“Il mondo delle anime, in Dante, è come una grande soprannaturale Cattedrale Cattolica, che giganteggia severa e solenne, spaventosa e gloriosa. La Divina Commedia è il più sincero di tutti i poemi. Derivò immediatamente dal fondo del cuore del suo autore, e perciò di generazione in generazione penetra profondamente nel nostro. Le popolane di Verona, quando incontravan Dante per via, usavan dire: — Ecco l'uomo che è stato all'Inferno. — Ah sì, egli vi era stato difatti, in un inferno di lunghe, atroci pene e tormenti. Commedie degne d'esser chiamate divine non si scrivono che a questo prezzo!
“Smettiamo i soliti lamenti sulle sventure di Dante. Se tutto gli fosse andato a seconda, sarebbe rimasto un buon lirico amoroso, un priore qualunque di Firenze, riverito ed amato — e al mondo sarebbe mancata la più grande parola che sia stata detta o cantata. Firenze avrebbe avuto un prospero magistrato di più, e dieci secoli muti fin allora avrebbero continuato a rimaner senza voce.
“Io non sono d'accordo con la moderna critica nel giudicare l'Inferno molto superiore alle altre due Cantiche. Tal preferenza è l'effetto del nostro incurabile Byronismo. Il Purgatorio e il Paradiso sono egualmente, e forse anche più ammirabili. Ma, a vero dire, i tre compartimenti, mutualmente appoggiati, sono l'uno all'altro indispensabili. Il Paradiso, tutto una divina e gloriosa musica, una sfolgorante mistica luce, è il lato redimente dell'Inferno, l'antitesi necessaria, senza cui l'Inferno parrebbe men vero. Tutti e tre formano quel Mondo Invisibile raffigurato nella Cristianità del Medio Evo; una cosa memorabile, e, nella sua intima essenza, anche vera, e per tutti. Dante ebbe la missione di esprimerla e di eternarla col canto.
“È una gran cosa per una nazione l'avere una voce che parli per lei; aver dato vita ad un uomo che esprima melodiosamente quel che essa pensa, soffre e spera. L'Italia, la povera Italia, è smembrata e dispersa. (Ricordate Signori, che questa Lettura su Dante fu fatta da Carlyle nel 1840). Non apparisce come unità in nessun trattato, in nessun protocollo. Eppure, la nobile Italia è anche attualmente una. L'Italia ha Dante — l'Italia può parlare! Lo Zar di tutte le Russie è formidabile con tante baionette, cannoni e Cosacchi, ed è certo un gran fatto che riesca a tenere insieme politicamente sì gran tratto di terra, ma ancora non può parlare. Vi è qualche cosa di grande nella Russia, che un giorno avrà la sua voce — ma finora è una grandezza muta. Non ha avuto una voce di genio degna di esser ascoltata da tutti gli uomini, in tutti i tempi. Bisogna che impari a parlare. Finora non è che un muto enorme mostro. Invece, la nazione che ha un Dante è legata insieme ed unita naturalmente; e anche in fondo all'abisso, ha speranza, certezza di risurrezione.„
Ma bisognerebbe leggere intero questo stupendo studio critico del Carlyle — e vorrei che i giovani italiani lo meditassero lungamente. Son certo che lo preferirebbero ai commenti e dissertazioni di quei letterati che in sei secoli non hanno saputo desumere dalla Divina Commedia le forme di una letteratura nazionale, e di una larga ed umana forma poetica; che invece di ammirarne e illustrarne le sovrane e feconde bellezze, si son trattenuti — e ohimè! ci si trattengono ancora — a disputare sul Veltro, e sulla gran fonda, e sul piè fermo, e su pape e aleppe, e sulla famosa virgola delle famose colombe....
VIII.
La indecisione, la contradizione, l'oscillare fra due tendenze egualmente forti, rese infelice il Petrarca; uomo che le fallaci esteriorità della vita ci farebber parere felice e invidiabile. È nato poeta ed artista — ma non gli basta che l'idea, l'immagine, sia vera e viva, come bastava a Dante; vuol che sia artisticamente e spesso artificiosamente bella: vuol provare il piacere estetico (e in questo è essenzialmente il più moderno dei nostri antichi poeti) di cercarla, carezzarla, contemplarla. È già in parte l'uomo del Rinascimento, del nuovo mondo plastico e naturalista — ma resta pure uomo del Medio Evo, ed è imbevuto dalla sostanza della sua fede e delle sue dottrine. Vi è in lui lotta e reazione reciproca di Misticismo e di Naturalismo: indi, le continue contradizioni del suo amore, della sua poesia e della sua vita. Dante è tutto d'un pezzo — e va diritto alla mèta coll'impeto fulmineo e irresistibile d'un proiettile; il Petrarca procede per vie sinuose, or tra fiori or tra spine, e si attarda e si pente, e torna addietro per poi riprender la stessa strada. Stato doloroso, insopportabile, e che egli espresse con sovrana efficacia nella Canzone alla Vergine: che io definirei la più preziosa gemma del Misticismo nel Dolore.
Questo poeta ammirato, adorato dai contemporanei, ospitato dai monarchi come un monarca, confessa che
Non è stata sua vita altro che affanno!
che