Vi hanno, del resto, nella Commedia, luoghi, e sono de' più luminosi d'affetto e di poesia, dove tutt'altro che obliquamente e indirettamente, anzi con pieno abbandono alla passione che lo domina, il Poeta parla in nome del proprio passato; e quale egli fu nella vita, tale investe apertamente e violentemente la realtà delle cose. Anzi in cosiffatti luoghi è dove al personaggio ideale, al protagonista della fantastica azione, al viaggiatore pe' tre regni, si sostituisce il Dante vero, che non escogita artista, ma uomo sente e pensa e soffre, le cose che dice, che vive le atteggia nel verso, che del verso fa il grido dell'anima sua; e in quelle soggettive “digressioni„ (così egli stesso le ha chiamate) dal dramma oggettivo, in quelle inserzioni liriche alla materia e alla forma del Poema, in quelle sole, cessa il contrasto che è in tutto il rimanente dell'azione, e che potremmo chiamar cronologico; e che nella primavera del 1300, quando più Dante era mescolato e trascinato fra i commovimenti della vita civile, sotto quella data appunto egli rappresenti sè stesso in forma di convertito e penitente contemplatore delle cose eterne, dispregiatore delle “presenti„, “da esse tutto sciolto, e suso in cielo, con Beatrice, cotanto gloriosamente accolto„, ne' giorni ne' quali invece egli partecipò, più intensamente che mai in altri, alle agitazioni cittadine. Ma nel Sordello (cito quelle splendide liriche) nel Sordello, dove apostrofa, prima alla servitù e alle discordie d'Italia, evocando le grandi memorie della potenza e dell'unità imperiali di Roma; e poi alla sua Firenze, strascicandole attorno sarcasticamente il tributo dell'ammirazione dovutale per l'eccellenza de' suoi ordinamenti politici e per le virtù de' suoi cittadini, finchè dal cuore, che a quei sarcasmi crudeli si ribella, esce invece la imagine pietosa, che troppo meglio le si adatta, d'una povera irrequieta inferma; — ma nell'omaggio, pure ironico, al nome di Firenze, che di sè empie “il mare, la terra„, e “l'inferno„; omaggio, la cui ironia si spunta anche questa volta nell'amor cittadino, con l'augurio che il gastigo immanchevole della patria non amareggi al Poeta la vecchiezza infelice (“che più mi graverà com' più m'attempo„); — ma nell'Ugolino, dove delle dantesche invettive contro questa o quella città d'Italia, la più feroce impreca a Pisa ghibellina che la natura inorridita commetta agli elementi la vendetta dello strazio che nella muda della Fame fu fatto di lei; — in queste, vere e sublimi, liriche del grande Poema, come la favola e la scena e la data dell'azione scompaiono, così dal poeta emerge l'uomo; cessa ogni contrasto fra il sentimento reale di lui, e l'attribuitosi in quel dato momento dall'artista; trionfa insieme con l'arte, sopra l'arte forse, il cuore di Dante.

Ma il cuore di Dante è in più d'uno anche degli episodi, del tutto appartenenti al dramma, e aventi relazione storica, come il Carlo Martello, il Nino giudice, il Campaldino, alla sua giovinezza, così questi alle vicende tra le quali passò burrascosa, per entro alle quali naufragò, la sua vita civile: — è nella profezia di Guido del Duca, dove son ritratte le crudeltà di Fulcieri da Calboli, Potestà in Firenze in sul primo trionfo de' Neri, e feroce instrumento delle loro vendette (Fulcieri entrerà nella “triste selva„ cacciatore di lupi: ne mercanteggerà la viva carne, li trascinerà al macello: n'uscirà sanguinoso e disonorato: Firenze ne rimarrà diserta per secoli): — è il cuore di Dante nella visione che Forese Donati ha della morte di messer Corso, il maggior colpevole di quella “trista ruina„ (il superbo barone sarà trascinato dal cavallo, sul quale vorrà sottrarsi all'ira del popolo, e giacerà, là presso San Salvi, informe cadavere, “corpo vilmente disfatto„): — è dal cuor di Dante il furore col quale egli, nella ghiacciaia infernale, fa strazio di Bocca degli Abati traditore della bandiera fiorentina a Montaperti: — è dal cuore il grido che egli manda verso Firenze nell'incontro coi tre maggiorenti guelfi del primo e secondo popolo, quando alla dimanda se “cortesia e valore dimorano ancora nella nostra città„, come a' tempi loro, un cinquant'anni prima, soleva, egli risponde levando la faccia verso il mondo da dove è sceso all'Inferno, e apostrofa “Fiorenza te„, che “la gente nuova e i subiti guadagni„ hanno guasta; e a quelle sdegnose parole i tre, quasi invidiandone a Dante la rappresentativa efficacia, “guatâr l'un l'altro, com'al ver si guata„.

VI.

Se non che, quanto più e il cuore e il pensiero si discostano da quelli anni, ahimè gli ultimi, vissuti nella patria; quanto più Firenze, desiderata, sospirata pur sempre, lo è da più lungo tempo; tanto più fiero prevale nell'animo del Poeta un sentimento che tutti gli altri involge e tramuta, e che rimarrà come per tradizione caratteristico di Dante uomo e di Dante poeta: il disdegno o, diciam meglio, il dispregio. Tale sentimento, del resto, fin dai primi canti del Poema, qualunque sia il tempo in che e' li abbia scritti, non che trapelare, trabocca da quell'anima, che forse anche senza l'esilio avrebbe respinto da sè molte cose; anche in patria, rispetto a molte, si sarebbe sentita, e fatta, anima di esule; anche se men duramente avesse sperimentati gli odii civili, avrebbe con eguale alterezza aspirato alla lode, che si fa dare da Virgilio, di “alma sdegnosa„; nè dell'ammonimento di lui avrebbe abbisognato, perchè sulla “cieca vita„ di troppi egli stesso dicesse a sè “guarda e passa„. Forse la famiglia avrebbe in patria ammansite o temperate certe sue selvagge energie: e il “lasciare ogni cosa più caramente diletta„, lasciarla per sempre, dovè disusarlo da quelli affetti, nei quali col declinar della vita, l'uomo acqueta la parte di sè più ribelle e più acre. Fieri affetti anche gli affetti della famiglia, in quei tempi, è vero: e un fosco episodio dell'Inferno dantesco potrebbe quasi farci pensare, che se Dante rimaneva in patria, alla morte d'un suo congiunto, Geri del Bello, sarebbe stata affrettata la vendetta, vendetta di sangue. Ma come la ferocia di tali propositi, che il Poeta in cotesto episodio liberamente manifesta, non toglie la religiosità de' suoi sentimenti; così pure avveniva, che il focolare domestico alimentasse e cosiffatti odii efferati, e amori tenaci e profondi. E come la religiosità di Dante non solo informa il concetto organico della Commedia, ma ne atteggia tanti altri episodi ben da quello diversi, specialmente gli attinenti nel Purgatorio alla preghiera delle anime o alla loro redarguizione per voci o per figure; e vi colorisce imagini soavissime, quali le malinconie del tramonto elegiache, o la invocazione quotidiana della Vergine, “il nome del bel fiore„ (imagine e frase, nelle quali il Poeta nostro può dirsi anticipi, dall'uso che già ne correva, la denominazione di Santa Maria del Fiore, molto più tardi pubblicamente decretata); così, dagli affetti domestici non avess'egli tratto altre ispirazioni che quella delle austere madrifamiglia de' tempi di Cacciaguida, favoleggianti alla culla le leggende di Roma; non altre imagini n'avesse colorite, che del più santo fra quelli affetti, l'amor di madre (la madre che sospira sul figliuolo infermo, o che al figliuolo pericolante soccorre col conforto pur della voce; — la madre che ignuda salva dalle fiamme il figliuolo; — la ninnananna delle mamme, che con gli anni delle loro creature conteranno, d'ora innanzi, gli anni, lieti od infausti, della vita propria; — il bambino che impara i primi affetti nel tendere le braccia alla mamma che lo allatta; — la lode del figliuolo “benedizione alla donna che in lui s'incinse„; — intristirsi gli affetti umani dove l'amore alla madre si spenga; — desiderare i beati la resurrezione de' corpi, non tanto per sè, quanto per rivedere corporalmente, prime fra i loro cari, le “mamme„; — la madre di Maria Vergine sentire anche nel cielo la sua privilegiata maternità); dico che basterebbe questo a farci pensare, che se la ideal Beatrice, la Beatrice teologica, era sua guida per le fantasticate sfere celesti, il ricordo di due donne lo accompagnava fra i dolori della vita: il ricordo della madre sua, il ricordo della madre de' suoi figliuoli. La retorica novelliera del Boccaccio, le saccenterie critiche odierne, su quella povera Gemma Donati, valgono le une l'altra.

Ma anche se rimasto in patria, e che nulla gli avesse disturbate le dolcezze di marito e di padre; non sappiamo, invero, tornando a lui come a cittadino, se tra i “lupi„ guelfi della sua città “guerreggianti l'ovile„, egli avrebbe proprio “dormito agnello„. Ben sappiamo, che l'affettuosa parola “vicino„, sinonima, nel linguaggio statuale e comune d'allora, di “concittadino„, è, in più d'un luogo del Poema, cosparsa d'ironia antifrastica; alla quale fa dichiarazione troppo eloquente la sfuriata retorica di ser Brunetto contro le “bestie fiesolane„, che, padrone di lacerarsi fra loro, ma non devono toccare lui Dante, “pianta„ eletta, che, per miracolo, “surge nel loro letame„. E dall'un capo all'altro del Poema vediamo: dileggiati i Guelfi, e la loro Parte di Santa Chiesa, “la gente che dovrebbe esser devota„, e la cui devozione dovrebbe addimostrarsi nell'obbedire a Cesare secondo i precetti di Dio; — e rivendicata la sacra insegna imperiale dalle disoneste ambizioni dei Ghibellini, che sotto quella “fanno lor arte„. Sul Papato mondano e sulla Corte di Roma aggravarsi il più terribil flagello che mai abbia rotato mano di poeta; intorno alla figura di Bonifazio aggrupparsi dannate le altre dei Pontefici infedeli al ministerio spirituale; contro Bonifazio, su dal cielo San Pietro, non già “figura di sigillo su privilegi venduti e mendaci„, ma Papa vero ed autentico, pronunziare anatema di sede vacante; — e quello stesso Poeta, non solamente inveire, per la bocca augusta di Beatrice, contro le “pecore matte„ indocili e ribelli al Pastore, e verso “il Pastor della Chiesa che vi guida„ inculcare sottomissione cieca, ma dinanzi a Bonifazio, umiliato in Anagni, inchinarsi come a vicario di Cristo in passione, e sugli offensori imprecare la vendetta divina. Della Parte Nera, che lo ha cacciato, personificare in Corso Donati le scellerate passioni, lui costituire verso la patria il maggior “colpevole„, nella sua strage raffigurare la pubblica nemesi; sulla famiglia di lui, la sorella, la dolce Piccarda, ribadire la cognominazione popolare di Malefammi, “uomini al mal più che al bene usi„; — ma non perciò potersi dire del Poeta, “benigno a' suoi ed a' nemici crudo„, perchè della Parte Bianca, che pure fu sua, i Cerchi capiparte e' li accomuna coi Donati nel biasimo di “fellonia„ alla patria, la quale gli uni e gli altri avrebbe dovuti avere cittadini fedeli e concordi. Negli ordini della cittadinanza, dileggiare come inetta al governo la instabile democrazia artigiana, dopo essersi egli pure, sull'esempio e sotto gli auspicii di Giano della Bella, “raunato col popolo„; parodie romane sembrargli, nella persona d'un popolare, il valente giurista messer Lapo Salterelli, quei magistrati de' quali pure aveva nel Priorato e nei Consigli partecipato gli onori, il carico, i pericoli, e derivatone, insieme con cotesti uomini (fosser pure censurabili) che ora schernisce, l'esilio e la condanna nel capo; — ma non però rimpiangere il ceto de' Grandi dal quale si è scisso, non risparmiare nelle giustizie del Poema “quelle oltracotate schiatte„, e le loro magnatizie superbie scolpire nella figura di messer Filippo Argenti degli Adimari, diguazzante furioso, con una geldra di mascalzoni alle costole, nella “morta gora„ di Stige. Nell'esilio, travolto co' Bianchi, si mescola fra i Ghibellini: — ma gli uni e gli altri sono “la compagnia malvagia e scempia„; con la quale egli “è caduto in quella valle„; compagnia “tutta ingrata, tutta matta ed empia„, che gli è fieramente contraria, che gli fa più gravi le amarezze del “pane altrui„, più molesto “lo scendere e 'l salir per le altrui scale„, più increscevole la lontananza di quanto egli ha amato più caramente: e quando Bianchi e Ghibellini, strette insieme in uno sforzo disperato le armi, vengono sotto le mura della città, e sono respinti, ed è versato sangue loro; di fuggitivi sulle colline della Lastra e verso Val di Bisenzio; di prigioni, per opera di Fulcieri nel tetro Palagio del Potestà; Dante (rincresce il dirlo, ma è così) non riconosce nemmeno quel sangue de' suoi compagni di Parte: è questa, non lui, che “n'avrà rossa la tempia„: egli l'ha ormai abbandonata al “processo di sua bestialità„, la quale giungerà a tali estremi, che “a te fia bello (gli ha predetto Cacciaguida, e questa è in ultimo la sua bandiera) averti fatta parte per te stesso„.

I gratificatori a Dante del titolo di Ghibellino avrebbero dovuto ripensare nel Poema di lui almen questo verso anche prima che la critica storica, positiva, la critica degna di tal nome, non ghibellina nè guelfa, circondasse, come oggi fa, di caute eccezioni così quella come l'altra appropriazione a lui del nome di Guelfo. Il Guelfo Bianco, che coi migliori della città e dell'età sua difese le libertà del Comune contro la fazione Nera e le intrusioni della Corte di Roma, e fra quei contrasti (secondochè vien facendosi sempre più probabile) scrisse il De Monarchia, non aveva bisogno o, diciam meglio, non poteva consentire, di diventar Ghibellino, quando questo nome inchiudeva un altro, e anche più assoluto, assoggettamento di quelle libertà. Arrigo VII, l'imperator cavaliere, ultimo fra i Cesari medievali, la cui corona abbia qualche pallido riflesso di romanità, scendendo in Italia per quella corona, “parte guelfa o ghibellina non volea udire ricordare„: son parole d'un concittadino e compagno a Dante di parte e di morte civile, degnissimo; parole di Dino: e fu Arrigo VII l'Imperatore di Dante.

Così, senza più nessuno al suo fianco, attraversa il Poeta le solitudini dell'esilio sconsolate. Per quali paesi, lungo quali stazioni, noi non sappiamo così appunto come vorremmo: e troppe memorie del passaggio di quel glorioso, non sono che o un trascorso della retorica, o industrie d'erudizione, ovvero gentili inganni della tradizione, o delle ambizioni al natìo loco caritatevoli. Ma di due regioni italiche, le quali certamente videro passare l'“esule senza colpa„, Toscana e Romagna, — le signorie, i tiranni di questa, covo per covo, — le democrazie, o fosser ghibelline o fosser guelfe, di quella, lungo il corso dell'Arno dalla Falterona al mare, — furono da lui, nel XIV del Purgatorio e nel XXVII dell'Inferno, retribuite alla medesima stregua. Tanto più preziose le vestigia della sua gratitudine, che sopravvive alla potenza di due grandi casate: Scaligeri e Malaspina. E se un altro palagio di Signori, ultimo suo “rifugio ed ostello„, non ha, nel Poema, eguale o fors'anche più affettuosa testimonianza, potè il buon Guido Novello, o egli medesimo esser testimonio del trovarsi ormai quasi “piene tutte le carte, ordite„ alle tre Cantiche, od anche tenersi pago che in quelle carte fosse già vergato il canto, pel quale il nome dei da Polenta è, nella colpa e nella morte di Francesca infelice, consacrato alla pietà di tutti i secoli.

VII.

I punti storici estremi toccati nelle allusioni del Poema, — la morte d'Arrigo nel 1313, quella nel 14 del papa “guasco„ e trasferitor della Sede, Clemente V; forse, la rotta dei Guelfi a Montecatini per Uguccione nel 1315; forse, una delle imprese di Cangrande nel 18 (e a ogni modo importanza di allusioni intenzionali non l'hanno veramente che quelle prime due, all'Imperatore e al Papa); — segnano altresì le ultime relazioni fra l'animo del Poeta e i fatti, nel cui torbido e irresistibile corso venivan trasportati i dolori cocenti e le fioche speranze della sua vita di esule aspirante sempre alla patria. Per l'impresa d'Arrigo ultimo imperatore italico, per la sede vacante alla morte del primo papa avignonese, non soltanto il Poeta si commosse, ma l'uomo operò: e alla storia di quelli avvenimenti appartengono, fra le Epistole che vanno sotto il nome di Dante, le tre della cui autenticità nessuno muove dubbio: ai Fiorentini, ad Arrigo, ai Cardinali italiani. Di là da quei termini, più nulla di concreto nelle figurazioni storiche del Poema dantesco. Dante non pensa altrimenti a sè nè ai nemici suoi: il suo pensiero (vero è di questo ciò che della vita sua non gli giovò farsi predire che sarebbe) “s'infutura, via più là che 'l punir di lor perfidie„. Egli, di là dal corso breve di poche vite umane, mira ai destini eterni e provvidenziali della umana società. Al Dante personale si sostituisce il moralizzatore e il taumaturgo: al suo sentimento, la sua missione; alle sue speranze, le allegorie; alle ire sue, le sue profezie: la selva della valle infernale, e le tre fiere; la selva del monte sacro, il carro, il grifone; il Veltro, e poi il Dux, e colui “per cui questa (la lupa curiale) disceda„. Si varcano i termini del tema propostoci. Ma la visione fantastica e la missione spiritale non cancellano in Dante l'umano, non dissuggellano l'impronta che le realtà della sua vita hanno apposto sull'opera dell'arte sua. Anche pervenuto al sommo di quella visione, anche rivestiti i caratteri di quella missione supremi, egli guarda pur sempre a Firenze, egli non dispera di vincere la “crudeltà che fuor lo serra„; e “sul fonte del suo battesimo„ vorrebbe cingere la doppia corona di poeta e di teologo. Così dalle ultime linee, per le quali egli è di fatto e come uomo vivo e vero nel “Poema sacro„, si leva un grido di non domato affetto verso la città sua, che egli non rivedrà più mai.

Signore e Signori,