti; dell'altra a Bonifazio nell'autunno del 1301, testimonianze sicure: ma se quelli e queste non possedessimo, nulla ne avremmo potuto da parole sue argomentare. La soprastanza di lui all'addirizzamento d'una strada, che da Porta Guelfa doveva agevolare la venuta delle milizie di contado ad ogni chiamata de' magistrati per la esecuzione degli Ordinamenti di Giustizia, è da credere non fosse il solo ufficio in che egli si facesse solidale del reggimento popolare contro i Grandi, dai quali s'era staccato per voler essere appunto di popolo e di reggimento: ma il documento rimastocene, che con parole come queste, “via e porta fatte e messe, con grande caldo e spesa, per trattato e mossa della Signoria„, ci fa rilevare la importanza politica di tale ufficio, resa maggiore per averlo Dante tenuto nella primavera del fatale anno 1301, imminendo alla città la catastrofe di parte Bianca; non certo alcuna allusione, che da qualche verso della Commedia noi desidereremmo di poter collegare con quel documento. Come finalmente non meravigliarci che nel Poema non abbia trovato luogo qualche accenno al suo Priorato, e che sur una sì notevol pagina della vita di Dante non possiamo noi leggere una linea che sia di lui stesso, se non trascrivendovi, sulla fede di Leonardo Aretino suo biografo, quelle di una lettera perduta, a ogni modo bellissime, dove l'esule rivendica a que' suoi “infausti comizi„ e l'esserne egli stato degno per lealtà di buon cittadino, e l'essergliene derivate tutte le sventure che lo hanno percosso? E come non rilevare un po' crucciosamente, che il Poeta, il quale non fermò pur con uno de' suoi versi potenti questi solenni ricordi della propria vita, abbia invece, e in uno de' più fieri e concitati canti, quello de' Simoniaci e della dannazione predestinata ai papi Bonifazio e Clemente, abbia consacrate due intere terzine, e appostele formalmente come “suggel ch'ogni uomo sganni„, al fatto d'aver egli una volta, trovandosi “nel suo bel San Giovanni„, rotto un pozzetto del battisterio per salvare “un che dentro v'annegava?„