Sennonché nemmeno questa misura, lo stampo cioè di monete destinate al corso esclusivo nella Dalmazia e nell'Albania, bastò a frenare i disordini dell'incomoda lira di computo in quelle province. Anzi la Repubblica, non potendo o non volendo metter argine a quell'abuso di conteggiare in una moneta del continuo oscillante e che facilitava agli speculatori il monopolio de' metalli coniati, venne più tardi nella determinazione di regolare il peso delle gazzette e de' soldi di rame a seconda del vario valore ch'ebbe lo zecchino in quelle province: talché quando lo zecchino fu ragguagliato a lire di Dalmazia 25 (cioè intorno al 1700) si cavavano da una marca di rame gazzette 30 1/3 che pesavano ciascuna k. 38; quando a lire 27 (cioè nel 1706), gazzette 34 del peso di k. 33 15/17; quando a lire 33 (cioè intorno al 1730), gazzette 39 ciascuna delle quali del peso di k. 29 7/13. Così leggiamo nelle memorie di zecca, e così si spiegano le varietà più sopra avvertite nel peso di queste monete. È nondimeno ad aggiungere che la zecca non era poi sì scrupolosa nello stampo loro come in quello delle monete d'argento e d'oro, e che non è perciò difficile il rinvenire due esemplari del medesimo tipo di peso alcun poco fra loro diversi. Ricavasi però da queste memorie un corollario importante: [I[potersi alcune volte riscontrare nelle monete venete di puro rame l'età del loro stampo, calcolandone il peso]I]. Quello che dissi delle gazzette è pur ad intendersi de' soldi, che ne costituivano la metà.
A continuare questi cenni sulla lira coloniale di computo, ricorderò che nel 1740 gli speculatori cambiavano lo zecchino contro queste gazzette (che dal loro grave peso si dissero altresì [I[gazzettoni]I]) in ragione di lire 52 e talora 54. Una tariffa dell'anno 1780 raffermò da ultimo il valore dello zecchino a lire 48 di computo in gazzette o soldi, in rispondenza al ducato che vi era ragguagliato a lire 17.6.
Anche dopo lo stampo del [I[leone Mocenigo]I] seguitarono ad aver corso quelle monete d'argento da 20, 8, 4 soldi, sempre però ragguagliate a maggior valore, trovandole io descritte fra le correnti in alcune memorie di zecca del 1749, dove se ne calcola il fino esattamente in once 8, denari 8, grani 12 di nostro peso.
[T5] Leoni Mocenighi.
Nel 1706, ducando Alvise Mocenigo secondo di questo nome, per sopperire a' bisogni del commercio ne' possedimenti di Dalmazia e d'Albania, fu decretato lo stampo di una nuova moneta da lire venete 4, in uno a' suoi spezzati da lire 2, 1 e da soldi 10 e 5. Dal nome del doge che primo ed unico la mise fuori fu detta [I[leone Mocenigo]I], a distinguerla da altra moneta di maggior peso e valore battuta pel Levante che dal doge che primo la fece stampare si era chiamata [I[leone Morosini]I]. Tuttavia le succitate memorie di zecca del 1749 non la chiamano con altra appellazione che quella di [I[monete nuove per la Dalmazia]I]. L'argento in cui la si volle coniata aveva di peggio 450 carati per marca, era cioè inferiore di k. 100 di fino a quello impiegato nelle lirette; era quindi al titolo 0,609377, o della bontà di once 7, denari 7, grani 12. In quell'epoca stessa (1706) lo zecchino che, com'è noto, aveva k. 46. 80/91 d'oro purissimo, cioè andava a zecchini 67 1/4 per marca, era valutato nelle tariffe lire 20 e soldi 5, e il ducato d'argento del peso di k. 110 a peggio 200 valeva lire 7 e soldi 4.
Il decreto del Senato 2 marzo 1706 regolava il prezzo dell'argento destinato alla monetazione de' [I[leoni Mocenighi]I] a lire 9, soldi 15 l'oncia fina, pagabili metà in partita di Bancogiro, e metà in zecchini a lire 17 l'uno, ovvero, in luogo di zecchini, nelle dette monete dalmato-albanesi a lire 27 coloniali lo zecchino.
Il [I[leone Mocenigo]I] è del peso di k. 56 e del diametro di m. 0,0335, e porta nell'averso l'imagine di S. Marco seduto sul trono a manca dell'osservatore, porgente al doge genuflesso un'asta sormontata da croce colla sinistra, e benedicente colla destra. Dietro al santo le iniziali S * M * V * ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]), e dietro al doge la epigrafe ALOY * MOCENI.; lungo l'asta verso il doge è la voce DVX in caratteri verticalmente disposti. Sotto la linea d'esergo sulla quale posano le figure, stanno le iniziali * G. B * (ovvero * B. G *). Il rovescio presenta il leone alato e nimbato, rampante verso la sinistra, ma colla faccia di prospetto, immergente la manca zampa posteriore nel mare e recante nella destra anteriore un ramo d'ulivo. Dinanzi al leone sorge sovra una rupe un turrito castello in cima al quale svolazza una bandiera. D'intorno al leone è la epigrafe DALMAT * ET * ALB, nell'esergo la cifra * 80 *, cioè il numero de' soldi che formano le 4 lire venete.
Il pezzo [I[da due lire]I] o mezzo leone serba il tipo del precedente, in proporzioni minori, limitato cioè al diametro 0,029 e al peso di k. 28. Offre tuttavia nel diritto più incurvata la figura del santo e la epigrafe è questa S. M. V. ALOY * MOC *; l'esergo il medesimo in alcuni esemplari, in altri è * B. C 2° *. Nel rovescio l'esergo è necessariamente * 40 *.
Tale è parimente la [I[lira]I] o quarto di leone, del diametro di m. 0,024 e del peso di k. 14. Strana e rozza nel diritto è la forma del berretto ducale che copre il capo del genuflesso Mocenigo; l'esergo del rovescio è * XX *.
L'ottavo di leone o pezzo [I[da dieci soldi]I] è anch'esso nel tipo simile al mezzo leone, ma il peso n'è di soli k. 7, il diametro di m. 0,019. L'esergo del rovescio porta il numero X ugualmente chiuso fra due stelline. Questi pezzi non sono ora comuni a trovarsi, benché nessuno de' nostri musei ne difetti.