Il vecchio continuava, e ripeteva le parole di quello, che egli sospettava rivale a suo figlio.—Questa zia è morta da due anni: ma Carolina non ne ebbe mai contezza: quand'ecco che alcuni giorni fa viene chiamata ad un convento; trova un frate forestiere, che le annunzia la morte di quella donna, e le rimette molto danaro, moltissimo danaro, dicendole che le era stato lasciato dalla zia già da molto tempo, ma che, non avendola sino allora potuta trovare, si aveva dovuto aspettare tanto a rimetterglielo. Ed ecco tutto. Colui fece per andarsene, ma io lo trattenni.—Quanto mi aveva narrato sembravano inverosimile.—Come mai, chiesi, questa zia era divenuta sì ricca?—Questo non so, rispose: sembra fosse stata al servizio di un padrone generosissimo; forse ammassò quell'oro a poco, a poco: nessuno, disse quel frate, sa però chi fosse tale padrone, ed ella morì improvvisamente, senza nemmeno avere potuto confessarsi; morì tanto improvvisamente, che corse per Venezia la voce fosse stata avvelenata.—Bene; replicai io a quel giovane; se lo tenga Carolina il suo oro: chi sa da qual parte viene! Datti pace, Battista, dissi quindi a mio figlio: ma ei non mi udiva, e dovetti condurlo via per forza da quella casa. Ora è qui che mi vuol far impazzire. Da due giorni che siamo ritornati, tento invano consolarlo. L'ho lasciato un momento solo con sua madre per disperazione…. Non potevo più resistere a vederlo sì afflitto.
Il vecchio aveva terminato il suo racconto; l'oste e la moglie si diedero a consolarlo. Ambrogio tanto per parlare fece lo stesso.
—Mandatemelo qui quel ragazzo, disse l'oste; cercheremo distrarlo un poco.
—Non vuol andare da nessuno; vi assicuro che fa scoppiare il cuore.
—Sventurato! mormorò il cavaliere.
Questa parola ei l'aveva pronunciata senza avvedersene, sommessamente tanto, che nessuno la udì. Il dolore di quel giovane contadino, che appariva sì profondo, lo aveva vivamente commosso; e non era questa la sola impressione, che gli avesse destata la narrazione udita.
Il conte pensava anche a quella donna morta, a quanto dicevasi, di veleno a Venezia, e si sentiva tratto a fantasticare su quella circostanza; ma cessò presto dall'occuparsene. Sapeva che non bisogna mai lasciarsi trasportare dalla immaginazione, che può condurre lontanissimo dal vero, e fare scorgere misteri, laddove non sono che cose naturalissime.
Eppure lo spaziare in regioni ideali poteva essere in quel tempo errore più perdonabile. L'oscurità generale, i costumi dell'epoca, non bellissimi al certo, avevano però alcun che di ribelle, che si sottraeva all'impero assoluto della realtà.
Ma il conte resistette; e vide in quella storia un fatto naturale, e che non poteva avere certo alcun rapporto cogli sconosciuti parenti, che egli sperava rinvenire a Venezia.
Vi soffermava ancora il pensiero; ma soltanto per occuparsi del povero Battista, o piuttosto per riflettere quante pene si possono trovare ovunque; quanti affanni di cuore è possibile rinvenire in ogni ceto di persone: pene tante volte ignorate, affanni degnati tante volte appena d'uno sguardo dai felici, cui tutto sorride, che non comprendono come si possa soffrire, e temono forse lasciare un lembo della loro felicità a contatto del dolore.