—Non è vero, i tuoi occhi sono tanto belli e buoni, che non li
dimenticherò certamente.
Era la prima volta che Carmela sentiva fare un elogio della sua persona, ed era commossa, avrebbe voluto dire tante cose al suo amico, ma non poteva; un groppo alla gola le toglieva il fiato; però lo guardò coi suoi occhi buoni, con uno sguardo espressivo che voleva dire:—Torna presto.
Dopo quel giorno, rimase ancora più triste; ma quando la matrigna le diceva che era un mostriciattolo, essa pensava alle parole di Gennaro, e si consolava.
Graziella cresceva a vista d'occhio, era bianca, rossa e prosperosa, ma di una bellezza volgare; avea poco cuore, e quando poteva, cercava d'umiliare la sorella in tutti i modi possibili; raccontava i suoi trionfi, i complimenti che le venivano fatti; era continuamente occupata ad adornarsi e ad agghindarsi allo specchio, pensava sempre a vestiti nuovi, tanto che il babbo dovea lavorare dalla mattina alla sera, per appagare i suoi capricci.
—Ma non ti pare che sarebbe tempo che Graziella guadagnasse qualche cosa?—diceva Giovanni alla moglie.
—Lascia che si diverta, è ancora una bimba,—rispondeva Anna; però, un giorno si decise di metterla da una sarta, affinchè imparasse il mestiere; ma ciò non valse ad altro che a darle un pretesto per stare di più fuori di casa, e per diventare più vanerella.
Carmela s'era rassegnata anch'essa a tenere Graziella come un essere privilegiato, e l'ammirava continuamente; si divertiva anzi ad ornarla come una bambola, ed a vederla farsi più bella, dopo aver indossato la veste nuova che aveva aiutato a cucirle, rubando delle ore al sonno.
Graziella era una piccola egoista, non amava che sè stessa. Accarezzava Carmela quando aveva bisogno del suo aiuto; la mamma, perchè la conducesse ai divertimenti; il babbo, quando voleva che le desse quattrini per comperare dei fronzoli; e godeva la vita senza pensieri, passando lunghe ore fuori di casa, assieme alla madre, non curandosi nè di Giovanni, che lavorava come un cane, nè di Carmela, che si preoccupava di preparare loro la minestra, e porre in ordine la casa.
Un giorno Anna e Graziella si spaventarono nell'udire che una loro vicina era morta di vaiuolo, e che la malattia regnava nella città. Ebbero subito il pensiero di andare lontano; ma Giovanni disse che non avea quattrini da sprecare per capricci. Perciò dovettero rassegnarsi a rimanere, ma tremavano dalla paura di prendere la malattia, e quando uscivano di casa, cercavano di star in mezzo alla via per non toccare il muro; non parlavano più coi vicini, ed erano infelici di dover vivere con quel pensiero. Un giorno Giovanni venne a casa con una febbre fortissima, e le due donne divennero pallide come morte, quando il dottore affermò che si trattava di vaiuolo.
Il primo pensiero di Anna fu di mandare il marito all'ospedale, dicendo che sarebbe stato curato meglio; ma egli disse che voleva morire nel suo letto: in quanto a lei era padronissima di andarsene, se temeva di prendere il male; in quanto a lui qualche santo lo avrebbe aiutato.