Ed il duca, che avrebbe reso prestissimo schiava qualunque altra sposa, non poteva umiliar donna Livia: e si era convinto che bisognava rassegnarsi e prenderla tale qual era.

Dopo aver dunque, esaminato in quella sera diversi volumi con quell'aria burbera, che gli era tutta particolare, notò che un cordone nero stava per segno in uno di essi.

Il libro era l'Inferno di Dante; la pagina segnata quella ove il poeta racconta della Francesca da Rimini.

Era combinazione? oppure?…

Che? mormorò il duca; donna Livia ha bisogno di meditar questo canto, dove si parla delle pene, che attendono una sposa infedele?… Od è per vaghezza che vi si trattiene?… Che vuol dir ciò? Non è ella indifferente per tutti?… Che io non la comprenda bene…. E l'amore poetico del cavaliere di Malta potrebbe mai finire per commuoverla?.. Ah! egli accarezzò le sue idee filantrope…. mostrò aver compassione di donna Rosalia, della quale non credo poi gl'importasse molto…. Ma, no! non ho io udito?…

Ed ora che fa? Ella sa però che io l'attendo…. Si prenderebbe giuoco di me?… Preferirmi la conversazione di donna Rosalia?… Oh non soffrirò poi questo!…

E fece un passo verso la porta.

Donna Livia rientrava in quell'istante.

Aveva trovato donna Rosalia in lagrime sul suo inginocchiatojo. Dopo averle detto che il duca la soddisferebbe, dopo qualche parola, che la consolasse senza ferirla, l'aveva lasciata pensando che la solitudine e la preghiera erano i migliori rimedii per lei.

Ma non si era affrettata molto a ritornare.