Fino dal secolo XII troviamo documenti che ci provano essersi in queste lagune adottata la [I[marca]I] di Colonia; in una quitanza infatti del 1123 spettante a San Giorgio Maggiore leggiamo che l'abbate e vicario di quel monastero accusa ricevute [I[argenti de marcha de Colonia undecim marchas]I]. Così parimente nel trattalo fra il doge Enrico Dandolo e Baldovino di Fiandra stipulato il 4 aprile 1201 leggiamo queste parole: [I[Propter quod nobis dare debetis octuaginta quinque milia marcharum puri argenti ad pondus Coloniae, quo utitur terra nostra]I].

La [I[marca]I] si divide in 8 once, l'[I[oncia]I] in 144 carati che si esprimono colla iniziale [I[k]I], il carato in 4 grani. La marca dunque corrisponde a k. 1152, ovvero gr. 4608; l'oncia a gr. 576. Un'altra suddivisione della marca, meno comunemente adottata fra noi, è in 192 [I[denari]I], quindi dell'oncia in 24 [I[denari]I], de' quali ognuno si compone di k. 6 ovvero gr. 24.

Se alla parte fina della moneta d'oro o d'argento è aggiunta una quota parte di metallo inferiore per ottenerne la lega, la quantità di questo in rapporto alla marca si esprime coi carati e colla voce [I[peggio]I]. Quando verbigrazia diciamo che una data moneta ha di peggio 60, indichiamo che dei 1152 carati componenti una marca, 60 sono di rame. Il metallo puro si dice [I[fino]I], e parlando di oro senza lega si dice altresì volgarmente [I[oro di 24 carati]I], [I[oro di zecchino]I]. L'argento senza lega dicesi volgarmente [I[argento di 12 denari]I].

[T1] I. DALMAZIA ED ALBANIA.

[T2] A. MONETE GENERALI.

Queste due belle province di cui la conquista e la conservazione costarono alla Repubblica tanto sangue e tant'oro, formavano una delle predilette cure de' Veneziani i quali, padroni di quella grande striscia di lidi che fiancheggia ad oriente l'Adriatico, e delle isole Jonie che ne guardano l'entrata, sapevano come solo mantenendo que' possedimenti potevano assicurare la durevolezza del loro dominio su quel mare ch'era, anziché i Portoghesi girassero il Capo di Buona Speranza, la strada del commercio dell'Europa coll'Egitto e coll'Indie. La Dalmazia, le condizioni del cui suolo vietavano un rapido sviluppo d'incivilimento e d'industria, fu calcolata sempre da' nostri una colonia mercantile e militare. Provveduta di porti eccellenti e di magnifiche rade, con un popolo dedito, più che ad opere di pace, al maneggio dell'armi nell'interno del paese, e sul littorale tutto consacrato alle arti marinaresche, quella provincia forniva la metropoli di marinai e di soldati. La Repubblica dal suo canto ricompensava colla mitezza del governo, tollerante nelle province la forma di quasi autonomo reggimento, coi premii largheggiati a' Dalmati, e con que' tutti mezzi che uno stato sa mettere in opera per amicarsi i popoli soggetti; e prova ne sia l'affetto moltissimo che i Dalmati posero nel regime veneziano, i Dalmati versanti a rivi il loro sangue per Venezia in tutte le guerre ch'essa sostenne, i Dalmati piangenti nel dipartirsene le mutate sorti del tristo rivolgimento del 1797 e che seppellirono il vessillo a cui aveano giurato fedeltà eterna sotto la mensa degli altari di Cristo nelle loro chiese. Altrettanto dicasi dell'Albania, dove forse ancor più vivo si mantenne quell'affetto, perché messo a dura prova dalla minaccia del giogo ottomano; ma dell'Albania la parte più bella, più fertile, più grande, poco sostennero i Veneziani, perché l'impeto de' Turchi irruenti in Europa si rovesciò su quelle colonie, i cui profughi abitatori cercarono nell'antica metropoli quell'asilo che li mettesse al coperto da ulteriori sevizie del vincitore, intollerante il bene di genti non circoncise e i riti della religione del Nazareno.

Ne' brevi cenni che premisi a questa operetta ho fatto vedere che cosa sia ad intendere sotto questi due nomi, Dalmazia ed Albania; il primo vale a dire abbracciante il littorale Veneto dall'Istria ai confini della Repubblica di Ragusa; il secondo il littorale che si stende dal confine meridionale di questa Repubblica sino al golfo di Lepanto. È noto però come anche Ragusa passasse più d'una volta, ma per tempo breve, nelle mani de' Veneziani, ed è pur noto come poi ritornata a libertà mantenesse la propria indipendente esistenza a spese della protezione ottomana. Come si governassero que' possedimenti Veneti negli ultimi secoli, i soli di cui abbiamo ad occuparci nello intendere allo scopo nostro, verremo brevemente esponendo.

In tutta la provincia della Dalmazia, compresavi quella piccola porzione d'Albania che le conquiste de' Turchi non valsero a togliere alla Repubblica, la giurisdizione ecclesiastica era spartita in tredici diocesi, due arcivescovili ed undici vescovili. Ogni capoluogo di quelle diocesi, mutate poi in divisioni politiche, era validamente fortificato, e vi si contavano dieci altre castella; ognuna delle quali, non meno che le città, ad eccezione di Scardona, si governava da patrizi veneziani che si mutavano ogni 32 mesi, talché l'intera provincia suddividevasi in 22 reggimenti. Preside e capo di tutte queste reggenze destinava la Repubblica un suo patrizio dell'ordine senatorio col titolo di [I[Provveditore generale ordinario di Dalmazia ed Albania]I]. Annesso a questo generalato era il governo politico dell'intera provincia. Il generale esercitava autorità di giudice criminale e civile, in appellazione dalle sentenze di tutt'i rappresentanti sì delle isole che del continente. Non era peraltro giudice definitivo, perché devolveansi i suoi atti ai competenti Consigli della metropoli. Sussistevano nullameno antichissime consuetudini che gli assicuravano inappellabilità di giudicio dalle sue sentenze in certi casi di diritto criminale. Infatti a lui indirizzavansi dai subalterni reggimenti le notizie de' casi delittuosi, ch'egli o spacciava da sé, o rimandava a' reggimenti stessi perché continuassero la procedura, riserbandosi egli a giudicarne, quella fornita. Era una consuetudine inveterata e portata quasi dalla necessità, perché la distanza di quelle province dalla capitale, in tempi ne' quali le comunicazioni erano bensì continue ma non troppo celeri, non impedisse il rapido corso della giustizia, e fosse più agevole condurre la procedura sul luogo stesso del delitto e da uomini aventi immediata cognizione del paese e degli abitatori. Presiedeva il generale all'introito de' dazii di tutta la provincia, benché le pubbliche casse rimanessero sotto la direzione e la custodia de' patrizii capitani di Zara e delle altre città, non meno che de' rispettivi camerlinghi. Da lui dipendeva altresì la milizia di terra e di mare, e aveva l'obbligo d'invigilare sul contrabbando esercitato sul littorale e contro i delitti commessi a bordo de' legni. Ogni singola città riconosceva in lui e nel patrizio che vi risiedeva in nome della Repubblica con vario titolo di [I[Conte]I], [I[Capitano]I], [I[Rettore]I], [I[Provveditore]I], l'autorità suprema, ma si governava co' proprii statuti.

Data così una rapida occhiata al modo di governo delle province di cui ci occupiamo, si passi a considerarne le monete battute da' Veneziani.

[T5] Tornese di Dalmazia.