Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
Dei nostri avi famosi?......
...... e l'armi e il fragorìo
Che n'andò per la terra?......
...... Tutto è pace, e silenzio!„
VII.
Piuttosto che ripetervi cose già dette (e dette così bene) su Dante, e non potendo in una conferenza sulla Letteratura mistica omettere un sì gran nome — il più glorioso che vanti — preferisco tradurvi letteralmente alcuni pensieri di Tommaso Carlyle sul divino poema. Gli tolgo dal bellissimo libro On Heroes and Heroworship — Su gli Eroi e il Culto degli Eroi. Forse mai di Dante e della Divina Commedia fu discorso con sì luminosa larghezza e nuova profondità di pensiero: nè alcuno con più meditato e credibile vaticinio preconizzò, or fa mezzo secolo, che la voce di Dante avrebbe prima o poi comandata al mondo l'unità politica dell'Italia, che era già in potenza nel poema divino.
“Dieci secoli hanno preparato la Divina Commedia. Essa è la voce finale e sintetica del Medio Evo. Il Pensiero di cui allora viveva l'Umanità, si elevò per lei in musica eterna. Il mondo soprannaturale prese corpo all'occhio di Dante con determinata certezza di scientifica forma. Dante credeva all'esistenza di un Inferno, di un Purgatorio e di un Paradiso, come noi siamo sicuri che vi è Costantinopoli, e che per vederlo non occorre che andarci. Il cuore di Dante meditandovi sopra lungamente, intensamente, rompe alfine in un mistico profondissimo canto, e ne nasce la Divina Commedia, il più gran libro del mondo moderno.
“Nel suo solitario ed amaro esilio, tanto più profonda era l'impressione che faceva su lui il Mondo Eterno: quella tremenda realtà sulla quale fluttua come un'ombra inconsistente questo mondo del tempo, con tutti i suoi Firenze e i suoi esilii.... — Tu, o Dante, non rivedrai Firenze e il tuo bel San Giovanni — ma vedrai distintamente (e vi abiterai) l'Inferno, il Purgatorio, ed il Cielo. Che cosa sono e Firenze, e Can della Scala, e il mondo, e la vita, a te che vieni dall'Eternità? La grande anima di Dante, senza asilo sopra la terra, fece sempre più sua dimora il terribile mondo soprannaturale.
“Il vero ritmico canto, è l'eroismo della parola. Tutti gli antichi poemi. Omero, Giobbe, sono autentici canti. Si può a rigor di termine asserire che tutte le vere poesie sono tali; che ciò che non è musicale non è propriamente poesia, ma prosa smozzicata in tante linee consonanti, con ingiuria del buon gusto, e con supplizio del nostro orecchio. Soltanto quando il cuore di un uomo è rapito in vera passione, e i toni del suo accento divengon melodici per la grandezza, profondità e armonia dei suoi pensieri — noi gli concediamo il diritto di rimare e cantare, e lo chiamiamo poeta, e lo ascoltiamo religiosamente come il più eroico dei parlatori.