Non potrebbe dirsi altrettanto del sedicesimo di leone, o [I[da cinque soldi]I], se ne fosse accertata la esistenza. Lo trovo registrato più d'una volta nelle memorie di zecca, che gli danno il peso di k. 3 1/2, e dalle quali parrebbe che si fosse effettivamente battuto. Ma il non vederlo conservato nel ricchissimo Museo Correr né in altra delle raccolte da me esaminate, il non trovarlo registrato fra le monete che appartenevano a monsignor Gradenigo, il cui catalogo fu inserito nella collezione dello Zanetti Vol. II, e che non ha guari passarono al R. Gabinetto di Torino, mi fa sospettare che quella moneta non si battesse mai, comeché se ne fosse decretato lo stampo.

Le sigle ricorrenti nell'esergo del diritto di questi nummi mi richiamano a parlare di una consuetudine della zecca nostra. Il religioso rigore serbato da' Veneziani costantemente nell'esercizio di quest'atto del sovrano potere ch'è la monetazione, gl'indusse a mettere in opera tutt'i mezzi possibili per guarentire il commercio da quelle fraudi che, con tanto danno di esso, avvenivano non raramente nella bontà dei metalli coniati. Fu decretato perciò nel 1387 che ogni [I[gastaldo]I] di zecca dovesse apporre ad ogni conio un segno noto a' massari dell'argento, mediante il quale si riconoscesse la mano onde uscì ogni pezzo monetato. Più tardi si volle che ogni moneta d'oro e d'argento, ad eccezione dello zecchino che non portava lega, fosse contrassegnata dalle iniziali del nome e del cognome di uno de' [I[massari all'argento]I] se argentea era la moneta, [I[dell'oro]I] se d'oro. Chiunque pertanto improntava delle proprie sigle un nummo era responsabile in faccia alla legge d'ogni alterazione di titolo che vi fosse mai avvertita. Questa pratica non avea luogo nelle monete erose, né in quelle di puro rame, si però nelle doppie d'oro e in ogni pezzo d'argento il cui peggio non eccedesse il fino, fosse cioè al di sotto della metà de' carati costituenti la marca. Ebbervi però più d'una volta monete di buon argento (come sarebbero a mo' d'esempio le lirette di Dalmazia e i loro spezzati, e così pure le galeazze di cui frappoco ci occuperemo) che non erano contrassegnate da sigle di massaro. Di quelle che ho ricordate impresse sui leoni Mocenighi, mancando una serie cronologica completa de' massari all'argento, non sono in grado d'interpretare che quelle B. C 2.° le quali offrono il nome di Benedetto Civran II.°, che coprì quella carica negli anni 1705 e 1706.

[T5] Galeazze.

Allorché nell'anno 1736, ducante Alvise Pisani, fu decretato lo stampo della nuova moneta per le colonie ch'ebbe il nome di [I[galeazza]I], le precipue specie d'oro e d'argento veneziane correvano come segue:

Lo zecchino a lire 22.

La doppia d'oro peggio 96 del peso di k. 32 2/3, a lire 38.

Il ducato d'argento peggio 200 del peso di k. 110, a lire 8.

Il ducatone d'argento peggio 60 del peso di k. 134 1/2, a lire 11.

Lo scudo d'argento di lega pari al ducatone, del peso di k. 153 1/2, a lire 12. 8.

V'aveano dunque a Venezia cinque monete maggiori, nessuna delle quali esattamente multipla della lira di conto della Dalmazia, ad eccezione dello zecchino ragguagliato allora a 36 di quelle lire. E nondimeno continuavano gli abitatori de' possedimenti oltremarini a valersi di quell'incomoda moneta ideale che non era rappresentata da nessuna delle monete esistenti, nemmeno da quelle erose che si erano mandate fuori nel 1722 del valore di soldi 30, 15, 10 e 5. Fu quindi a sopperire a' bisogni di quelle province che il Governo decretava nel 1736 lo stampo di una moneta, frazione dello zecchino, ed atta perciò ad agevolare le transazioni commerciali della metropoli colle colonie. Quindi ebbe origine la [I[galeazza]I] che corrispondeva insieme ad un terzo dello zecchino e a 12 lire di Dalmazia, ma che ragguagliata alla veneta valeva lire 7. 6. 8.