Vero è, bensì, che ai poeti non tanto sono da chiedere menzioni espresse de' fatti i quali abbian dovuto ispirarli, quanto imagini riflesse, che dai cuori più sdegnosi e più profondamente feriti, e come più i fatti son gravi e tragici usciranno più indirette ed oblique. Così è, forse, che lo avere, egli solo, in quel Consiglio del 19 giugno 1301 negato i soccorsi d'arme al Papa per le sue profane crociate. Dante lo ripensa scrivendo
Lo principe de' nuovi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin nè con Giudei,
chè ciascun suo nemico era Cristiano....
Così agli uffici del Comune, degnamente addossatigli e con fede sostenuti, egli non poteva in cuor suo non contrapporre, nell'atto di bollarle, col verso, le volgari ambizioni dei “non chiamati„, che “solleciti„ e da sè candidandosi, gridano “I' mi sobbarco„. E quando all'esule riappariva, in sogno tormentoso, la patria; quando i gradi da balzo a balzo del suo Purgatorio gli ricordavano l'erta di San Miniato, sopra Rubaconte, e le “scalee„ costruitevi da' buoni virtuosi vecchi, e appiè del monte “lungo il bel fiume d'Arno„ la “gran villa„, venuta a mano di “guidatori„ troppo diversi da que' suoi primi, di uomini che la santità de' civili ufficii profanavano con le frodi ne' libri di fede pubblica e nella misura delle biade (onde le famiglie poi “arrossavan per lo staio„); non credete voi che Dante, scotendo per tal modo da sè la sozzura di cotesta tralignata cittadinanza non affermasse e a sè medesimo e al mondo la integrità sua di cittadino, e non la gettasse in faccia a coloro che sotto la infame accusa di barattiere gli avevano rapita quella povera patria rimasta in loro balìa? E se veramente fu in Corte di Roma, ambasciatore de' suoi Bianchi, ne' giorni medesimi in che Bonifazio, dando ad essi buone parole, spingeva contro Firenze il prezzolato paciaro francese, e le preparava i furori fratricidi e le vendette di messer Corso; tra le ricordanze che l'eterna città ha impresse nel Poema, quali raccoglieremo con maggior sentimento, quali più intimamente collegheremo alla vita del Poeta, quelle espresse attinenti al giubileo e alle sue processioni lungo Ponte Sant'Angelo, o alla “pigna„ vaticana, o all'apparita di Montemario, ovvero quella tenebrosa imagine de' maneggi curiali, con la quale Cacciaguida gli predice appunto la storia di que' giorni funesti?
Questo si vuole, e questo già si cerca,
e questo verrà fatto a chi ciò pensa,
là dove Cristo tuttodì si merca.
E se, non dal proprio Priorato, ma da quello che fu ultimo di parte Bianca, entrato pel consueto bimestre il 15 d'ottobre e rovesciato il 7 di novembre del 1301, se è da questo, com'è certamente, desunto quello scherno “de' sottili provvedimenti„, pe' quali in Firenze “il filato d'ottobre non giunge a mezzo novembre„, noi non possiamo credere che il Poeta motteggiasse amaramente di quella magistratura priorale, senza che il pensiero e il cuore gli corressero col bimestre da giugno ad agosto del 1300, quando egli n'avea sostenuto il peso fra le gare ormai scoperte della città partita, e inutilmente al confinamento de' capifazione (che fu fatale col suo Guido) avevano egli e i compagni suoi tentato di saldare le piaghe di quella malsana compagine, inutilmente proseguire la difesa, già dai predecessori iniziata, delle giurisdizioni del Comune contro il Pontefice che con le teorie e co' fatti ne invadeva il terreno.