Ma il monaco poteva essere ancora al capezzale del morto: e prima di recarsi al convento, don Francesco se ne informò dai domestici.
Gli fu risposto che il frate era partito da qualche tempo per un paesello vicino, che gli nominarono, e ch'ei doveva essere ancora per via.
Don Francesco pensò che con un buon cavallo gli sarebbe facile raggiungerlo. Preferiva parlargli sulla strada, anzichè entrare nel convento, ove la sua presenza farebbe un chiasso che non si curava di provocare. Poi il segreto sull'affare, che tanto gli premeva, verrebbe certo più facilmente serbato.
Ordinò dunque gli si sellasse tosto un cavallo, e quando questo fu pronto, gettatosi sulle spalle un ricco mantello, partì.
Era nel mese di gennaio, come fu detto. L'aurora, spuntava appena; sicchè il freddo era abbastanza vivo.
Il duca cavalcava pensieroso, colla maggior rapidità che consentisse il terreno ineguale: poichè il villaggio additatogli era situato nella direzione dell'Etna, di cui il sole cominciava a colorire la vetta.
Ma tratto tratto don Francesco si arrestava, onde osservare innanzi a sè. Cominciava ad impazientarsi di non scorgere il frate. Finalmente lo vide; mise il cavallo al galoppo, ed in pochi istanti gli fu vicino.
Quegli si era già rivolto, e si scosse riconoscendo il duca. Che vorrebbe da lui? Ahi, che temeva d'indovinarlo! Indirizzò al cielo una muta e calda invocazione, e salutò rispettosamente don Francesco.
Questi rispose con un leggiero cenno del capo; indi:
—Devo parlarvi, padre, gli disse, e con accento alquanto imperioso, senza perdere tempo continuò:—Mi risponderete come vi parrà; ma, rammentatevelo bene, con precisione, con chiarezza.