Quel gentiluomo si chiamava il barone Fiordispina: era un'ottima persona; amava assai il conte, di cui più volte a Malta, durante l'assedio di Solimano, aveva ammirato il valore, il coraggio. Da queste qualità soltanto soleva il barone misurare la stima, che accordava ai suoi amici.
—Perdonate, disse al suo confratello, prendendogli amichevolmente il braccio; io non credeva….
Il conte arrossì: quell'uomo gli aveva sempre dato prove di affezione sincera, ed egli si era adirato ad una sua domanda naturalissima? nè bastava; la vista di lui lo aveva messo di malumore. Qual colpa aveva il barone, se ei non desiderava essere incontrato? Ma che? Non avrebbe dunque più se non pensieri esclusivi? Per essi tratterebbe con asprezza un amico?… Si pentì di quella involontaria collera; le gentilezze, le prove di amicizia ricevute dal barone, le strette relazioni avute sempre con lui gli tornarono in un istante alla memoria; sicchè gli strinse fortemente la mano sorridendo.
—Eccovi dunque pacificato, caro conte, disse allora sorridendo pure il barone, contentissimo di quel cangiamento.
—Attribuite la mia perplessità alla sorpresa; non potevo aspettarmi trovar qui voi, fiorentino.
—È un caso infatti; sono venuto a passare ad Ancona un mese, in casa di mia nipote Elvira, maritata da poco ad un gentiluomo ili qui.
—Ah vedo!
—Lo sapete: non ho altri parenti fuori di lei; voi, caro conte, ne avete invece molti a Catania.
Queste parole cagionarono nel conte una penosa impressione. Quai parenti! pensava; divisi fra loro da rancori, da odj, da passioni violente! parte di essi spogliati, sconosciuti, nascosti!
—E da Malta, continuò il barone, che notizie abbiamo?