Delle sue cognizioni si giovava onde saper escire dalle situazioni difficili, e degli studj, della lettura per occupare lo spirito, e ricreare la sua solitudine.
Il duca suo marito era dottissimo: perciò si era cattivato il marchese del Faro. Don Francesco aveva molto ingegno, uno spirito pronto, che talora volgeva all'aspro, al mordace.
Anch'egli nulla aveva di comune coi cavalieri del tempo, tranne la passione per la caccia, per le armi. Aveva fama d'essere la prima spada di Sicilia.
Egli era stato allevato da un benedettino di gran dottrina, che, a forza di volerlo approfondire nei dogmi della fede, aveva finito per render lui, portato per natura alla diffidenza più eccessiva, uno dei signori più increduli del suo tempo.
Il duca studiava ancor molto perchè nessuno potesse prenderlo in fallo. Era fra gli ammiratori più appassionati di Machiavelli, scrittore allora recente. Quello storico, quel politico, che insegna ricorrere ad ogni mezzo quando può condurre allo scopo, doveva piacer molto al duca.
Di tali massime egli era convintissimo; ne aveva dato una prova nella condotta tenuta verso i parenti spogliati.
Alle volte, ad onta del suo sapere, trovava però che il marchese del Faro aveva allevato donna Livia in modo forse un po' eccezionale, e soprattutto abituatala troppo a far la propria volontà. Eppure era così che gli era piaciuta quando si era trattenuto a lungo in casa del marchese prima di sposarla.
Però egli si era proposto, quando fosse divenuta sua moglie, di cangiarla, e vi si era provato tenendola in qualche soggezione.
Ma donna Livia, che in certe cose si uniformava senza commenti e quasi con indifferenza a' suoi voleri, che acconsentiva a viver sempre ritirata, non era su certi punti meno ferma di lui.
Nondimeno ella sapeva piegarsi quando la necessità lo richiedeva; per questo aveva desistito dal contrastargli apertamente nell'affare della pergamena, e tentato riparare in segreto a quella grave ingiustizia.