Il conte amava osservare, riflettere; egli era alquanto filosofo.
Quando era entrato in quella meschina osteria, non aveva creduto certamente trovarvi diversioni, che potessero occupare anche per poco il suo spirito. Però si sentiva più che mai preso dal desiderio di proseguire il suo viaggio nel modo più sollecito.
Ah! come bramava condurlo a termine; ritornare a Catania; riveder donna Livia; fare in modo che il duca non giungesse mai a sapere ch'ella lo aveva mandato in traccia dei loro parenti spogliati!
Intanto il vecchio Adriano era partito; l'osteria aveva ripreso il solito aspetto; vi si parlava sommesso come prima.
Il cavaliere di Malta si alzò: accennò al suo servo di seguirlo e passando da una loggia di legno, che metteva alla sua camera fredda e mal riparata, vi si soffermò per consultare il cielo. La pioggia era cessata, ma l'oscurità era ancora profonda; non si vedeva brillare alcuna stella.
Domani, pensò il conte, benchè il cielo non sia ancora sereno, potrò partire egualmente, lo spero…
Ed entrò nella sua stanza.
III.
L'indomani spuntò torbido e nero, e la pioggia, cessata la sera prima, aveva ripreso a cadere, se non con gran violenza, senza interruzione però.
Le strade erano poi ancora più impraticabili; agli abitanti del paesello ciò non dava gran pena; nessuno ne fu dunque contrariato la centesima parto di quanto lo fosse il cavaliere di Malta.