—C'è la madre di quel signore nella massima inquietudine;—disse,—si parla di un tempo orribile, di una compagnia che si è perduta sulla montagna, e mi ha mandato a vedere se ne sapete qualche cosa.
—Nulla, nulla, muoio anch'io dall'incertezza, dalla paura di qualche disgrazia,—disse la povera donna.
—Bisognerà far delle ricerche,—disse il montanaro,—la signora inglese promette una ricompensa a chi le porterà notizie del figlio; ma nessuno si vuol arrischiare a salir la montagna con questo tempo.
—Andrò io,—disse Nando, il ragazzo di quattordici anni.
—Sei pazzo?—gli disse la madre.
—Sono forte, conosco la montagna e la strada che è avvezzo a seguire il babbo, e sono certo di trovarne le tracce.
—E se avvenisse qualche disgrazia, che cosa faccio io?
—Ti prometto di ritornare, e di portarti notizie di babbo.
Prese una bisaccia di tela, con alcuni viveri, si munì di un bastone ferrato, e di corde, si fece seguire dal suo cane che non lo abbandonava mai, e s'avviò sulla montagna senza ascoltare le preghiere della mamma che temeva di perderlo.
Salì il sentiero lubrico del monte pieno di speranza, seguendo la via che soleva tenere suo padre. Camminò, avanti avanti, sempre salendo per ore intere, ora in mezzo alla fitta nebbia, ora sotto ad una pioggia che gli arrivava alle ossa; sempre cercando intorno a sè le tracce del passaggio del padre; nella notte si ricoverò in un rifugio, e quello fu il primo posto dove trovò segni del passaggio di persone viventi: in terra vide dei resti di viveri, poi la paglia coll'impronta di due persone, che dovevano aver dormito la notte, ed una di quelle impronte era proprio della lunghezza di suo padre. Dovevano certo esser passati di là per salire sulla cima del monte.