Nelle effigie medievali di questo gran poeta e santo italiano, in Cimabue e in Giotto, il ritratto è in armonia con la vita. Vi è soavità unita a virile dignità, sguardo sicuro e profondo, diritta la persona, attitudini nobili e degne. Riconosciamo l'uomo “cui non gravò viltà di cuor le ciglia„ — che “regalmente sua dura intenzione ad Innocenzo aperse„. Ma dal seicento in poi, ne hanno fatto una specie di collotorto e di baciapile. Unica eccezione, la stupenda statua in legno di Alonzo Cano. — Si direbbe che l'arte falsa e barocca non poteva rappresentar degnamente quel figliolo della Verità e della Luce.... Tutto si può simulare su questa terra: anche la giustizia e la santità — ma come simular la bellezza? — Tartufo non potrà mai fare un bel quadro; nè Don Pilone una bella statua; nè Don Basilio una bella poesia.

L'arte nostra contemporanea, ha meglio inteso il santo poeta. Ary Scheffer lo rappresentò predicante in Egitto — è una ascetica e nobile figura. Recentemente, nello studio di un nostro insigne pittore, ho ammirato un bel quadro rappresentante un poetico episodio della leggenda francescana.

Il Santo scende pensoso, ma serenamente pensoso, dalle alture della Vernia (il “crudo sasso„ ove “prese da Cristo l'ultimo sigillo„). — È una chiara e rigida mattina. Comincia a nevicare. Uno stormo di uccellini cala turbinoso sulle orme del Santo. Gli svolazzano attorno alla testa, attorno alla persona, trillando — un saluto? un inno? un ringraziamento? — Non so — ma si direbbero le voci della Natura riconoscente al Missionario di Dio.

VI.

Le Lettere di Caterina da Siena sono uno dei monumenti più insigni della letteratura mistica del secolo XIV. In esse, e per esse, meglio che per qualunque altro documento, si riconosce in che si distingue il genio mistico italiano da quello francese, belga e tedesco. Il senso pratico della vita non abbandona mai affatto il misticismo italiano. Non si ritrova in esso il cupo terrorismo di un Thauler, il fatalismo di un Molinos, il nichilismo di Mad. Guyon, l'allucinazione permanente di Swedenborg. Santa Caterina è un'anima innamorata della solitudine e del dolore — sua delizia sono le lunghe e intense meditazioni sulla Passione, e gli intimi colloqui con l'invisibile Sposo celeste. Ma, natura essenzialmente italiana, come san Francesco e come Dante, passa dalla vita contemplativa all'attiva, senza sforzo, senza pena, senza intervallo. Oggi, annichila sensi e volontà in una estasi di acquiescenza e di abnegazione completa in Dio — domani, visita spedali, riforma conventi, conforta carcerati, assiste condannati a morte, minaccia cardinali, rimprovera papi, fa sola e inerme lunghi e pericolosi viaggi, e finalmente, con la parola e con l'opera, strappa da Avignone e restituisce a Roma il pontefice. In alcune sue lettere riscontrasi felicemente fuso questo doppio carattere di Maria e di Marta, di Rachele e di Lia, di contemplante e di operante. Ecco un frammento della mirabile lettera, nella quale descrive come confortò e assistè fin sul patibolo un condannato. Vi son cose addirittura sublimi. Giudicatene voi....

“Andai a visitare colui che sapete; ed egli ricevette da me tanto conforto e consolazione, che si confessò, e disposesi molto bene. Fecemisi promettere che quando fusse il tempo della giustizia, io fussi con lui. E così promisi e feci. La mattina, innanzi la campana, andai a lui; e ricevettene grande consolazione. Menailo a udire la messa, e ricevette la santa comunione, la quale mai più avea ricevuta. Egli mi dicea: Per lo amore di Dio, non mi abbandonare; stai meco, e morrò contento. E teneva il capo suo in sul petto mio. E io sentivo un giubilo e uno odore del sangue suo.... Confortati, fratello mio dolce, gli dicevo, perocchè tosto giungeremo alle nozze. Tu v'andrai bagnato nel dolce sangue del Figliuolo di Dio, col dolce nome di Gesù, il quale non voglio che ti esca mai di memoria. E io t'aspetterò al luogo della giustizia.... Aspettailo dunque al luogo della giustizia, e aspettailo in continua orazione a Maria e a Catarina Vergine e Martire.... Egli giunse, come uno agnello mansueto, e vedendomi, cominciò a sorridere; e volse che io gli facessi il segno della Santa Croce. E ricevuto il segno, dissi io: Giù! alle nozze, fratello mio! che tosto sarai alla vita durabile. Posesi giù, e io gli distesi il collo sul ceppo, e chinatami giuso, gli rammentavo il sangue dell'Agnello senza peccati. La bocca sua non diceva se non: Gesù! Catarina!... Ricevetti il capo reciso nelle mie mani, fermando l'occhio nella Divina Bontà, e dicendo: Voglio!

E così, bagnata tutta, inzuppata com'ella scrive, di quel sangue, adornatasene come d'una stola purpurea, la vergine eroica tornava palpitante e raggiante alla sua povera casa di Fontebranda.

Amore e Morte fu la mistica divisa di questa gran donna e gran santa. Ma nel suo più ardente ed etereo misticismo ripeto che non perdè mai di vista le cose della terra; e dirò di più, non si fa mai illusioni. Questa vergine malata, che sviene sotto le stimate, che ha lunghi sublimi colloqui col suo Sposo celeste, capì benissimo che la immonda regina Giovanna non le avrebbe tenuto fede — e che dopo la Babilonia d'Avignone, lo scisma sarebbe giunto al sangue per le vie di Roma. Pensate poi che teatro, che scene, le si presentavano allo sguardo, quando essa usciva dalla mistica solitudine della sua cella! Pensate alla Siena del trecento! alla sua storia agitata, epilettica. Guerre contro tutte le città toscane, guerre tra signori e popolo, esilii in massa, confiscazioni, incendi, saccheggi, ribellioni, rivoluzioni, comizi popolari tumultuosi come quelli dei Giacobini; in nessun'altra città italiana, la vita pubblica è stata così ardente, così passionata, così tragica.

E oggi, tra gli avanzi delle sue rosse mura, tra 'l giallo delle sue crete, e il verdecupo delle sue piante secolari, Siena riposa, spopolata e tranquilla. Un gran silenzio è succeduto ai procellosi tumulti — e nelle sue vie principali fiancheggiate da solenni e taciturni palazzi, il buon borghese fa la sua quotidiana passeggiata, e la sua stazione al caffè, con sì inappuntabile precisione d'orario — che si può al suo apparire caricare l'oriolo, come dinanzi a un'infallibile meridiana. Tornano in mente i versi del Leopardi:

“.... or dov'è il suono