[I[ Item elligantur per sex menses duo legales et experti
Cecheri supra monetam civitatis faciendam, et habeat
ipsorum quilibet pro salario yperperos decem, et quicumque
in hoc offitio esse noluerit solvat de poena
yperperos vigintiquinque.]I]

Anche nel breve intervallo che corse fra la emancipazione di Cattaro dal reame ungherese e la sua dedizione alla Repubblica Veneta, esercitò essa questo sovrano diritto battendo monete autonome, portanti dall'un de' lati la imagine e il nome di S. Trifone, dall'altro un castello con all'ingiro la epigrafe CIVITAS CATARI.

Sennonché, a differenza d'altre comunità le quali, incorporate negli stati della Repubblica, aveano perduto questo loro antico diritto, Cattaro volle conservarlo, e veramente per secoli lo conservò. Un privilegio veneziano del 1423 concede espressamente [I[quod in Catharo cudatur moneta juxta suas consuetudines]I]. Né può cader dubbio che que' cittadini non esercitassero questo diritto che i Veneziani mediante un trattato loro aveano accordato. Se anche non avessimo le prove che Cattaro veneta mantenne per oltre dugent'anni la sua zecca, il tipo delle monete che indi uscirono le prova indubbiamente non veneziane. Mentre i nummi veneti de' secoli XV e XVI si mostrano prodotto di un'arte adulta e nelle figure maestrevolmente incise e ne' pezzi regolarmente arrotondati e presentanti le superficie uniformi, quelli cusi a Cattaro annunciano un'arte tuttora bambina nelle rozze figure, ne' caratteri tendenti al gotico anche su' pezzi battuti nel secolo XVI quando la zecca nostra delle lettere gotiche avea sbandito ogni avanzo, nella forma de' pezzi mal rispondente al conio su cui doveano improntarsi e nella varia grossezza delle diverse parti d'uno e medesimo pezzo. Che se tanta sbadataggine si pose ivi ne' tipi, è facile imaginare a quali disordini facessero luogo a loro insaputa que' mal pratici monetarii. E vaglia il vero, l'alterazione del titolo primitivo nei nummi di Cattaro determinò il governo veneto l'anno 1627 a decretare che delle paste da monetarsi in quella città si facesse preventivamente l'assaggio nella zecca veneta. Ma tornò inutile anche questa misura, perché la inesperienza degli zecchieri albanesi continuava a battere leghe diverse dai campioni offerti all'assaggio; talché quella legge, impossibile ad essere eseguita, perdé l'anno seguente ogni vigore, e il danno che da queste continue ed involontarie alterazioni de' nummi sofferiva il commercio, consigliò i negozianti a rivolgersi alla zecca nostra per far monetare le loro verghe. Onde nacque che la officina di Cattaro andò di mano in mano scemando di lavoro e finì verso la metà del secento col chiudersi affatto: non così però che quegli abitanti rinunciassero al loro antico diritto, che gelosamente si riserbarono. Quindi nel 1787 l'autore dell'opera insigne [I[Descrizione dello Stato Veneto]I], Vincenzo Formaleoni, che tanto si giovò degli studii del naturalista Fortis, scriveva: [I[Ne' tempi che i Cattarini vissero sotto la protezione de' re di Rascia ebbero il diritto di battere monete, siccome lo hanno anche presentemente confermato loro dalla Repubblica, e potrebbero farne uso qualora volessero]I] (T. III pag. 5).

Quanto a' nomi ed alla qualità delle monete che correvano a Cattaro dopo la occupazione veneziana e v'ebbero corso fino a che a poco a poco sottentrò a quelle la monetazione della metropoli, tre diverse ne trovo ricordate dagli autori e dai documenti, gl'[I[iperperi]I], i [I[grossi]I], i [I[follari]I].

[T5] Iperpero.

L'iperpero, che vediamo frequenti volte citato negli [I[Statuti]I], e il cui nome ricorre anche in quel breve capitolo che ne abbiamo allegato, era una moneta ideale, il cui valore corrispondeva a 7 grossi veneziani. Non saprei invero decidere se quell'aureo nummo di Urosio Milutino che primo riporta nelle sue tavole il Nani abbia a ritenersi un iperpero o un doppio iperpero, non indicandosi dall'autore quale ne fosse il peso. Se in alcuno de' musei nostri avessi trovato esistere questo rarissimo pezzo, sarebbe stato agevole lo sciogliere l'intricata questione.

[T5] Grossetto.

Esiste bensì a Venezia, nel Museo Correr, un unico esemplare del [I[grosso]I], altramente chiamato nei documenti [I[grossetto]I]. Questo bel pezzo, di rarità esimia, è d'argento fino e del peso di circa k. 5. Tanta n'è la somiglianza colle monete battute da' Cattarini sudditi a' re di Rascia che lo si scambierebbe con esse se non ne fosse diversa la leggenda del rovescio. Al Nani ed al Corner pare sfuggisse questa singolare moneta, se non le diedero luogo nelle loro tavole, né la ricordarono illustrando altri nummi di Cattaro.

Il diritto è il medesimo che appare sui grossi di Stefano Dusciano e d'Urosio suo figlio; offre cioè il santo patrono della comunità, cinto il capo di nimbo, coperto di lunga vesta, veduto di prospetto e tenente nella destra la palma del martirio; lo chiudono due archi di cerchio formati di perline, simili a quell'ellisse che avvolge la figura del Redentore ne' nostri zecchini. All'ingiro è la epigrafe . S. TRIFON. CATARES ([I[Catharensis]I]). Nel rovescio è l'imagine di S. Marco molto somigliante all'ultima rappresentazione che de' re di Rascia ci danno le monete di Cattaro. Siede il santo evangelista di fronte, coperto il capo di corona reale sopra la quale gira però il nimbo di perle; nella destra sembra tenere uno stilo od un calamo, il libro de' Vangeli nella sinistra; in quella vece gl'[I[imperatori]I] Stefano ed Urosio tenevano una croce nella destra, e nella manca un globo pur sormontato da croce. D'intorno al S. Marco gira la consueta leggenda S. MARCVS. VENETVS. Messe a calcolo le circostanze di peso, di titolo, di tipo, riterrei questa moneta la prima battuta da' Cattarini dopo la loro sommessione a Venezia, né crederei prender abbaglio nell'attribuire a quest'epoca stessa, nel 1423 o poco dopo, il men raro grossetto di Scutari, del quale ci occuperemo in appresso.

Parlando tuttavolta de' grossetti di Cattaro, e toccando necessariamente di quelli battuti col nome e colla imagine dei re di Rascia, troppo credo interessare la veneta numismatica il far un cenno, sia pur di volo, de' più antichi grossi coniati da que' re a somiglianza de' veneziani.