—Non insultate vostra sorella, che meriterebbe invece la vostra stima…. Poi, ve lo ripeto: è vano…. Non so ciò che avrei fatto; ma in ogni modo non avrei mai permesso che rimanesse a mio figlio ciò che non gli appartiene.

Don Francesco durava veramente fatica ad ascoltare ancora: meravigliava di sè stesso, della sua sofferenza. Certo la situazione, in cui si trovava, era penosa: poichè l'orgoglio, l'interesse, il risentimento combattevano nel suo cuore coll'amore una lotta orribile.

—Ah! esclamò dopo un istante; ciò che non gli appartiene? Eppure, signora, quell'atto era fatto volontariamente, e colui che lo fece aveva il potere di diseredare un figlio ribelle, che era disceso ad una unione disonorante.

—Sì; ma lo aveva revocato.

—Ah, sapete anche questo? chiese il duca con sdegno.

—Sì, disse donna Livia: e guardate, aggiunse con fermezza; per persuadervi che io avrei riparato egualmente, anche malgrado l'esistenza della pergamena, vi dirò in qual modo avrei agito.

—E come?

—Disponendo delle mie sostanze, di cui sapete che, per volere di mio padre, ho quasi per intiero l'assoluta proprietà, sino all'ammontare della parte di eredità legittima che spetta a vostro zio, e…

Il duca interruppe.

—E credete che ciò vi sarebbe stato possibile? le domandò con ironia.