Quando il secolo, che ormai tramonta, ascendeva la prima metà d'un cammino, che doveva esser così laborioso e pieno di tante mutazioni sulla faccia del mondo; e mentre l'Italia, schiava ormai insofferente, maturava fra le congiure e le rivolte, le prigioni e gli esilii, le fucilazioni e i patiboli, i suoi nuovi destini; uno de' suoi figli, uno de' suoi più grandi e de' più infelici, preparandosi per Santa Croce di Firenze il monumento a Dante (era il 1818), recava al “nobil sasso„ il tributo di quei dolori, di quelle lacrime, di quella speranza. E a Dante in nome d'Italia diceva:

dalle nostre menti

Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai,

Cresca, se crescer può, nostra sciaura,

E in sempiterni guai

Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.

Allo scongiuro magnanimo di Giacomo Leopardi la patria ha tenuto fede: e nell'Italia tornata, com'egli disperò di vederla, “per la terza volta regina„, il nome di Dante grandeggia come di genio tutelare. Nè è divinità che tema gli ardimenti della critica. Dalle pagine nelle quali egli vive immortale, esce qualche cosa che di per sè tende all'alto. Nel Poema di Dante cercar l'uomo non è detrarre al Poeta: perchè in quella immensa rappresentazione di ciò che “si squaderna per l'universo„ sovrastanno luminose le qualità compiute della natura italica, dell'umana: il pensiero e il sentimento, il concetto e l'ispirazione, l'azione e l'idealità.

LA LETTERATURA MISTICA

DI
ENRICO NENCIONI

I.