Le isole Jonie, la Morea, l'Attica, Negroponte e parecchie isole dell'Arcipelago costituivano il LEVANTE VENETO. A cui si aggiungeva il reame di CANDIA, e più tardi quello di CIPRO.

Il nome d'ITALIA VENETA abbracciava la penisola d'Istria ne' suoi naturali confini, i territorii di Monfalcone e di Gradisca, la terraferma oggi soggetta al Governo di Venezia, le province lombarde di Brescia, Bergamo e Crema, la rocca di Riva sul lago di Garda, e nel secolo XV ma per pochi anni anche Ravenna ed altre castella delle marche oltre Po. Ma formando l'Istria una provincia a parte, restava agli altri possedimenti della valle padana il nome di TERRAFERMA VENETA.

Non è qui il luogo d'esporre in più circostanziata maniera le varie forme di reggimento delle varie province suddite alla Repubblica, governate da proprii statuti e quasi formanti stati a sé sotto la supremazia e le armi della metropoli. Questi particolari che svolgeremo brevemente più tardi, ci porterebbero ora senz'utilità alcuna lungi dallo scopo che ci siamo prefissi.

Dividerò pertanto in cinque sezioni il mio breve lavoro. Abbraccerà la prima le monete battute per tutt'i possedimenti di Dalmazia ed Albania, trattandovisi poi di quelle che si coniarono per le singole città dalmate ed albanesi. La seconda comprenderà la monetazione del Levante Veneto; quella di Candia la terza, di Cipro la quarta, limitandosi queste ultime due sezioni quasi a sole monete ossidionali. Nella quinta verranno quelle della Veneta Terraferma, escludendosi così dalle nostre ricerche la numismatica della metropoli, che formerà soggetto a ben più lungo e più faticoso lavoro.

E nel presente non toccherò nemmeno delle particolari medaglie che per antico privilegio batteva la comunità di Murano, simili nel peso e nel titolo a quella moneta di congiario che distribuiva annualmente il doge, e che dagli uccelli presi nelle valli del Dogado (di cui egli regalava prima del 1521 i patrizi) ebbe il nome di [I[Osella]I]. Onde questo nome passò alla medaglia muranese, destinata parimente a donativo del Comune alle cariche del consiglio di quell'isola industre. E ad escluderla da questa serie non altro mi determinò che il pensiero, esser stata essa soltanto una medaglia, e non moneta battuta per aver corso, comeché si sappia figurassero le [I[Oselle]I] venete ne' due ultimi secoli nelle tariffe delle monete correnti.

Ma ben diversa ragione mi consiglia ad escludere quel troppo famoso [I[michieletto]I] di piombo, già posseduto dal senatore Domenico Pasqualigo (ora nella Marciana) il quale sognò leggervi le iniziali del nome di Domenico Michiel doge dal 1116 al 1130; moneta che secondo lui sarebbe stata battuta dal Michiel nel 1125 quando fu coi crociati alla presa di Tiro, e scarseggiava di denaro la truppa che montava i legni veneziani schierati intorno a quell'assediata città. Ma non si accorse il buon uomo che non era quel suo vantato cimelio se non un'informe imitazione dei [I[marcelli]I] battuti sul declinare del secolo XV; una di quelle non insolite giunterie di chi vuoi prendersi gioco non della dottrina ma della credulità. Che se al Pasqualigo dobbiamo la maggior gratitudine perché legò alla patria copia di preziosità numismatiche, le illustrazioni ch'egli ne stese sono così impastojate di fole antiquarie che non saprei qual più opportuno tipo avrebbe potuto scegliere il nostro Goldoni in una delle sue più briose commedie. Sennonché vollero altri, sull'autorità di cronache non sempre veridiche, che il [I[michieletto]I] battuto nel 1125 nelle acque della Soria fosse di cuojo. Ed infatti, sul finire del passato secolo, di questi [I[michieletti]I] di cuojo ne vennero fuori a dozzine. Gli è proprio vero che le leggi dell'ordine fisico governano il mondo morale; quasi per necessario equilibrio, gli anni in cui il Winckelmann ed il Visconti creavano la critica archeologica, fiorivano i più ignoranti eruditi e si spacciavano le più goffe corbellerie. Né lo smascheramento di queste fraudi, operato con raro fior di dottrina da S. E. il conte Leonardo Manin a Venezia e dal conte Giulio Cordero di San Quintino a Torino bastò ad aprir gli occhi agli accecati raccoglitori che di quelle brutte contraffazioni andavano impinguando i loro musei.

Nel novero immenso delle quali sarei pur tentato a registrare un'altra moneta, se non mi determinassi piuttosto a ravvisarvi un abbaglio preso da un nostro dotto concittadino per condiscendenza soverchia all'altrui giudizio. Angelo Zon, profondo e coscienzioso ricercatore delle venete antichità, toltoci due anni sono da una morte immatura e crudele, scrisse pregato quel trattatello [I[sulla Zecca e sulle monete di Venezia]I] che fu inserito nella grand'opera [I[Venezia e le sue Lagune]I]. La rara modestia di quell'uomo lo fece troppe volte schivo dall'esibirci francamente il suo ponderato giudizio sui monumenti ch'esaminava, giudizio che solo talora pronunciò titubante. Venn'egli a parlare di un certo [I[soldo d'argento]I] col leone veneziano e colla figura del doge armato posseduto dalla Marciana nella collezione del Pasqualigo, i cui dubbii caratteri questo antico erudito, che vedemmo di qual calibro fosse, credeva misti di greco e di latino, comodamente pegli studii suoi, e vi ravvisava nientemanco che questa leggenda: [I[Cristophorus de Mauro imperator nationis christianae cum Pio nomine Secundo]I]. Quanto poi alla circostanza in cui fu battuto questo pezzo singolare, dato che la leggenda fosse proprio quella, niente di più facile che spiegarla. L'avrebbero battuto i crocesignati veneziani nell'occasione che il doge Moro fu nel 1464 ad Ancona per collegarsi con Pio II contro i Turchi irruenti. Lo Zon invece, credendo al nome di [I[Christophorus]I] che pur credeano leggervi lo Zanetti e il Morelli, penserebbe ricordasse l'alleanza segnata il 19 ottobre 1463 col cardinal Bessarione, non senza però che potesse riferirsi ad altre circostanze e ad altre persone le quali in modo diverso si collegassero colle cose veneziane. Mi fa però maraviglia come il nostro amico non avvertisse essere quella moneta una cattiva contraffazione del soldino d'argento, alterata nel peso, scemata nel titolo, barbara nelle imagini, capricciosa ne' caratteri.

Altrettanto potrebbesi dire di quello zecchino che lo Zon, sull'autorità del Pasqualigo nel cui museo si conserva, credette appartenere a Vlatco Cosaccio duca dell'Erzegovina nel sec. XIV, ch'ebbe da' Veneti tutela e nobiltà patrizia; zecchino evidentemente imitato da un falsario su quello di Alvise Mocenigo I°, di cui ha la leggenda in controparte e sfigurata, come pure inversa è la posizione delle due figure nel diritto; coniato altresì in oro di lega bassissima e assai scarseggiante nel peso. Mi arrestai forse più del bisogno su queste inconcludenti monete; ma credo non basti mai l'insistere in distruggere i vecchi errori nella critica, quando li rafforza un'autorità venerata.

Troppo devierei però dallo scopo mio se per me si volesse soffermarmi tratto tratto a confutare tutti gli errori che si stamparono in fatto di numismatica veneziana. Il più degli autori che finora ne hanno trattato furono soverchiamente proclivi a ripetere ciò che s'era divulgato da chi li avea preceduti. Così la critica non avanza di un passo, ma il sapere indietreggia finché il falso, invece che si abbatta, si puntella e si accarezza. La missione del critico non è di farsi eco dell'altrui giudizio; è di cribrarlo, rinfiancarlo se giusto, crollarlo se mai fallace; è di attingere il vero alle sue fonti, nei documenti cioè e nei monumenti. Chi batte un altro cammino non credo abbia diritto di chiedere, siccome io chiedo, la indulgenza di lettori spassionati e sapienti.

Giova anzi tutto avvertire di qual peso mi sia valso nell'esame delle monete della cui descrizione ed illustrazione ci andremo occupando. Scelsi a quest'uopo l'ordinario peso veneziano dell'oro e dell'argento, la [I[marca]I]; si perché eguagliando la [I[marca]I] nostra quella di Colonia, è peso generalmente noto; sì perché nelle memorie che ho disseppelite dalla polvere degli archivii non d'altro peso si parla, e adottandone io uno differente, avrei dovuto ad ogni pie' sospinto soffermarmi ad un nuovo ragguaglio.