Si custodisce nella Marciana un soldo, del peso di k. 2 d'argento, a peggio 550 per marca o poco meno, recante da un lato la imagine in piedi di Pietro Loredan, doge dal 1567 al 1570, volto a sinistra, coperto d'armatura, cinto il capo del corno ducale, e stringente colla destra il vessillo. Intorno a lui la epigrafe PETRVS . LAVRETA . DVX .; al rovescio il S. Marco in soldo chiuso da cerchietto, oltre il quale la consueta leggenda + S . MARCVS . VENETVS . Di questo pezzo, d'esimia rarità e di molta bellezza, il Museo Correr possede un esemplare, ignorato allo Zon e agli altri numismatici, simile al suddescritto nel peso, nel titolo, nel tipo del diritto, e totalmente svariato nel rovescio, perché reca la figura del Cristo in piedi, veduta di prospetto, che tiene il mondo nella sinistra, e colla dritta sta in alto di benedire, ed è attorniato dal motto TV SOLVS SANCTVS; tipo ricorrente in altre monete di quest'età, senza nome di doge, e che probabilmente spettano al Loredan. Vorrebbe lo Zon che questa monetina, da lui veduta soltanto nella Marciana, fosse allusiva alla guerra coi Turchi principiata nel 1569, e battuta per uso della veneta armata (ib. p. 35); e più sotto (p. 68) la novera fra le monete di Cipro. Io non nego che il doge possa aversi effigiato nella singolare rappresentazione di catafratto per aver egli incoata la guerra co' Turchi a proteggere il minacciato reame; ma non posso convenire collo Zon nell'ascrivere ch'ei fa alla serie delle monete di Cipro il soldo presente. I due esemplari, che forse unici se ne conservano, recano ambedue, come indicai testé, simile il diritto, diverso il rovescio; e questo rovescio medesimo vediamo in monete affatto comuni di quella età. Non potrebb'egli meglio spiegarsi il tipo e la rarità del controverso pezzo, ritenendo che i due esemplari del Correr e della Marciana, fossero semplici prove di una moneta a cui si volle poi sostituire un diverso rovescio?

[T5] Bisante.

L'unica moneta che i Veneziani stampassero nell'isola di Cipro è il [I[bisante]I], nummo ossidionale lavorato da' difensori di Famagosta stretta da terribile assedio. Nella sua operetta [I[Historia de Salamina capta]I], edita la prima volta a Venezia nel 1843, Antonio Riccoboni, storico contemporaneo a quel fatto, tocca dell'origine di questa moneta: [I[Cum autem IV. Non. Majas ]I](a. 1570)[I[ per totam insulam Cyprum bellum inter Venetos et Turcas promulgatum esset, ipse]I] (intendi Marcantonio Bragadin difensore della piazza, che dopo la resa fu scorticato vivo da' fedifragi nemici) [I[pecuniis indigens… quod totum aurum et argentum quod haberet in equestres et pedestres copias consumpsisset, nec facile propter locorum distantiam opportunum nummorum subsidium sperare posset… aerarium confici quamprimum voluit nummosque diu noctuque signari aereos mandavit; alteros duodecim assium, alteros quattuor quadrantium, atque hujusmodi moneta peditibus italis et graecis, equitibusque et omnibus qui in praesidio erant satisfaciebat, edicto facto ut suspendii poena illis esset proposita quicumque talem pecuniam recusarent]I].

Il pezzo ossidionale di Famagosta, ovvio a trovarsi, è di puro rame ed ha un diametro di m. 0,028; il peso ne' varii esemplari è tanto incerto che sembra affatto arbitrario; il minimo da me riscontrato fu di k. 17, il massimo di k. 46. Nel mezzo del campo del diritto è il leone seduto e rivolto alla sinistra del riguardante, e sott'esso l'anno 1570, e all'ingiro PRO. REGNI. CYPRI. PRESSIDIO. Nel rovescio è in tre linee la iscrizione VENETORV = FIDES. INVI = OLABILIS, sopra la quale un amorino, svolazzante verso la destra, allude alle tradizioni mitologiche dell'isola cara a Venere; e nell'esergo il nome di BISANTE colle note, varie negli esemplari, IIII, .I., . I . E ., . I . F . Ma come discernere fra questi pezzi quelli [I[duodecim assium]I] e quelli [I[quattuor quadrantium]I] che il Riccoboni distingue? Le sigle stessissime occorrono in un pezzo del massimo e in uno del minimo peso; dunque il peso non è dato regolatore. Il tipo nemmeno perché in tutte è simile, come simile è il metallo che in tutte è semplice rame. Se tutte avessero la cifra IIII potrebbero essere i pezzi di 4 quadranti, pezzi che d'altronde non sappiamo a che moneta corrispondessero. Ma quello di 12 assi, nome parimente a noi sconosciuto, parlandosi di monete coniate da' Veneziani, qual mai sarebbe? Forse quel nummo di biglione, custodito alla Marciana, del diametro m. 0,021 e, del peso di k. 14, che offre da un lato in quattro linee la epigrafe ÆS = ARGE = NTI = .X., e dall'altro il leone di S. Marco gradiente verso manca con all'esergo 1571? Lo Zon (p. 69) non esita a dirci anche questo pezzo, di rarità straordinaria, spettare alla guerra di Cipro; ma per uniformarsi al detto dal Riccoboni dovrebbe portare la cifra XII anziché quella X. Confessiamolo, ci mancano i fondamenti per basare una più plausibile conghiettura.

[T1] V. TERRAFERMA VENETA.

Abbracciamo sotto questo nome i possedimenti della Repubblica Veneta nella penisola d'Italia, escludendone il Dogado che comprendeva le lagune del settentrione dell'Adriatico e i loro margini sul continente. Più esteso però era il nome d'ITALIA VENETA, in cui s'includeva anche la penisola d'Istria.

Le condizioni naturali e politiche di Venezia ne aveano fatto uno stato commerciale, e meglio necessitato a stendere le sue colonie marittime sull'Adriatico e sul Mediterraneo che non a dominare il continente italiano. Era bastevole una forza terrestre a proteggere i limiti dell'estuario dagli attacchi degli stati minori, i cui confini toccavano all'occidente quelli della Repubblica; e se Venezia fu grande e ricca a dismisura, allora soltanto lo fu quando i suoi possedimenti continentali si limitavano alle terre del Trevisano. La smania di dominare in Italia, pagata a troppo caro prezzo con guerre che per anni ed anni si rinnovarono a tutto svantaggio della potenza e del commercio de' Veneti, li mosse a dilatare i loro confini sino quasi alle porte di Milano, e ad occupare oltre Po varie castella delle marche ne' secoli XV e XVI. È d'altri libri ufficio, meglio che non del mio, il dimostrare come quella smania, fattasi ancora più ardente quando le scoperte de' Portoghesi e degli Spagnuoli sul cadere del quattrocento aprirono vie novelle a' commercii, e quando potenti nemici calati dalle Alpi e collegati ad altri stati italiani le contesero armata mano ogni palmo de' suoi territorii.

Come nelle province oltremarine, anche in quelle continentali inviava la Repubblica a reggerle patrizii investiti della carica di [I[podestà]I], e nelle città principali altri con titolo di [I[capitani]I] a cui s'annetteva la giurisdizione militare, questi e quelli mutati per solito ad anno. Ma conservava a' paesi, che le sue armi aveano occupati, i loro proprii statuti e ne temperava il rancore della perduta autonomia colla mitezza delle savie leggi, colla tenuità delle imposte, coll'iscriverne le più illustri famiglie nel patriziato dominante.

Allorché i Veneziani dilatarono le loro conquiste in Italia, sentirono la necessità di apportare tali modificazioni alla loro monetazione da renderla facile e gradita agli stati ove novellamente signoreggiavano. Quindi i marcelli e le lire mocenighe e gli scudi d'oro ebbero nel volger di pochi anni spaccio immenso nella Terraferma; ed è ben difficile che si scopra qualche tesoretto sepolto nella pianura padana i primi anni del secolo XVI ove non entrino in quantità considerevole i nummi nostri. Citerò fra gli altri un tesoretto scavato l'autunno 1849 ad Abbiategrasso, che pare aver formato il peculio di un milite di cui si rinvennero presso alle monete la spada ed un frontale di cavallo. Vi si contenevano uno scudo d'oro di Carlo VIII di Francia, varii [I[cavallotti]I] de' marchesi del Monferrato, di Saluzzo e di Lavagna, due pezzi d'argento di Solothurn e di Uri, molti pezzi minori di Francesco Sforza; e insieme ad essi 2 [I[marcelli]I] di Pietro ed 1 di Giovanni Mocenigo, altro di Andrea Vendramin, uno di Agostino Barbarigo ed uno di Leonardo Loredan, de' quali due ultimi dogi v'erano eziandio due [I[mocenighe]I]. È questa una prova di più al fatto già noto del favore che godeano in Italia le monete veneziane. Sennonché introducendosi, per le vie stesse ond'uscivano le nostre, le monete straniere negli stati della Repubblica, il C. X. bandiva il 23 marzo 1517 le monete di ogni specie di Saluzzo, del Monferrato, di Lucca, di Bologna e d'altri governi italiani, riputandole di pessima qualità. Pochi stati invero tennero più d'occhio i nummi usciti dalle zecche straniere di quello che fece la Repubblica Veneta gelosa del credito de' suoi proprii.

Ma non solamente i maggiori pezzi d'argento e quelli d'oro erano ricerchi nella Terraferma Veneziana, ma si faceva sentire il bisogno altresì de' piccoli spezzati, e fu più d'una volta conceduto alle singole città lo stampo di monete destinate al corso esclusivo in esse e ne' lor territorii, e queste sono le ultime di cui ho ad occuparmi nel presente lavoro.