Rileviamo da memorie di zecca che negli anni 1553 e 1559 si coniarono per Cipro monete appellate
[T5] Carzie.
Questo nome, che manca ora al greco volgare, suona moneta di rame, sia poi di semplice rame o di basso biglione, e deriva da [Gr[chalkòs]Gr], [I[aes]I], o da [Gr[chálkeios]Gr], [I[ex aere ductus]I], o meglio ancora da [Gr[chalkíon]Gr] preso in senso di moneta vile, come lo usò Aristofane ([Gr[Batrachoì]Gr], Act. II. [I[Antepirrh]I]. v. 8 e 9):
… [Gr[allà toútois tois ponerois chalkíois]Gr]
[Gr[Chthès te kaì próen kopeisi to kakísto kómmati]Gr].
È facile a spiegare colle corruzioni della greca favella ne' bassi tempi il non insolito mutamento della pronuncia della [Gr[l]Gr] in [Gr[r]Gr]. Infatti anche oggidì il coniatore è detto dal popolo greco indifferentemente [Gr[chalkias]Gr] e [Gr[charkias]Gr]. Né crederei diversa la origine della medicea [I[crazia]I] toscana, che però altri vorrebbero derivare dal [I[kreuzer]I] tedesco.
Ma i nostri numografi, ricordando le [I[carzie]I] di Cipro, e l'epoche del loro stampo surriferite, e il loro peso di k. 2. 2, e il titolo ragguagliato a 92 di fino, o a 1060 di peggio per marca, non si volsero ad applicare quel nome ad alcuna moneta delle cuse in quegli anni. Eppure, se non di Marcantonio Trevisan che regnò un solo anno, vi sono monete di Francesco Venier che ducò dal 1554 al 1556, e di Girolamo Priuli che montò nel 1559 il trono ducale, alle quali si può applicare senz'esitanza il nome di [I[carzie]I], corrispondendovi, oltre l'epoca, il titolo e il peso.
Sono queste due nummoli molto rari, i quali recano dall'un de' lati una croce con quattro fiamme o con quattro bisanti agli angoli che forman le braccia, e chiusa da un cerchietto, oltre cui gira l'epigrafe + FRANC . VENERIO . DVX negli esemplari del primo, e in quelli del secondo + HIERON . PRIOLI . DVX . Offre il rovescio il leone di S. Marco in gazzetta e intorno ad esso la leggenda + S . MARCVS . VENET . Degli unici esemplari che ne ho veduti, conservasi il primo al Museo Correr, l'altro alla Marciana. Il loro diametro è m. 0,013, il peso è il più sopra riferito di k. 2. 2, meno le piccole differenze portate dal non perfetto grado di conservazione. Il titolo del biglione corrisponde appunto a peggio 1060.
Non sappiamo il valore della carzia a quell'epoca, ma questo valore ci apparirà dal confronto con altra moneta notissima, cioè col ducato d'argento di Girolamo Priuli. Questo pezzo, il maggiore che fino allora avessero monetato i Veneziani in quel metallo, si fece a peggio 60 e del peso di gr. 651, cioè di k. 162. 3, ed aveva quindi di fino gr. 617. 3/32. Siccome il ducato stesso si valutava allora, per decreto 7 gennajo 1561, lire 6 e soldi 4, cosi ogni soldo vi era rappresentato da una particella di argento fino del peso di k. 1. 3875/3968. Ora, essendo nel ducato il bagattino rappresentato da circa quattro decimi di grano, e nella carzia avendosi parimente di fino grani 0,799, valutato alcun poco in quest'ultima il molto rame, credo poter affermare che la carzia equivaleva intorno alla metà del secolo XVI a 2 bagattini.
[T5] Soldo col doge armato.