La leggenda narra (e il Vasari lo confermava e Gino Capponi lo ammetteva) che Carlo d'Angiò volle vedere quella pittura, che fu portata in trionfo per le strade, preceduta dai trombettieri, e sotto una pioggia di fiori.... Hanno voluto provare che ciò non è vero, che quella Madonna non è di Cimabue, che Cimabue è una specie di mito... Per carità, arrestiamoci su questa china di sistematiche negazioni e demolizioni. Siam giunti al punto che ciò che prima era bianco, oggi dev'esser nero per forza, e viceversa. C'è da perder la testa! Nerone era un simpatico mattoide che aveva del genio; e i Cristiani da lui incatramati e bruciati come torce viventi erano dei pericolosi cospiratori. San Paolo era piccolo, brutto, bilioso, ignorante. Giovanna d'Arco una sgualdrina, e Lucrezia Borgia una seconda Susanna. Omero non c'è mai stato, e l'Iliade s'è fatta da sè. La storia di Roma è tutta una raccolta di novelle. Carlomagno è un mito; Mosè una costellazione. Le tragedie di Shakespeare son di Bacone — i quadri di Raffaello non son più di Raffaello. Fra poco la Divina Commedia non sarà più di Dante, ma di Cecco d'Ascoli!...
IV.
Un altro grande italiano, il cui nome fu ignorato per secoli, versava sul Medio Evo e su tutti i tempi avvenire, la grazia, la luce e il conforto di una parola unica, la sola paragonabile alla divina parola — voglio dire l'abate Gersenio da Vercelli, autore dell'Imitazione di Cristo. L'Imitazione è indiscutibilmente opera del secolo XIII — precede di molti anni l'epoca terribile, piena di scontento e di collera, l'epoca apocalittica dei grandi lamenti sulla prostituta di Babilonia, sulle simonie e la schiavitù d'Avignone; l'epoca dei Concilii di Costanza e di Basilea. L'autore della Imitazione è un solitario, che ha vissuto, amato e sofferto, e che ha sentito tutta l'amara vanità delle cose del mondo. Nulla di scolastico in questo libro — anzi vi si rivela una istintiva antipatia pei nominalisti i sillogizzanti; per la scientia clamorosa della teologia parigina. La Bibbia, la meditazione, la solitudine, lo hanno sole ispirato. Ricorda infinitamente più Gioacchino di Flora e san Francesco d'Assisi, che san Domenico o san Tommaso. Vi è diffusa un'aura di raccoglimento e di pace, come dal sereno tramonto di una bella e limpida giornata d'autunno. Gran libro! consolatore di tutti i cuori malati che il mondo non può consolare — parola che calma e risana, che ha un raggio per ogni tenebra, e un balsamo per ogni ferita; che ha confortato e conforta sacerdoti e soldati, filosofi e poeti, re e mendicanti.
L'impressione che proviamo leggendo l'Imitazione, è consimile a quella che si riceve guardando i quadri dell'Angelico; nei quali la materia è come trasfigurata, e non resta che una forma eterea, circonfusa di luce e di azzurro.... Vi ricordate? — I beati, sorridendo celestialmente, con la testa stellata di raggi d'oro, nelle loro lunghe tuniche azzurre, rosee, violacee, passeggiano tenendosi per mano, in un mistico giardino, tra l'erba smaltata di fiori bianchi e rossi; e in alto, nell'azzurro intenso, s'intravedono le ali iridate degli angeli.
V.
Quando il mondo si destò dal letargico sonno durato per lunghi secoli, e riprovò la pietà umana e l'amore, apparve un sole di carità che fece sentire alla terra il conforto della sua gran virtude.
Francesco d'Assisi è il vero iniziatore della nostra letteratura poetica con quel suo inno al Creatore e alle creature, che Ernesto Renan ha chiamato “le plus beau morceau de poésie religieuse, depuis les Évangiles, l'expression la plus complète du sentiment religieux moderne„. Questo cantico di estatica adorazione è il primo fiore, la celeste pervinca, del Giardino mistico: è l'alba annunziatrice della gran luce meridiana della Divina Commedia. Una universale simpatia facea battere il cuore di san Francesco di Assisi — e tutte le creature, dall'uomo alla cicala, avevano in lui un protettore, un amico. Il gran segno al quale si riconoscono le anime preservate ed immuni dalle orgogliose pedanterie spiritualistiche, e dalle spietate curiosità fisiologiche, è la intelligenza e la simpatia per gli animali inferiori. — San Francesco l'ebbe in grado supremo. Nel mondo moderno, due soli uomini gli sono paragonabili — Swammerdam e Michelet. La leggenda francescana narra che quando egli nacque, un volo di colombe si abbattè sul tetto della sua casa; e quando il Santo morì, al tramonto di una serena e placida giornata d'ottobre, le lodole, queste amiche della luce, svolazzavano intorno alla finestra della povera cella.
La vita di san Francesco d'Assisi è una vita-poema. L'eroismo e l'umiltà si confondono in questa vita maravigliosa. Ama e serve i lebbrosi; e affronta la superba presenza del Soldano d'Egitto — ferma e mansuefà il feroce lupo di Gubbio; e chiede genuflesso la benedizione a frate Ginepro — fonda missioni, ordini nuovi, edifica chiese e conventi, consiglia re e papi; e ascolta con religiosa attenzione il canto dei rosignoli. Parla ai fiori e alle stelle, alle cicale ed ai falchi, al fuoco ed al vento, all'Amore e alla morte, chiamando tutti fratelli e sorelle. In tempi di feroce durezza versa su l'Italia un raggio di alta poesia. Rannoda la tradizione evangelica, e pare uscito ora dalle Catacombe. È il Cristo del Medio Evo, è il nuovissimo Orfeo che doma e muove il duro sasso dei cuori umani. In una società basata sulla guerra e sulla forza, risuscita la santa fratellanza evangelica. Democratico e ascetico, eroico e poeta, egli è il più italiano di tutti i santi.
Tutta l'arte dei secoli XIII e XIV è piena di lui. Cimabue ne ripete i ritratti, Giotto descrive col pennello la sovrumana eppur semplice epopea di quella poetica e benefica vita. Vedete gli affreschi nelle chiese di Firenze, di Padova, di Assisi, di Napoli. Dante gli ha consacrato uno dei più affettuosi e sublimi Canti del Paradiso. Si direbbe che il fiero poeta confessa in quel canto tutta la vanità e l'amarezza delle passioni che hanno devastato la sua grand'anima, e che aspiri alla pace e alle gioie ascose di un'umile vita:
O ignota ricchezza! o ben verace!