»Spero renderete giustizia ai miei nipoti. Essi non intendono insistere, si rimettono in voi, duca: non sono di quei parenti spogliati, che suscitano mille imbarazzi. Per darvi un'idea delle intenzioni di vostro cugino, vi mando una sua lettera a me diretta, nella quale egli spiega le sue idee, ed il modo, con cui intende condursi.
»Quest'oggi stesso mi presenterò al vostro palazzo onde avere con voi, o duca, un'abboccamento, e mostrarvi le prove, sulle quali appoggiano i reclami dei figli di vostro zio, il cavaliere dell'Isola.
»Certo voi pure, duca, come io stesso, come tutti, credeste alla sua morte immatura.»
Seguivano i complimenti d'uso e la firma.
«Il conte si condusse bene, pensò donna Livia: comprendo; fu lui, che presentò al superiore i figli del cavaliere dell'Isola: lo avrà pregato del segreto…. La collera del duca ricadrà sul povero benedettino, ma poichè è assente, sarà per il meglio….»
E rendendo la lettera a don Francesco:
—Ho letto, disse.
—Che ve ne pare?
—Che tutto finirà senza gli scandali, che temevate.
—Capite che io non credo una parola di questa lettera…. Il superiore sa benissimo che io conoscevo l'esistenza del cavaliere dell'Isola, o de' suoi figli, come sa non esistere più l'atto, che diseredava suo nipote, e conteneva la di lui rinuncia…. Eppure…. aggiunse arrestandosi, rifletto che il benedettino non era presente quando voi distruggeste la pergamena…. Ciò mi dà da pensare.