TREVISO.

Capitale della Marca Trivigiana sotto l'impero de' Franchi, Treviso ebbe ne' primi anni del secolo IX [I[corte]I] o palazzo imperiale, dove s'improntarono monete col nome e col monogramma di Carlomagno. Smembrata successivamente la Marca in piccoli territorii, altri signoreggiati da famiglie cospicue, altri reggentisi a repubblica, andarono restringendosi i confini del territorio rimasto soggetto alla città di Treviso, che di repubblica divenne feudo imperiale, e passò dagli Ezzelini ai Caminesi e quindi agli Scaligeri, che nel 1338 lo cedevano a Venezia in un trattato di pace. Oppressi poi i Veneziani dall'impeto de' Genovesi, rinunciavano nel 1381 Treviso a' duchi d'Austria che ristabilitavi l'abbandonata zecca vi batteano nuovamente monete. Ma occupata più tardi dai Carraresi, ricadeva nel 1389 ne' dominii della Repubblica.

La necessità in cui si trovò nel 1492 la città di minuti spezzati della moneta per sopperire a' bisogni della popolazione, la determinò a chiedere alla dominante la fabbrica di un bagattino pari a 1/12 di soldo, recante, oltre il simbolo del Vangelista, la imagine del patrono di quel comune, S. Liberale. E il Consiglio de' Dieci sanciva la seguente terminazione:

[I[ 1492. die 24 oct. in C. X. cum add.]I]

[I[Quod auctoritate hujus Consilii mandetur fieri in Cecha
nostra duc. centum bagatinorum ad sex pro marcheto
ad requisitionem fidelissimae civitatis nostrae Tarvisii
de puro ramine ad illam stampam quam illa comunitas
requisivit. Videlicet ab uno latere cum impressione Sancti
Marci in soldo et ab alio latere cum impressione
Sancti Liberalis protectoris sui, cum ordine et mandato
quod de eis non possit expendi ultra valorem unius marcheti
pro vice; ut cum eis provideatur necessitati pauperum
et expendantur in civitate et territorio Tarvisii.]I]

II bagattino coniato per Treviso nella veneta zecca è somigliantissimo a quelli che, intorno all'epoca stessa, si fecero per le città di Dalmazia, e con essi ha comune il metallo ch'è puro rame, o più frequentemente ottone. Il diametro n'è m. 0,017 e nel peso varia da k. 8 a k. 8. 2. Il diritto offre il patrono di Treviso in piedi, veduto di prospetto e che stringe nella destra una spada colla punta a terra e nella manca un'asta. All'ingiro è la epigrafe S. (ovvero SANCTVS in rari esemplari) LIBERALIS. TARVIXI, e a' suoi lati le sigle N e M, ad eccezione di pochi esemplari in cui non ricorrono. Il rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo chiuso da una linea circolare ed attorniato dall'epigrafe +. S. MARCVS. VENETI.

Quanto al valore de' bagattini in discorso, sarebbe ozioso il ripetere ciò che ho già detto parlando di quelli cusi per le città dalmate, e a quella parte della mia operetta perciò rimando i lettori. Quanto poi alle sigle N e M, confesso che mi sono inesplicabili. Lo Zon, toccando di queste monete nel suo più volte citato trattato (p. 35), crederebbe spettassero a Nicolò Marcello che nel 1453 sedette podestà a Treviso, e il Gradenigo (Zanetti, vol. II p. 157 n. 6, 7, 8) è incerto se a lui veramente attribuirle o meglio a Nicolò Morosini che vi coprì quella carica nel 1417. Basta però confrontare queste monete colle altre che si hanno d'epoca certa di Traù e di Lesina, da me ricordate alle pagine 35 e 59, per convincersi della contemporaneità del loro stampo con quello del bagattino di Treviso. Arrogi che la terminazione 1492 or ora riportata non parla di nummi antecedentemente lavorati per quella città; arrogi il disegno e la forma delle lettere che accusa il declinare del secolo XV o il sorgere del successivo; e sarà necessario escludere dalle probabilità le ipotesi del Gradenigo e dello Zon. Reca però maraviglia che nel [I[Libro Reggimenti]I] non rinveniamo né fra i podestà né fra i capitani di Treviso, dal 1492 a tutto il secolo successivo ed anzi fino al 1684, alcun nome che concordi con quelle iniziali. Simili discrepanze fra le sigle impresse sulle monete e i nomi de' reggitori che pur doveano corrispondervi, ho rimarcato più addietro ne' bagattini di Spalato (p. 37). Né meglio saprei spiegare questo fatto che ritenendo qualche sbaglio o qualche ommissione ov'incorse il compilatore pazientissimo del [I[Libro Reggimenti]I].

Non è però questa la sola moneta che i nostri battessero per Treviso. Altra ve n'ebbe, quantunque non recante il nome né il patrono di quella città, in epoca più antica. Ad evitare pertanto inutili ripetizioni, ne diremo parlando delle monete di

PADOVA.

Giovanni Brunacci, che nel 1744 pubblicava il suo erudito libretto [I[de re nummaria Patavinorum]I], precorrendo al maggior lavoro che il Verci inseriva sull'argomento medesimo nella grande collezione dello Zanetti, riporta documenti del secolo XI da' quali appare che in quell'epoca si conteggiava a Padova in moneta veneziana. Un istrumento fra gli altri del 1053 ivi eretto nomina i [I[solidos de Veneciarum moneta]I]. Anche ne' secoli successivi, quando la Repubblica Padovana, retta da' vicarii dell'impero, esercitava il diritto di zecca, la bontà de' nummi nostri li faceva ivi preferire a quelli d'ogni altro paese, non esclusi i patrii; ed è perciò che in un rotolo conservato nell'Archivio Comunale di Padova, recante la data 23 febbrajo 1287, un Palamede Scapultro confessa di aver ricevuto [I[solidos XLIII, et XVII denarios venetorum grossorum]I]. Ma nel secolo successivo, durante la signoria di que' da Carrara, spinta con alacrità singolare la operosità della zecca di Padova, vi cessò la voga delle monete venete, a cui sottentrarono le carraresi; le quali, perché mal rispondenti nel loro valore nominale all'intrinseco, bandivano i Veneziani da' loro stati, ove s'erano introdotte, colla terminazione seguente che trascrivo dal Capitolare delle [I[Broche]I], e che non è a mia cognizione sia stata ancor pubblicata.