Come nuovo e moderno è il fatto delle relazioni nelle quali si mette il Petrarca col mondo esteriore. Egli viaggia per vedere cose nuove e per divertirsi; viaggia per mille luoghi, nel Belgio e nella Svizzera, in Francia, in Ispagna, fino sulle coste del mare Britannico, ma interrogando sempre la storia, e portando dovunque vada la serietà del suo spirito investigatore. A Napoli visita i luoghi descritti da Virgilio; ad Aquisgrana si fa narrare una leggenda di Carlomagno, e dice di non crederci; a Colonia si compiace nello spettacolo delle donne che si lavano nel Reno; sulle coste inglesi cerca il luogo dell'antica Tule. Il Petrarca vive oramai nella realtà delle cose. Poco rimane in lui del sonnambulismo medievale, in lui già sono le serene aspirazioni ad un concepimento più umano della vita e in qualunque cosa egli scriva sa trasfondere una particella di sè, dei suoi sentimenti, delle sue impressioni, dei suoi pensieri. Lo scrittore medievale colla sua fredda e monotona impersonalità par già lontano di secoli.

Vedete: egli scrive un lungo poema latino dove celebra Scipione Africano, un poema che, malgrado i molti difetti, è pure un miracolo di lingua e di stile, ma che ci lascia freddi per il suo contenuto, non essendo in gran parte che una versificazione delle storie di Livio. Ebbene, quando noi leggiamo in quel poema descritte le bellezze di Sofonisba, sentiamo subito che il poeta scrivendo ha pensato più che a Sofonisba ad un'altra donna, alla donna amata da lui; quando leggiamo i lamenti di Massinissa, Massinissa ci sparisce dagli occhi, e abbiamo innanzi il Petrarca che piange sull'amor suo. Quando il nostro sguardo corre sui versi dell'episodio di Magone, vicino a morte, quando sentiamo quel Cartaginese invidiare agli animali la loro sorte, preferibile a quella degli uomini, e proclamare che la vita non approda a nulla, che l'ottima delle cose è la morte: Mors optima rerum; allora noi siamo certi che qui è l'anima del Petrarca che parla, mandando il primo grido di quel dolore universale, che ha reso poi il cuore a tanti grandi moderni, e che ha trovato la sua più alta e profonda espressione in Giacomo Leopardi.

Vedete ancora: egli scrive un infinito numero di lettere, dove pare che l'erudizione affoghi spesso il sentimento. È ucciso, per esempio, a Paolo Annibaldeschi un figliuolo, e il povero padre cade, morto di dolore, sull'adorato cadavere. Che credete voi che del miserando caso scriva il Petrarca? Udite le sue stesse parole. “Il nostro Paolo perdette un figlio. Nulla è in ciò di singolare: Paolo il Macedone ne perdette due; Priamo che a tanti figli fu padre rimase solo. Ma questi a Paolo fu ucciso di ferro. Ebbene, che importa se di ferro, di fuoco, di naufragio, di febbre o di veleno si muoia? La morte è sempre la morte. Ma il figlio di Paolo morì giovanissimo. — E non è ciò naturale poichè giovane era anche il padre? Era questa forse una buona ragione perchè tanto ei dovesse dolersi?„ E qui seguita facendo al morto una lunga apostrofe e domandandogli come mai nell'atto ch'ei moriva di crepacuore non si è ricordato di Anassagora, di Pericle, di Catone, di Marzio, di Pulvillo e di non so quanti altri, che sostennero in pace la morte dei loro figliuoli. — Muore un altro suo carissimo, Franceschino degli Albizzi, e poichè egli è morto a Savona, il Petrarca fa una lunga e fiera invettiva contro quella città, tutta ridondante di citazioni e di reminiscenze classiche. — Per rallegrarsi colla moglie di Carlo IV, della figlia che le è nata, parla di Iside, di Carmenta, di Saffo, delle Sibille, di Pentesilea, di Tomiri, di Cleopatra, di Zenobia, di Lucrezia, di Clelia, di Cornelia, di Marzia. Per lodare lo scrivere elegante di un amico, lo paragona alle chiome di Cleopatra, e allo sguardo di Fedra. Per congratularsi con uno che si è ritirato a vivere in campagna gli dice che ove lo annoiasse il gracidar delle oche, pensi a quelle che salvarono il Campidoglio.

Sono queste, senza dubbio, puerilità; ma puerilità che hanno il loro alto significato. Quello sfoggio di erudizione, infatti, seminata così largamente, e, così spesso, fuor di proposito ci apparirà come una vittoria dello scrittore, che ha faticosamente riconquistata una parte della sapienza antica, e che, colla intemperanza, col fasto del nuovo ricco, ne imbandisce il banchetto agli amici, ai lontani, ai posteri. Così ogni più lunga filza di citazioni acquisterà il suo valore. E noi quindi non ci meraviglieremo più ch'egli studi, limi, corregga le sue lettere; che ne faccia altrettanti lavori letterari, altrettante mostre pompose della sua cultura. È questo un segno del rivolgimento che si sta operando nel pensiero umano. Ognuna di quelle piccole scritture è un passo di più mosso sulla via sacra del Rinascimento. Quella rettorica, che per noi oggi è cosa morta, era invece viva nel Petrarca, faceva parte del suo sentimento. Ognuna di quelle citazioni faceva battere il suo cuore di umanista. Ognuno di quei periodi accarezzati, studiati, elaborati, era come un saluto all'antichità, che stava sollevandosi dal sepolcro. Quelle sue ampollosità, quelle sue interminabili ciancie somigliano, come ha detto il Voigt, all'ingenua loquacità del fanciullo, che gode sentendo di acquistare l'uso della favella e parla per il gusto di parlare. Ma intanto sotto la sua penna la lingua latina riacquistava qualche cosa dell'antica eleganza, ed egli si educava all'arte, creava l'estetica del Rinascimento, e fondava, come ha detto il Villemain, una nuova potenza fuor della Chiesa e dello Stato, tutta morale, tutta moderna, la repubblica delle lettere. Anche un altro sentimento, che il medioevo completamente ignorò, comincia ad apparir nel Petrarca: l'amore alla natura, il desiderio di chiedere ad essa riposo dalle miserie della vita. Il suo pensiero corre con voluttà ai verdi prati, alle erbose rive dei fiumi, alla densa vôlta dei boschi: egli invidia coloro che possono non ascoltare altro che il muggito dei buoi, il canto degli uccelli, il mormorare dei rivi; che possono aggirarsi per le selve, pei colli, pei prati, benedice il soggiorno della campagna, si asside pensoso sulle rive deserte di un fiume, e sta là a contemplare il tremolio delle foglie de' pioppi, e si commuove del cicalio degli uccelli, e gode dei solenni silenzi delle foreste. L'amore della natura lo fa inerpicare sulle ardue cime del monte Ventoso, come gli fa scegliere per suo rifugio la solitudine di Valchiusa, donde non si scorgono che il cielo, le montagne e il sonante fiume della Sorga, e dove egli è felice di viver solo aggirandosi per gli aridi monti e per le roride valli, piantando alberi, coltivando fiori, tessendo ghirlande.

Pur troppo anche l'amore alla solitudine campestre ebbe nel Petrarca molte intermittenze. Tutto fu intermittente in lui. Ma intanto l'aver provato quel sentimento, l'essersi a quando a quando tuffato nel puro lavacro della natura, fu cosa tutta propria di lui, e fu una delle sorgenti delle sue ispirazioni poetiche.

Diceva Voltaire che se il Petrarca non fosse stato innamorato, sarebbe molto meno famoso di quel che non sia, ed aveva ragione. Delle molte passioni onde il suo spirito fu agitato, una sola è quella che ha fatto al suo nome traversare i secoli vittoriosamente, una sola quella che anche oggi rende quel nome caro a tutti gli animi nei quali vibra la corda della gentilezza e dell'amore.

Chi fu la donna che il Petrarca amò? Neppure oggi possiamo dirlo con piena sicurezza. Dopo tante indagini, dopo tante dispute, dopo tanto inchiostro sciupato, siamo sempre a fare delle supposizioni. Ma fra queste la più fondata è senza dubbio quella, che la donna amata dal nostro Poeta fosse la moglie di un nobile avignonese, Ugo De Sade, ch'ebbe da lei undici figli.

Sulla natura dell'amore del Petrarca molto si è scritto; chi ha voluto che fosse la più angelica delle passioni, chi la più bassa; esagerazioni ambedue. Il Petrarca era sicuramente uomo, nella più larga significazione della parola. Giovane bello, elegante, in una città come Avignone, dove la purità dei costumi lasciava molto a desiderare, ch'egli si mantenesse incontaminato non potremmo supporlo nemmeno, se non avessimo, come abbiamo, le prove del contrario. E che un tale uomo nel bollore di una passione amorosa vivesse sempre in un'aerea serenità di desideri sarebbe stolto il supporlo. No. Il Petrarca amò intensamente ed umanamente. Ma la donna amata da lui, gli apparve come donna e come angelo insieme; il cupido sospiro dell'amante si confuse spesso colla preghiera del devoto, le braccia che anelavano ai dolci amplessi, chi sa quante volte si ripiegarono contrite sul petto! L'amore del Petrarca, quale ci apparisce nelle sue poesie, è un fatto che si compone di elementi diversi e che sono non di rado in contradizione fra loro. Ora sembra che vaghi incerto e nebuloso nelle generalità insipide dell'arte trovadorica, ora invece si addentra nella più concreta realtà della poesia popolare; si compiace nelle più fini e profonde analisi psicologiche, o, trasvola alle idealità più aeree; è una realtà e un simbolo, è cosa umana e cosa divina, è gioia e tormento, è insomma una lotta e una contradizione continua. In una lettera scritta solo otto anni dopo l'incontro con Laura, il Petrarca dice che sentiva vergogna e tristezza dell'amor suo, e chiama questo amore tristo e perverso. E quando Laura morì, ringrazia Dio di aver fatto sparire dalla terra l'oggetto di un amore mortifero, e attribuisce all'aiuto di Cristo, l'avere spento l'incendio che lo bruciava. Incendio vero, badate, incendio che dovè qualche volta esser terribile, e per il quale egli stesso, il Poeta, nel libro più sincero che abbia scritto, dice di esser tutto converso in gemiti, di pascersi con voluttà di sospiri e di lacrime, di passar le notti vegliando e chiamando il nome della donna amata, di avere in odio la vita, di esser divenuto simile all'omerico Bellerofonte, che va divorandosi il proprio cuore. Queste parole del Secretum, del libro, nel quale il Petrarca fece a sè di sè stesso la confessione della propria vita, basta a renderne certi della realtà del suo amore. E non sono queste le sole. Altrove egli si lamenta che Laura, a malgrado di mille cose che avrebbero piegato ogni altra donna, sia rimasta inespugnabile. E dice di tutti i tentativi che ha fatto per guarire dell'amore suo. Come guarire però? Fuggendo forse? Ma non sono io fuggito, egli esclama, non ho forse girato l'Occidente a il Settentrione, non mi sono spinto fino ai confini estremi dell'Oceano? come guarire? Amando forse un'altra donna? Questo pensiero par che vada come cupamente agitandosi nelle profondità del suo spirito, ma ad un tratto gli esce dal cuore questo grido che ci commuove: ah no, ah no, io non posso amare che lei, lei sola; l'anima mia oramai si è abituata ad amarla, i miei occhi a guardarla fissamente, a ricevere vita da lei. Non amarla e morire sarebbe lo stesso. E pure tenta ancora di reagire contro sè medesimo e va crudelmente ricordandosi quanto sia cosa vergognosa esser divenuto la favola del volgo, quanto quella donna fatale abbia nociuto al suo animo e alla sua fortuna, quante volte sia stato da lei deluso, disprezzato, negletto; e la chiama la donna dall'ingrato sopracciglio, che se qualche cosa ebbe d'umano, ciò fu più breve e più mobile che aura di vento in estate, e si rimprovera che ella lo abbia allontanato da Dio, che gli abbia tolto ogni bene della vita, che non siasi mai curata del suo nome.

E così il suo dolce fantasma si tramuta dentro il suo spirito in fantasma odiato e pauroso, e così ciò che era ieri l'essere che lo inebriava, oggi diventa quasi un oggetto di terrore per lui.

Avvertiamo bene però. Neppure questo sentimento di amore e di odio, di fede e di dubbio è costante nel Petrarca. Alla sua passione manca delle grandi passioni il carattere vero, l'esclusività, l'idea fissa e terribile. Il pensiero amoroso del Petrarca non è, come quello del Leopardi, il possenteDominator di sua profonda mente. Il Petrarca si divora bensì il cuore, ma se lo divora non per Laura sola. Tutti i suoi ideali, tutti i suoi amori combattono in lui: egli corre dietro a tutti e sembra che non possa mai raggiungerne alcuno, e in quello appagarsi. Gli studi, i viaggi, gli amici, Roma, l'Italia, l'arte, la gloria, la religione, la natura sono altrettanti rivali di Laura, e riescono spesso a vincerla, il suo amore è reale, ma è intermittente, ed è, come fu tutta la sua vita, un combatter continuo tra desideri e paure, tra speranze e disinganni, tra i sogni della notte e le brame del giorno, tra quell'eterno sì e no che gli martellava in tutte le cose il cervello.