Con tutto questo però guardiamoci bene dal chiedere a lui qualche cosa al di là del sentimento. Appena dalla regione degli affetti discendiamo alla pratica, noi lo vediamo come travolto in un turbine di contraddizioni.
Egli esalta Roberto d'Angiò, egli sente per lui amore ed entusiasmo, senza ricordarsi che era stato codesto capo de' Guelfi, che aveva indotto il papa Clemente V a trasportare la sede del Papato in Avignone: onde, mentre scrive che re Roberto è illustre, è divino, è magnanimo, è sapiente, è il Re dei Re, con la stessa penna getta giù le più roventi parole contro la cattività avignonese.
Egli vagheggia con Cola di Rienzo la restaurazione della Repubblica Romana; e poi si fa caldeggiatore della restaurazione dell'Impero con Carlo IV, mentre non aveva avuto una parola sola di simpatia per l'impresa di Giovanni di Boemia.
Egli, entusiasta del tribuno, è amico dei Colonna, suoi fieri avversari; e sebbene amico dei Colonna, grida che bisogna strappare dalle mani dei nobili la tirannide di Roma. Egli prende parte pei signori di Correggio traditori degli Scaligeri, e quando Jacopo Bussolari tenta di rivendicare i diritti del Comune di Pavia contro i Visconti, si fa riprenditore severo di lui per difendere quei Visconti, che erano stati i più ostinati nemici del suo Roberto e del suo Carlo di Lussemburgo. Egli vagheggia il più sublime ideale di principe, lo vuol giusto, amorevole, paterno, clemente, e poi vive alla Corte Viscontea e loda e chiama magnanimo il Galeazzo della feroce quaresima. E tutto questo deriva dal fatto che il Petrarca non sapeva mai distinguere il mondo reale dal mondo dei suoi affetti e delle sue idee. Egli vedeva tutto a traverso le proprie subitanee impressioni, e da queste impressioni si lasciava sempre come docile fanciullo condurre. Non fu mai un uomo di Stato, non fu mai un politico, non professò teorie, non escogitò mai sistemi. Amò l'Italia e Roma di amore grande, ma sempre platonico.
E l'amor all'Italia ed a Roma si ricongiunse in lui a quello per la classica antichità.
Lo spirito umano, che agonizzò nei tempi di mezzo, ebbe bisogno per riacquistar nuove forze di andarle ad attingere al mondo antico; e questo ritorno all'antichità determinò lo sviluppo di un nuovo periodo storico, che dura in parte anche oggi. Il Rinascimento ebbe anch'esso i suoi precursori, ma il primo uomo nel quale apparisca già trionfante è il Petrarca.
In lui per la prima volta sentiamo destarsi l'odio contro la vecchia scolastica, e chiamare coloro che la professano una nuova razza di mostri armata d'entimema a due tagli. Egli aborre e disprezza tutto il fardello scientifico del medio evo. Per lui non esiste altro amore che quello dell'eloquenza e della poesia. La bellezza della forma antica lo affascina e fa ogni sforzo per riprodurla nelle sue opere. Il suo ideale è Cicerone, ch'egli cominciò ad amare e a studiare fin da fanciullo.
E quest'amore crebbe cogli anni, e durò fino all'estrema vecchiezza. Egli dice di sentire il proprio ingegno conforme a quello dell'amato scrittore, che a tutti gli altri antepone, ne esalta la eloquenza, ne copia di sua mano alcune opere, se ne fa un compagno indivisibile della vita. La passione per gli scrittori dell'antichità diventa in lui sempre più intensa col progredire degli anni. Ne' suoi viaggi egli è ognora alla ricerca di vecchi manoscritti, e agli amici raccomanda che frughino dappertutto per trovargliene; e così mette insieme una raccolta di opere pei suoi tempi meravigliosa. Per lui nessuna vergogna pareggia quella di non amare l'antichità. E da questo amore agli scrittori classici deriva quell'alta idea che egli ha della perfezione letteraria, quella incontentabilità che gl'impedisce sempre d'esser pago di ciò che ha scritto. Alla mente del Petrarca si affaccia continuo il pensiero della gloria, ed è per lui, dice il Voigt, inebriante l'idea d'esser ricordato dopo secoli, e di trovarsi a lato dei grandi scrittori antichi.
L'uomo medievale alla gloria non pensò; unica gloria per lui desiderabile era quella del cielo. Sentirne dunque nuovamente il desiderio è uno dei caratteri de' tempi nei quali lo spirito umano rinasce alla vita, ed anche da questo lato per conseguenza il Petrarca ci appare uomo moderno.
Certo quel desiderio fu in lui spesso circondato da mille vanità puerili. Questo rientra nei difetti che egli ebbe e che non furono pochi. Ma intanto il pensiero della gloria gli è eccitamento continuo a nuovi studi, a nuove fatiche, a una sempre maggior perfezione. Egli è il primo ad abbandonare lo stile donnesco e snervato de' vecchi, e lo sa e se ne vanta. Egli è il primo che torni allo studio del greco, che riesca a possedere un Omero. Egli pensa a far raccolta di gemme e di monete, sente l'importanza della correzione dei codici, sceglie e ordina i suoi scritti, si dirige ai posteri narrando loro la propria vita. Tutto ciò è nuovo, è inaspettato, è moderno.