«—Sei matto,—gli diceva,—ad esporti così?
«Ma egli ritornava sempre al suo posto elevato; e quando una palla gli trapassò un braccio, egli disse:
«—Non è nulla, fasciatemelo presto che ritorni al mio posto, per fortuna ho ancora un braccio buono.
«Non ci fu verso, volle ritornare ma cadde svenuto, e dovettero trascinarlo via per forza.»
—Come mi sarebbe piaciuto vivere in quel tempo!—disse
Carlo;—allora, sì, avrei potuto diventare un eroe.
—Eravamo tutti eroi,—soggiunse don Vincenzo,—però non si poteva fare altrimenti, non era permesso di tremare nè di aver paura. Mi ricordo un signore che trovò il figlio nascosto dietro una porta, e trascinandolo fuori per un braccio gli disse:—Almeno muoviti e fa il galoppino da una barricata all'altra, e se vengo a sapere che non hai fatto il tuo dovere, non ti riconosco più per figlio.
Quando don Vincenzo s'infervorava in quei discorsi, anche il signor
Morandi, di consueto silenzioso, si animava e parlava di quei tempi
quando anch'egli si era trovato in mezzo alla rivoluzione e bloccato a
Venezia.
Come avea sofferto in quel tempo! Anzi, quelle sofferenze gli avevano lasciato un'ombra di tristezza che non si sarebbe cancellata mai più.
—Pensi, don Vincenzo,—disse una volta,—a Milano la rivoluzione è durata cinque giorni, ed è quasi stata una festa, ma io che mi son trovato a Venezia, ed ho sofferto la fame per un anno!… E ai figli disse: Se sapeste che cosa voglia dire soffrire la fame, come sareste contenti della vita che fate, come godreste la vostra agiatezza e la vostra tranquillità!
—E perchè non ci racconti nulla, babbo?—chiesero i ragazzi.