Ogni sera, quand'era il momento della rappresentazione, Frida usciva tremante e Tom stava ad osservare tutti i suoi movimenti, non staccando gli occhi da lei, e quando la vedeva scendere, le correva incontro, la prendeva fra le braccia e la portava via.

—Basta,—diceva la bimba piangendo e tutta ansante,—non voglio più,
mi fa troppo male.

—Anche a me fa male—diceva Tom—vederti lassù; potessi andar io in
tua vece, come sarei contento!

—No, no, non dirlo, vengono le vertigini, par di vedere una buca
profonda colla bocca aperta per ingoiarci; è terribile.

Una sera tutti erano al solito posto, i due ginnasti salirono le scale di corda trascinandosi dietro Frida che aveva gli occhi pieni di lagrime; aveva detto di non sentirsi bene, di avere un forte mal di capo, ma l'esercizio era annunciato nel programma e bisognava eseguirlo.

I due coniugi incominciarono le loro evoluzioni, mentre la bimba
riposava, seduta sopra un trapezio, tenendo in mano una corda.

—Andiamo, a noi,—disse la donna, aprendo le braccia per pigliare
Frida.

Essa si lasciò andare, come corpo inerte, e incominciarono il solito
gioco, mandandosela da una mano all'altra come una palla, ad un certo
punto essa ebbe una specie di vertigine, perdette i sentimenti,
sgusciò di mano alla donna e andò a cadere a capo fitto nella rete.

Un gemito partì dal petto della bimba, un altro dagli spettatori, e un grido da Tom, il quale tutto tremante s'arrampicò sulle corde che scendevano dall'alto, e lesto come un gatto andò nella rete, prese fra le braccia Frida e la portò giù.

Essa sentendosi nelle braccia del suo amico aperse gli occhi.